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Com’è rischioso legare povertà e lavoro

Alle fine il reddito di cittadinanza assomiglia molto a un’indennità di disoccupazione. Ma nella teoria economica e nelle esperienze dei paesi europei, le misure sono generalmente separate

21 Gennaio 2019 alle 08:23

Com’è rischioso legare povertà e lavoro

Il centro per l'impiego di via Strozzi a Milano (foto LaPresse)

In due giorni il Movimento 5 stelle ha preso due posizioni opposte. Prima, per bocca di Davide Casaleggio, ha previsto che entro il 2054 lavoreremo solo l’1 per cento della nostra vita. Poi, attraverso un decreto legge, ha approvato uno strumento contro la povertà decisamente volto a far tornare a lavorare i poveri. Un’inversione completa rispetto alle parole che Beppe Grillo, il fondatore del movimento, pronunciava da un palco in Basilicata nel 2013: “Per diritto di esistenza in vita, da quando nasci a quando muori hai un reddito. Poi se vuoi lavorare lo aggiungi, se non vuoi non lavori” (il video è stato rilanciato in questi giorni attribuito all’ultima campagna elettorale, ma in realtà è di sei anni fa). Se prima il sussidio era immaginato come un reddito di base, destinato a tutti indifferentemente dal reddito percepito dal lavoro, oggi si è invece trasformato (almeno dal 2013) in un reddito minimo, per i più poveri. Ma è negli ultimi mesi che si è verificata l’evoluzione più inattesa: il reddito di cittadinanza è stato sempre più legato al mercato del lavoro, le regole per mantenere il sussidio si sono irrigidite e sono stati pure previsti importanti sconti fiscali per le imprese. La narrazione dell’assistenzialismo ha evidentemente fatto breccia nei Cinque stelle, che hanno cambiato progressivamente posizione, passando da un modello di welfare socialdemocratico a una proposta simile a quelle introdotte da governi liberisti e di centrodestra. Ha molto probabilmente inciso anche il contratto di governo e l’insofferenza della Lega verso una misura di chiara impronta redistributiva. Ma quali sono gli effetti di un legame tanto stretto con la ricerca di lavoro? Può un sussidio contro la povertà essere efficace anche per il reinserimento lavorativo? I dati e le esperienze internazionali dicono di no.

  

Negli ultimi mesi il reddito di cittadinanza è stato sempre più legato al mercato del lavoro, le regole per mantenere il sussidio si sono irrigidite e sono stati pure previsti importanti sconti fiscali per le imprese

Nel corso della conferenza a Palazzo Chigi sul decreto, Luigi Di Maio ha presentato la prima slide, che mette in chiaro quali siano gli obiettivi del reddito di cittadinanza. Primo, migliorare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Secondo, aumentare l’occupazione. Terzo, contrastare la povertà e le diseguaglianze. Tanta carne al fuoco, e focus principale sul lavoro. Tanto che il sussidio assomiglia molto a un’indennità di disoccupazione (con cui, tra l’altro, è compatibile e potrà essere cumulato secondo la bozza del decreto). In realtà invece, nella teoria economica e nelle esperienze dei paesi europei, le misure sono generalmente separate: chi perde il lavoro riceve l’indennità di disoccupazione (in Italia la Naspi) che è legata ai contributi versati; solo una volta terminata, allora inizia il reddito minimo per assistere tutti coloro che si trovano al di sotto di una certa soglia di reddito, a prescindere dai contributi versati. La proposta dei Cinque stelle è invece un mix tra i due modelli, mantenendo entrambi gli obiettivi: ridurre la disoccupazione e ridurre la povertà. Come se fossero due fenomeni sempre legati. In realtà non è così, e lo vedremo.

 

Nel decreto trovano spazio anche le “norme anti-divano”: la critica dell’assistenzialismo ha decisamente fatto centro. Secondo le regole, i beneficiari potranno godere del reddito per 18 mesi (rinnovabili). Per il primo anno, potranno ricevere offerte solo entro i 100 km e 100 minuti di viaggio, se rifiuteranno potranno raggiungere il raggio di 250 km e infine tutta Italia. Dopo 12 e 18 mesi, le regole diventano ancora più stringenti. Nel decreto trovano addirittura spazio incentivi alle imprese che assumono a tempo indeterminato e a tempo pieno i beneficiari del sussidio, le quali potrebbero drenare buona parte delle risorse destinate ai poveri. Contributi alle imprese molto simili a quelli adottati dal Jobs Act del governo Renzi. A questo proposito, nel decreto compare uno strano comma: saranno avvantaggiate le imprese che assumono un beneficiario appena entrato nel programma del reddito di cittadinanza, rispetto a chi riceve il sussidio da alcuni mesi o anni. Infatti al datore di lavoro andrà la differenza tra il beneficio di 18 mesi e quello già percepito dal suo nuovo lavoratore. Cosicché chi non riesce a trovare un’occupazione – perché più in difficoltà di altri – lo troverà con sempre maggiore difficoltà, coi mesi che passano. Un meccanismo che danneggia gli ultimi degli ultimi e dimostra, ancora una volta, la malleabilità ideologica dei Cinque stelle, prima francescani, poi ultra-liberisti per difendersi dalle critiche piovute addosso.

  

Dal reddito di base, incondizionato e per tutti, proposto da Beppe Grillo per fronteggiare la fine del lavoro, a un reddito minimo assistenzialista molto costoso (circa 30 miliardi di euro) come quello proposto dal Movimento appena entrato in Parlamento nel 2013, fino al coacervo contenuto nel decreto approvato dall’ultimo Consiglio dei ministri. Tra l’altro, e questo nessuno lo ha ancora sottolineato a sufficienza, per mantenere l’assegno simbolico di 780 euro al mese (per un single senza reddito) tagliando però quasi l’80 per cento del costo della misura – da 30 a 7 miliardi all’anno – sono stati ridotti gli assegni per le famiglie numerose, fino al 40 per cento. Cioè proprio quelle che più soffrono la povertà assoluta, con un’incidenza tre volte più elevata rispetto ai single, che invece riceveranno quanto sempre promesso.

  

Con tutto l’impegno possibile, le persone che riusciranno a trovare un lavoro stabile saranno ben poche. Massimo Baldini: “La mancanza di lavoro è un connotato individuale, mentre la povertà è un fenomeno familiare”

Sono stati in molti a criticare, nei mesi scorsi, l’idea di legare in modo tanto stretto lavoro e povertà. I numeri mostrano infatti che è molto complicato risolvere la povertà con la sola ricerca di un lavoro. Massimo Baldini e Giovanni Gallo hanno calcolato su Lavoce.info che circa il 56 per cento delle famiglie beneficiarie del reddito di cittadinanza hanno membri che già lavorano, ma percepiscono un salario molto basso, e in più della metà lavorano per almeno un quinto del tempo potenziale. Secondo lo Svimez i working poor sarebbero quasi 1 milione e 300mila. Cosa faranno queste persone: si licenzieranno (mantenendo lo stesso livello di reddito) oppure continueranno a lavorare, ma in nero? Per di più, se teniamo conto anche delle condizioni di salute – ad esempio un parente malato o disabile – la percentuale di famiglie in povertà che non possono aumentare la loro capacità di lavorare arriva al 35 per cento. Vale a dire che circa un terzo delle famiglie che riceveranno il reddito di cittadinanza non potrà conseguire il primo obiettivo che il governo si è posto: trovare un nuovo lavoro a queste persone. L’esecutivo era stato avvertito per tempo da Maurizio Del Conte, presidente dell’Anpal (ancora per poco): al Foglio aveva dichiarato che “tra quei sei milioni ce n’è almeno un terzo non occupabile nel breve periodo: tossicodipendenti, senza fissa dimora, persone per cui è più opportuno attivare altri circuiti”. Secondo Del Conte molti dovrebbero essere assegnati ai Sert, i servizi contro la tossicodipendenza, altri ricevere una maggiore formazione specifica (sempre secondo Anpal il 64 per cento dei futuri beneficiari ha solo la licenza media). E invece saranno tutti destinati ai centri per l’impiego, già decisamente sotto-organico e in difficoltà. Non a caso le bozze del decreto escludono dall’obbligo a lavorare chi ha carichi di cura, cioè figli sotto i tre anni di età o famigliari disabili o non autosufficienti.

 

Proprio per rispondere a queste esigenze di assistenza, il governo nelle ultime bozze ha inserito la possibilità di sottoscrivere – in alternativa al “patto per il lavoro” destinato agli occupabili – un “patto per l’inclusione”. Questa possibilità richiama espressamente il reddito di inclusione (Rei), introdotto dal precedente governo e partito dal gennaio 2018, ma rimasto sottofinanziato. Questo prevedeva un percorso personalizzato, in capo ai servizi sociali dei comuni e al terzo settore, per coprire tutti i bisogni multidimensionali: povertà educativa, povertà abitativa, salute precaria e anche (ma non solo) povertà lavorativa. Tuttavia, se il reddito di cittadinanza recupera questa possibilità non ne recupera i fondi. Gli enti coinvolti per l’inclusione infatti hanno ricevuto dal Rei il 15 per cento dello stanziamento totale per il contrasto alla povertà. Ora invece il governo chiede a queste strutture di mantenere l’impegno, per un numero molto maggiore di persone, ma – apparentemente – senza gli stessi finanziamenti.

 

Con tutto l’impegno possibile, le persone che riusciranno a trovare un lavoro stabile saranno ben poche. Secondo Cristiano Gori, professore e coordinatore scientifico dell’Alleanza contro la povertà, solo il 25 per cento dei beneficiari di strumenti simili in altri paesi europei riesce a raggiungere un’occupazione stabile. In Francia, come riporta l’economista Stefano Toso, solo il 3 per cento di chi riceve il Rsa (il reddito minimo francese) riesce a trovare un lavoro ogni mese, prevalentemente part-time o temporaneo. Ma è il caso tedesco quello più interessante: secondo un articolo di ValigiaBlu, l’Hartz Iv – il sussidio anti povertà tedesco – è da molti giudicato un fallimento. Di norma ammonta a 416 euro al mese, come il futuro reddito di cittadinanza italiana è strettamente legato ai centri per l’impiego (che in Germania possono contare su 110mila dipendenti, in Italia 8mila) ed è severo quanto a sanzioni e regole. Ma i beneficiari che lavorano e allo stesso tempo percepiscono un salario comunque al di sotto della soglia di povertà – in totale 1,2 milioni – sono diminuiti solo di 7mila unità dall’introduzione del salario minimo. Non solo: il 40 per cento dei disoccupati di lungo periodo riceve il sussidio da oltre quattro anni e oltre un milione addirittura dalla sua introduzione. Numeri allarmanti, che dimostrano il rischio di legare a quattro mani povertà e lavoro. Per dirla come Massimo Baldini, “la mancanza di lavoro è un connotato individuale, mentre la povertà è un fenomeno familiare”. Prima il governo se ne accorgerà, prima potrà correggere la rotta. Per salvare la lotta alla povertà in Italia, già in estremo ritardo rispetto al resto d’Europa, e salvare sé stesso.

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Commenti all'articolo

  • Chichibio

    21 Gennaio 2019 - 15:03

    Nel 2054 saremo, quasi, tutti morti.

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