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Del Conte ci spiega perché il reddito di cittadinanza non funzionerà

Il presidente di Anpal: "Riformare i centri per l'impiego in cinque mesi? Non si sa di cosa si parla. Questo è un ammortizzatore"

17 Ottobre 2018 alle 10:16

Del Conte ci spiega perché il reddito di cittadinanza non funzionerà

Foto Imagoeconomica

Roma. “Più che propaganda, mi pare si tratti di mancanza di consapevolezza”. Nel suo studio luminoso, al settimo piano, Maurizio Del Conte allarga le braccia: “Quando gli esponenti del governo parlano di reddito di cittadinanza mi sembra che non sappiano quale sia la complessità della materia”. E anche per questo, spesso, sono gli stessi giornalisti a rivolgersi al presidente dell’Anpal, l’agenzia per le politiche attive istituita dal Jobs Act, per decifrare le criptiche esternazioni di Luigi Di Maio. E’ successo anche l’altro giorno, quando Giuseppe Conte ha parlato di un reddito di cittadinanza su base “geografica”. Esegesi? “Dovendo sforzarci di dare un senso alle parole, direi che il premier volesse scongiurare la riproposizione del problema connesso alle cosiddette ‘deportazioni di insegnanti’ generate dalla ‘Buona scuola’. Preoccupazione politicamente comprensibile. Solo, mi chiedo: costringendo tutti i disoccupati a trovare lavoro nelle loro zone di residenza, non si finisce col creare delle gabbie di povertà, specie al sud? Ci sarebbe semmai bisogno di evitare queste frammentazioni geografiche. Il mercato del lavoro va reso più trasparente: nel centro per l’impiego di Lecco, che è tra le eccellenze assolute, non si sa quale siano le imprese attive a Como”.

 


Maurizio Del Conte (foto Imagoeconomica)


  

Ci sarebbe insomma un lavoro enorme da fare. E i grillini dicono che riusciranno a farcela in cinque mesi. “Riformare i centri per l’impiego in così poco tempo è inverosimile. Di qui a maggio, sarebbe già un successo riuscire a stilare un cronoprogramma delle modifiche da apportare, con scadenze precise condivise dallo stato e dalle venti regioni, da cui dipendono i centri”. S’ispireranno alla Germania. “Dove il piano Hartz ci ha messo anni per entrare a regime. I centri per l’impiego lì hanno 110 mila dipendenti, noi ottomila. Lì c’è una filiera unica e rodata: noi abbiamo una dissociazione tutta italiana per cui l’Inps eroga i contributi, Anpal coordina l’azione dei centri per l’impiego che cercano di far incontrare domanda e offerta di lavoro, l’ispettorato vigila su eventuali abusi”.

 

Cosa bisognerebbe fare? “In estrema sintesi, tre cose. Primo: creare un modello unico di centro per l’impiego e imporlo a livello nazionale, omologando strutture e servizi, e chiarendo una volta per tutte che il centro per l’impiego è rivolto non solo a chi cerca lavoro, ma anche a chi lo offre. Secondo: un piano massiccio di assunzioni, impegnandosi a creare il profilo professionale dell’operatore del centro per l’impiego. Bisognerebbe formare il formatore, insomma, magari attraverso una accademia ad hoc. Terzo: informatizzare le banche dati, creando almeno un archivio comune tra Inps, Anpal e ministero dell’Istruzione. Anche se, prima di questo, sarebbe semmai il caso di assicurarsi che a Crotone e in altri dodici centri per l’impiego arrivi quantomeno la connessione internet”.

 

Sei milioni di poveri assoluti: tre proposte di lavoro da potere declinare prima di vedersi negato il reddito. “Alt. Mi pare che la durata del reddito di cittadinanza, stando almeno alle ultime dichiarazioni del governo, sia di 18 mesi: un periodo troppo breve per trovare tre offerte a ciascuno. Sarà più comodo aspettare, semplicemente, che trascorra quell’anno e mezzo. D’altronde, tra quei sei milioni ce n’è almeno un terzo non occupabile nel breve periodo: tossicodipendenti, senza fissa dimora, persone per cui è più opportuno attivare altri circuiti. Molti andrebbero ad esempio assegnati ai Sert, che potrebbero prevedere percorsi di recupero che durano più di un anno. Altri andrebbero magari coinvolti in corsi di formazione specifica, altri ancora invitati a riprendere gli studi. Tutta gente a cui pensare di offrire anche un solo lavoro, nel giro di 18 mesi, è impensabile e perfino controproducente, perché li si condannerebbe a svolgere lavori squalificati, e a farlo in condizioni di disagio personale”. Ma allora questo reddito di cittadinanza... Qui Del Conte anticipa la risposta: “Diciamo che è un ammortizzatore sociale generalizzato: è più corretto così”.

Valerio Valentini

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Commenti all'articolo

  • eleonid

    17 Ottobre 2018 - 12:12

    Non sono d'accordo sulla misura perché propagandata ed utilizzata ad arte per comprarsi il consenso elettorale. Ma si crede veramente che le imprese di un certo prestigio si affidino ai centri di impiego statale per reclutare personale qualificato? Fanno prima e con più efficienza ,come si è sempre fatto, affidarsi ai propri annunci pubblicitari e passare al vaglio i candidati con le proprie strutture del personale. Ma si potrebbe ribattere che sarà allora lo Stato ad attingere da questi centri con le nazionalizzazioni che ha in mente. Bene allora ,sotto,con piani strategici e pianificazione del lavoro, che pero' con la nostra mentalità dell'improvvisazione e conflittualità non arriveranno mai.

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  • guido.valota

    17 Ottobre 2018 - 11:11

    E che ci vuole? Qualche centinaio di milioni per cambiare le targhette sui citofoni, assunzione con chiamata diretta (è emergenza occupazione sì o no?) di qualche migliaio di grillini analfabeti digitali, un po' di propaganda via Casaleggio & Falso Quotidiano di Marco Slurpaglio Associati, una minaccia di stampo camorristico da parte di Casalino tramite pizzino audio whatsapp alla stampa non allineata al regime, et voilà! centri per l'impiego riformati.

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    • chilliundpasta

      17 Ottobre 2018 - 18:06

      Lei è eccezionale. Glielo scrive uno che su altri blog e su ben altra materia (automobilismo) passa per quasi-fondatore di una nuova lingua o di un idioma. Complimenti vivi, anche per l'ironia cetriolica. Salutola, 4P

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