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Vademecum del complotto

Da Mussolini alla Prima Repubblica. Come nascono le cospirazioni e perché falliscono. Una costante della storia italiana spiegata col “Giulio Cesare” di Shakespeare

4 Agosto 2019 alle 06:00

Vademecum del complotto

Vincenzo Camuccini, Morte di Giulio Cesare

Il fascismo, che esordì ufficialmente con una marcia chiassosa e colorita in pieno autunno del 1922, finì settantasei anni fa, a seguito di un’inquieta congiura estiva andata in scena nella notte tra il 24 e il 25 luglio del 1943. Il giorno dopo essere stato sfiduciato dai suoi uomini in una riunione del Gran Consiglio finita quasi alle tre di notte, Mussolini sarebbe finito in arresto su ordine di Vittorio Emanuele III, a seguito di un incontro avuto proprio col re a Villa Savoia.

  

Machiavelli scrive che difficilmente le cospirazioni finiscono secondo gli obiettivi che i congiurati hanno prestabilito

Scaricato dal massimo organo costituzionale del Regno, che lui aveva voluto prima ai vertici del partito, quindi dello stato italiano, Mussolini è pugnalato alle spalle dai suoi fedelissimi. Machiavelli scrive nei “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio” che difficilmente le cospirazioni finiscono secondo gli obiettivi che i congiurati hanno prestabilito. E in effetti, molti dei fascisti che defenestrarono il leader si proponevano, in questo modo, di salvare il fascismo. Con l’ordine del giorno Grandi, ne decretarono invece la conclusione formale. Quella notte di settantasei anni fa ricorda le mille notti della storia in cui si sono orditi intrighi e complotti di ogni tipo. Notti agitate, le cui tenebre hanno protetto i segreti di chi ha tradito un leader con il quale, alla luce del sole, ha piuttosto a lungo collaborato. Si somigliano tutte, queste notti, per l’intimità di chi le ha popolate coi propri inganni e per la promessa di conflitto che nel buio hanno suggellato e che, alla luce del prossimo sole, hanno poi puntualmente mantenuto.

   

Shakespeare andava pazzo per le cospirazioni, ancorché ne avesse lo stesso negativo giudizio di Machiavelli. Tuttavia la potenza scenica di una congiura era troppo forte per non allettare il suo spirito creativo. C’è un complotto alla base del “Macbeth”. Ce n’è un altro che diviene il motore dell’azione nell’“Otello”. Ce n’è uno nel “Riccardo II” e all’origine del “Riccardo III”. Come d’altronde nell’“Amleto” o nella “Tempesta”. Eppure la notte che più somiglia a quella del Gran Consiglio del Fascismo di settantasei anni fa è quella della prima scena del secondo atto del “Giulio Cesare”, ambientata a casa del riluttante leader dei congiurati, il nobile cesariano Marco Giunio Bruto.

“Oh cospirazione – pensa Bruto ad alta voce poco prima di accogliere i ribelli, per la riunione che deciderà il via libera al cesaricidio – ti vergogni di mostrare il tuo volto minaccioso di notte, quando i mali sono più liberi? Dove troverai allora di giorno una caverna oscura abbastanza da mascherare la tua faccia mostruosa?”. Da quando ha passato il Rubicone col suo esercito, Cesare ha accumulato un immenso potere personale che sta indebolendo le istituzioni repubblicane. La sua trasformazione in tiranno è a un passo, secondo i congiurati, “e quindi – argomenta Bruto – per timore che giunga a tanto, occorre che noi lo preveniamo… Considerato come un uovo di serpe che, covato, per sua natura si rivelerebbe nocivo, dobbiamo ucciderlo quando è ancora nel guscio”.

  

George W. Bush come Bruto, Blair come Cassio

Ai tempi della guerra in Iraq di George W. Bush, molti rilessero il “Giulio Cesare” come opera simbolo della guerra preventiva. Saddam Hussein rappresentava un’enorme minaccia potenziale per il mondo, perché il territorio iracheno era pieno zeppo di armi di distruzione di massa. Così predicavano Bush, Blair e l’impacciato Colin Powell al tavolo delle Nazioni Unite. Erano tutte balle, ben congegnate: ma balle. Eppure furono essenziali per motivare empiricamente l’ideologia della guerra preventiva e fondare giuridicamente la liceità dell’intervento armato. Ma torniamo alla Roma del primo secolo avanti Cristo.

  

E’ un elemento imprescindibile di qualsiasi congiura la partecipazione dei fedelissimi della vittima al complotto

Tra le fila degli antagonisti di Cesare troviamo Cassio e i pompeiani, che Cesare aveva sconfitto nella guerra civile. Costoro contestano più apertamente di altri la concentrazione di potere nella sua persona. Anche molti suoi seguaci temono però che l’ordine repubblicano sia a un passo dal collasso. Ed è un elemento imprescindibile di qualsiasi congiura la partecipazione dei fedelissimi della vittima al complotto. Tra i cesariani, il più rispettato è proprio Bruto, che ne diviene presto il portavoce. A casa sua, nella notte che precede il cesaricidio, viene presentato una specie di ordine del giorno Grandi per dare avvio alla congiura.

  

A casa di Bruto arrivano (“con mezza faccia coperta dai mantelli”) Cassio, Casca, Decio, Cinna, Metello Cimbro e Trebonio. E cominciano subito a discutere fra loro. La prima cosa da decidere è se coinvolgere o meno Cicerone. Essendo tra i più rispettati tra i senatori romani, portarlo dalla parte dei cospiratori può giovare alla causa. Ma Bruto liquida la cosa con poche parole: “Non diciamogli nulla, poiché non seguirà mai alcuna cosa che sia stata iniziata da altri”.

  

Si passa, dunque, a esaminare un nuovo quesito: uccidere solamente Cesare o anche i più pericolosi tra i suoi? Cosa fare, per esempio, con Marco Antonio? Cassio difatti lo teme. Ritiene che andrebbe assassinato perché potrebbe reagire e creare problemi dopo la morte del conquistatore di Gallia, Germania e Britannia. Cassio sembra aver letto i “Discorsi” di Machiavelli, dove si spiega che, in una congiura, è meglio uccidere tutti quelli del giro stretto della vittima principale in grado di muovere poi vendetta. Ma è ancora Bruto a opporsi, poiché ritiene che troppo sangue versato corromperebbe lo spirito nobile dell’impresa, che è poi quello di salvare la Repubblica.

  

Infine, in quella notte fosca piena di tristi presagi, si stabilisce che sia Decio, altro sodale di Cesare, a convincerlo a uscire di casa e recarsi in Campidoglio dove verrà passato per il pugnale. Noi sappiamo che Cesare fu in realtà ammazzato presso la Curia di Pompeo, dove allora si riuniva il Senato romano, che si trova in Largo di Torre Argentina, area dell’antico Campo Marzio. Secondo il dramma scespiriano, il fidato Decio è comunque essenziale per tirarlo fuori dalle mura domestiche e attirarlo nel luogo dove “mentre prendeva posto a sedere – per dirla con le parole di Svetonio – i congiurati lo circondarono con il pretesto di rendergli onore”, e invece gli resero solo la morte per mezzo di ventitré colpi di stiletto. Shakespeare fa dire ai suoi personaggi l’ora della fine della riunione a casa di Bruto: più o meno le 3 di notte, proprio come l’ultima seduta del Gran Consiglio del Fascismo.

  

Il complotto all’italiana

Scriveva Edgar Allan Poe che l’errore più frequente commesso da critici e lettori di Shakespeare è interpretare i suoi personaggi non come se fossero un prodotto artificiale dell’ingegno umano, ma come se esistessero realmente intorno a noi, o siano comunque esistiti nel passato. Forse anche chi scrive sta cadendo, adesso, in questo sbaglio. L’errore si spiega in virtù della ripetitività di certe situazioni scespiriane rinvenibili frequentemente nella storia, in specie nell’avventura umana del potere e della politica.

  

A tal proposito, torna utile quanto sulle congiure ha scritto pochi anni fa lo storico francese George Minois, ne “Il pugnale e il veleno”, studio formidabile dell’assassinio politico in Europa tra il Quindicesimo e il Diciannovesimo secolo. Minois individua tre grandi categorie: “Il crimine all’inglese, assassinio discreto nel nome del pragmatismo dinastico; il crimine alla francese, assassinio dei consiglieri reali troppo potenti nel nome delle libertà feudali; il crimine all’italiana, assassinio pubblico del tiranno nel nome delle libertà popolari”.

  

Sembrerebbe che Shakespeare veda bene il cesaricidio nella terza categoria segnalata da Minois. In effetti, l’intenzione dichiarata dei congiurati è, come detto, quella di impedire una degenerazione totalitaria del regime repubblicano romano appannaggio dell’ultimo dictator di Roma, Gaio Giulio Cesare. Così la tradizione attribuisce a Bruto, dopo avere sferrato le sue pugnalate, la frase “Sic semper tyrannis!”, diventata il motto della Virginia americana contro l’ex occupatore britannico. E l’impresa di Bruto e dei suoi sodali diventa il simbolo di chi vuole produrre un cambiamento ai vertici dello stato o di un’organizzazione politica, allo scopo di salvare una nazione o un partito da una guida che ne attenta l’integrità o la buona salute.

   

La retorica del complotto

Non tutto, infatti, è congiura e non tutto è complotto. Almeno nel senso scespiriano. In Italia spesso guelfi e ghibellini hanno utilizzato (e utilizzano) la categoria complottista allo scopo di motivare la loro eterna lotta, non accettando di riconoscersi reciprocamente e combattersi in modo più laico. Preferiscono attribuire le loro sconfitte allo psicodramma dei complotti, piuttosto che alle loro deficienze politiche. Ma non è il caso di scomodare Shakespeare per spiegare che non c’è sempre un complotto dietro i mille presunti misteri italiani.

 

Un grande storico italiano, Zeffiro Ciuffoletti, nel 1993 pubblicò un libello dal titolo “Retorica del complotto”, che andrebbe presto riedito (un po’ come ha fatto con merito Einaudi da poco, con il delizioso “Saggio sui potenti” di Piero Melograni). Il libro di Ciuffoletti, riletto oggi, conserva tutta la sua forza nel decostruire la piaga del complottismo, novella peste del pensiero, che ammorba di sé il dibattito pubblico italiano. Con la sola differenza che se un tempo i complotti che Ciuffoletti mette alla berlina avevano un’origine ideologica, oggi ne vantano al massimo una qualunquistica.

 

La congiura scespiriana è altra cosa. E si ripresenta quale categoria di riferimento ogni qual volta un ordine costituito è minacciato di corruzione della sua tenuta ideale e originaria. Di questa minaccia è titolare quasi sempre qualcuno che per lungo tempo ha serbato per sé un eccesso di potere, tale da falsare l’equilibrio politico. E perciò è contestato e defenestrato da altri outsider, non di rado simili a lui culturalmente.

 

La congiura cesariana può rievocare la rottamazione renziana, anche se Matteo Renzi ha in realtà deposto un suo coetaneo, Enrico Letta, più che i padri della sua generazione. La sua presa del potere ricorda Umberto Saba che, chiedendosi perché gli italiani non avessero mai avuto una vera rivoluzione, si rispondeva: “Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi… Sono l’unico popolo, credo, che abbia alla base della loro storia, o della loro leggenda, un fratricidio. Ed è solo col parricidio, con l’uccisione del vecchio, che si inizia una rivoluzione”.

 

All’hotel Midas c’era De Martino-Giulio Cesare, la cui indolenza stava mettendo a rischio la tenuta del Partito socialista italiano

La storia politica italiana è nondimeno ricca di congiurati modello Gaio Cassio Longino e Marco Giunio Bruto. Il Midas di Bettino Craxi contro Francesco De Martino ne è un esempio perfetto. Andò in scena ancora nel mese di luglio (ma del 1976), proprio come la deposizione di Mussolini. All’hotel Midas c’era un grande vecchio, De Martino-Giulio Cesare, a cui tutti riconoscevano onestà e dedizione, ma la cui indolenza stava mettendo a rischio la tenuta del Partito socialista. Un gruppo di giovani, appartenenti a tendenze politiche tra le più diverse (come i pompeiani, i cesariani e i repubblicani di altra confessione che uccisero Cesare) decisero di mettersi insieme per sovvertire un ordine che languiva. E s’impadronirono del potere con le cattive maniere.

  

Anche nel Partito comunista si registrò qualcosa del genere. Alessandro Natta, succeduto a Enrico Berlinguer, tra l’aprile e il maggio del 1988 finì in ospedale per un infarto. Quando era ancora ricoverato, cercando di riprendersi e tornare al suo posto, Achille Occhetto e Massimo D’Alema, che pure si detestavano ma avevano siglato “il patto del garage” dopo la morte di Berlinguer, lo deposero senza preavviso. “Compagni – scriverà Natta – non vi siete comportati lealmente. C’è stato un tramestio davanti alla mia stanza d’ospedale”. Una brutta storia comunista in un partito che in quegli anni pretendeva di vantare uno statuto morale superiore a quello degli altri partiti italiani.

  

Le ragioni dei congiurati

Ma quando hanno ragione i congiurati? Difficile dirlo. Per restare sull’ultimo esempio, Occhetto e D’Alema, che si liberarono in modo spiccio del loro predecessore, non riuscirono a riformare il Partito comunista. E dopo il crollo del muro di Berlino, che cascò in testa anche ai comunisti italiani incapaci di cambiare nome e rinnovare la propria ideologia, si produsse una svolta piena di contraddizioni e debolezze.

 

Spesso accade che i cospiratori siano mossi da buone intenzioni, ma che non riescano a realizzare gli obiettivi che si erano prefissi

Spesso accade che i cospiratori siano mossi da buone intenzioni, eppure non riescano a realizzare gli obiettivi che si erano prefissi prima del complotto. In fondo succede così anche a Bruto e a Cassio nel “Giulio Cesare”. I congiurati avevano colto lo zeitgeist percependo lo stato di debolezza delle istituzioni repubblicane. Uccisero Cesare, ma non riuscirono a impedire che l’Impero sostituisse la Repubblica. Perdendo la guerra che seguì il cesaricidio, Bruto e Cassio consegnarono comunque Roma al destino imperiale, realizzato tuttavia da Ottaviano e non da Cesare.

 

Similmente, i fascisti che sfiduciarono Mussolini non riuscirono, per pochezza politica e miseria umana, a risparmiare la guerra civile all’Italia, né a preservare qualcosa dell’odioso regime di cui erano stati artefici e complici. Mai sottovalutare le conseguenze di una congiura e mai dimenticare che, per parafrasare Tocqueville, la parte più difficile da scrivere in una cospirazione, come in un romanzo, è proprio il finale. Cassio e Bruto avevano insomma visto giusto, come molti complottardi in ogni tempo. Ma la conclusione della loro rivolta fu scritta da un altro e in un modo sensibilmente diverso dall’esito che loro avevano immaginato.

  

Andate a vederlo, se siete a Roma, il “Giulio Cesare” di William Shakespeare in quella meraviglia che è il Globe Theatre in mezzo a Villa Borghese, tra il 20 settembre e il 6 ottobre. Il regista Daniele Salvo ha scelto di affidare la parte di Cesare e di Ottaviano allo stesso attore (Massimo Nicolini), proprio a voler fissare l’allestimento sulla vacuità della rivolta di Bruto e Cassio. Perché il potere ha un volto soltanto e spetta agli uomini non fidarsi mai di quel volto, pur essendo eternamente condannati a servirsi del potere per realizzare i propri scopi, giusti o sbagliati che siano.

Antonio Funiciello

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