Chi può dire viva la mamma

Giulio Meotti

Tutti sanno come si fanno i bambini, i governi non hanno capito come aiutare a farne fare di più. Ma ci sono paesi che provano a superare la “cortina di ghiaccio demografica”, come l’ha appena definita il Papa. Lezioni all’Italia che non fa niente per la festa della mamma

“L’Europa è destinata a diventare più marrone e più grigia in quanto la società invecchia e gli immigrati colmano il vuoto nella domanda di lavoratori scomparsi a causa della bassa fertilità”, scrivono Darrell Bricker e John Ibbitson nel loro ultimo, mastodontico libro, “Empty Planet”, dedicato alla nuova bomba demografica, per usare la formula in voga negli anni Sessanta. Non la sovrappopolazione, ma lo spopolamento. Come ha detto un funzionario dell’Eurozona conversando con il Financial Times, “se voglio deprimermi penso a quello di cui non stiamo parlando affatto: il ticchettio della bomba a orologeria demografica”. E’ un fenomeno che va dalla ricchissima Finlandia (che ha il numero più basso di nascite dalle terribili carestie del 1866) alla ben più povera Grecia (scrive il quotidiano Ekathimerini che “il paese perderà metà della popolazione” in due generazioni). “Un nuovo inverno, l’inverno demografico, è sceso come una cortina di ghiaccio su gran parte dell’Europa”, ha appena detto Papa Francesco da Sofia. E’ il cambiamento climatico che ci lascia tutti all’addiaccio.

  

Con il terzo debito pubblico al mondo e la spesa pensionistica alle stelle non possiamo permetterci di non fare niente

Ma mentre tutti sanno come si fanno i bambini, i governi europei ancora non hanno capito come incoraggiare a farne fare di più. E come spiegano nel loro nuovo libro “Italiani poca gente” (Luiss University Press) Antonio Golini e Marco Valerio Lo Prete, l’Italia in Europa è la testa di ponte di questa “armageddon demografica” europea (copyright Martin Greive del giornale tedesco Handelsblatt).

 

Golini è professore emerito alla Sapienza, accademico dei Lincei e già presidente dell’Istat e della Commissione su popolazione e sviluppo dell’Onu. All’inizio degli anni Ottanta, il demografo romano fu contattato dai responsabili di un importante gruppo privato del settore alimentare, la Plasmon. Erano interessati alle sue analisi sulla popolazione. I manager della Plasmon gli esposero la loro preoccupazione rispetto a una tendenza che stavano osservando in Italia, principale mercato dei loro prodotti alimentari per l’infanzia: “Professore, i bambini italiani stanno diminuendo e, se l’attuale trend dovesse continuare, diminuiranno sempre più rapidamente. Capirà bene che per noi, che finora tanto abbiamo investito sulla prima età, si tratterebbe di una catastrofe”, gli dissero. E alla loro domanda: “Lei crede sia possibile a breve una qualche inversione di rotta nell’andamento delle nascite?”, la risposta fu un secco “no”: “Articolato con statistiche e ragionamenti che – vox clamantis in deserto – andavo elaborando da qualche tempo riguardo ai pericoli dell’eccesso di denatalità in Italia. I dirigenti della Plasmon, più consapevoli e reattivi di tanti accademici e politici di allora, controbatterono subito con un’altra domanda: era dunque corretto riposizionare il focus della produzione aziendale, diversificando rispetto al mercato dell’infanzia e dedicandosi per esempio a una linea di prodotti ‘Misura’ per adulti, in particolare quelli che tenevano in alta considerazione il proprio stato di salute? Questa volta risposi di sì”.

 

La Svezia sta spendendo per la famiglia il 3 per cento del suo pil, contro l’1,8 per cento dell’Italia. I soldi non sono tutto, ma aiutano

Il racconto di Golini illumina bene il vicolo cieco italiano, un paese che da ben quarant’anni si trova al di là della “cortina di ghiaccio demografica”, senza aver fatto mai praticamente nulla per cercare di scavalcarla. E l’Italia, col terzo debito pubblico più grande al mondo, la spesa pensionistica tra le più elevate nei paesi industrializzati e la disoccupazione giovanile tra le più alte d’Europa, non può permetterselo.

 

Nelle loro analisi molti commentatori tendono al fatalismo: “E’ la demografia, bellezza!”. Ma ci sono paesi europei che ci provano e con qualche risultato. E i loro esempi possono essere di aiuto all’Italia con la sua tendenza cronica all’immobilismo o al massimo a soluzioni una tantum, in attesa del prossimo dossier dell’Istituto di statistica, la cui campana suonerà a morto.

 

James Vaupel, forse il più noto demografo tedesco e già a capo dell’Istituto Max Planck, spiega al Foglio: “I bambini sono costosi per i genitori, sia in termini di tempo sia di soldi. Ma i bambini sono una risorsa per tutta la società, diventeranno i lavoratori e i genitori di domani. Quindi, la società deve spendere di più per i bambini. Idealmente, i bambini dovrebbero essere economicamente neutri per i genitori in termini di soldi: avere un altro figlio non dovrebbe né aumentare né diminuire il reddito netto dei genitori. Ma ovviamente avere un bambino in più imporrà dei costi ai genitori in termini di tempo che dovranno dedicare alla cura del bambino”. Fra gli esempi positivi, Vaupel ne indica uno. “I migliori esempi, anche se molto imperfetti, sono in Scandinavia. Quando gli europei riconosceranno più pienamente il valore dei bambini, dedicheranno più risorse ad aiutare i genitori con i loro figli. Questo aumenterà i tassi di natalità e aiuterà a stabilizzare le dimensioni della popolazione”. La Svezia sta spendendo per la famiglia il 3 per cento del pil, contro l’1,8 per cento dell’Italia (l’Ungheria di Viktor Orbán ha destinato alle politiche famigliari addirittura il 5 per cento  del pil, il doppio della media Ocse).

  

 

Lo stesso vale per il “bonus bebè”: in Svezia sono 1.455 euro all’anno per ogni figlio fino ai sedici anni, contro i 960 euro dell’Italia per un solo anno e soltanto per le famiglie che guadagnano meno di 25 mila euro. Il congedo parentale in Svezia si estende ora fino a 480 giorni, di cui 390 con l’80 per cento dello stipendio, mentre in Italia c’è un massimo di 300 giorni e un’indennità del 30 per cento dello stipendio. Insieme a un generoso assegno familiare di indennità di famiglia, ogni bambino in più in Svezia ottiene una somma aggiuntiva, con l’importo per figlio che aumenta con ogni bambino. A Stoccolma, i genitori con le carrozzine salgono gratuitamente sui mezzi pubblici. La maggior parte dei datori di lavoro offre sospensioni dal lavoro retribuite per i genitori che hanno bisogno di stare a casa con il figlio malato.

 

Uno studio dell’Ocse ha indicato che “la ricerca in sedici paesi in un periodo di vent’anni mostra che i tassi di natalità sono elevati nei paesi Ocse in cui i trasferimenti di denaro alle famiglie sono alti e i salari sostitutivi durante il congedo parentale sono alti”.


Un paese dove si possa nascere. Berlino ha reso gratuiti gli asili, Parigi premia chi ne fa di più, Copenaghen lascia aperte le scuole, a Budapest se ne fai tre non paghi più tasse e anche a Varsavia aumentano le nascite


   

Con molti sussidi alle famiglie, la Francia è stata a lungo ai vertici demografici in Europa, anche se ha iniziato a declinare come gli altri. “Per l’economia la Germania è l’uomo forte d’Europa, ma quando si parla di demografia la Francia è la nostra donna fertile”, dice il demografo Ron Lesthaeghe, membro della Royal Academy of Sciences belga. Chiunque abbia passato del tempo sui treni francesi avrà notato che ci sono bambini che corrono dappertutto, grazie alla famosa carte famille nombreuse che offre alle famiglie sconti sui viaggi fino al 75 per cento, in progressione a seconda della loro nidiata. La Francia ha un’assistenza all’asilo prescolare gratuita, ampiamente sovvenzionata. I benefit  includono un assegno mensile per ogni figlio (130,5 euro per uno, 297,7 euro per due e altri 167,2 euro per ogni figlio in più). Poi c’è la  prime à la naissance, il premio di nascita, un  assegno di 927,71 euro per ogni nato che diventa il doppio (1.855,42 euro) in caso di adozione. C’è il reddito famigliare integrativo di 169,87 o 237,89 euro mensili, a seconda del gettito famigliare. Ma la Francia è nota soprattutto per le sue politiche demografiche attraverso la leva tributaria.

   

“Solo se abbiamo paura di un futuro molto buio reagiremo di conseguenza, perché il declino demografico è lento e le persone non notano alcun cambiamento da un giorno all’altro, di mese in mese o persino di anno in anno”, ci dice lo spagnolo Alejandro Macarrón Larumbe

E’ il “quoziente famigliare”, che favorisce i nuclei e consiste nel sommare i redditi dei coniugi e dividere il risultato per i membri del nucleo. Al loro aumentare, il reddito su cui si applica l’imposta si riduce, in modo che quel nucleo sia soggetto a una aliquota più bassa. Una coppia con due figli e 25 mila euro di reddito complessivo non paga tasse; una coppia con tre figli e 50 mila euro di entrate paga circa tremila euro l’anno, con 100 mila euro di reddito ne paga solo 10 mila. In Italia si fa il contrario e la tassazione è su base individuale e per i figli a carico sono previste detrazioni: 1.220 euro per i figli con meno di tre anni e 950 euro fino ai 25. Per ogni figlio dopo il terzo spettano 200 euro in più. Le detrazioni italiane decrescono velocemente con il reddito e si azzerano a 95 mila euro. In sostanza, la Francia premia chi ha almeno due figli e sostiene la classe media, che è sempre stato il vero grande bacino demografico di un paese.

  

“I paesi europei dovrebbero fare del recupero delle nascite una priorità assoluta in tutti i campi governativi (Ue, nazioni, regioni, comuni)”, dice al Foglio Alejandro Macarrón Larumbe, autore del libro “ Suicidio demográfico en Occidente y medio mundo”, quello che più in Spagna si occupa di demografia. “Soprattutto e prima di tutto, dovrebbero creare una consapevolezza pubblica sull’insostenibilità di un’Europa con sempre meno bambini ogni anno e sul disastro in arrivo (perdita di popolazione e invecchiamento) che questo sta generando. Solo se abbiamo davvero paura di un futuro molto buio, reagiremo di conseguenza, perché il declino demografico è molto lento e le persone non notano alcun cambiamento da un giorno all’altro, di mese in mese o persino di anno in anno. E abbiamo bisogno di cambiare molte cose nel modello sociale per recuperare la fertilità perduta. Allo stesso tempo, le persone dovrebbero ricevere campagne pubblicitarie sul bisogno sociale di più bambini e perché i genitori di solito godono di una vita molto più completa rispetto a chi non ne ha, con molta meno solitudine. Questo dovrebbe essere comunicato anche ai bambini e ai ragazzi delle scuole. La prossima cosa da fare sarebbe promuovere una ricerca seria e indipendente basata sui fatti, sul perché abbiamo così pochi bambini e ciò che potrebbe motivarci ad averne di più, e sul rapporto costi-benefici delle diverse misure alternative per promuovere le nascite”.

  

“Triplicare il numero di strutture per l’infanzia in Germania ha avuto un ruolo centrale nel permettere alle donne di unire lavoro e famiglia”, dicono all’Istituto federale per la ricerca demografica. Nell’ultimo anno s’è registrato un aumento del 7 per cento delle nascite

Alcuni paesi europei sono sulla strada giusta. “Le indennità, gli incentivi fiscali e altri benefici per i genitori sono un must, dal momento che i bambini costano molto denaro e i loro genitori forniscono un enorme contributo alla società. Io non sostengo le elargizioni in contanti, piuttosto le agevolazioni fiscali e i benefici”. Ma deve cambiare anche la mentalità. “I cambiamenti nei valori culturali e famigliari e le leggi relative a questi problemi sono ancora più importanti dell’aiuto materiale. Un motivo chiave per avere così pochi bambini è che cerchiamo di averne quando siamo troppo vecchi. Il nostro modo di vivere attuale, il giovanilismo, fa sì che la gente rinvii troppo a lungo la decisione di diventare genitori. I governi potrebbero aiutare a creare una consapevolezza su questo, fornendo alcuni incentivi per le persone ad avere il loro primo figlio in età più giovane. La stabilità e la struttura famigliare sono una questione cruciale di cui i governi non sembrano preoccuparsi affatto, sfortunatamente, ma svolgono un ruolo cruciale nell’avere più figli. Circa la metà delle persone in Europa non si sposa più e una enorme proporzione di coppie alla fine divorzia. I governi dovrebbero spingere per la stabilità familiare e creare maggiore consapevolezza sociale dei benefici di una società con famiglie stabili e gli effetti devastanti del divorzio di massa sui nostri figli. Dobbiamo smettere di discriminare o svilire le madri non lavoratrici (hanno più figli delle madri che lavorano) e compensare i loro sforzi. Non dobbiamo dimenticare il ruolo dei padri negli incentivi pubblici per avere figli. Dobbiamo promuovere il prestigio pubblico di essere madri e padri, specialmente se con molti bambini. In passato, i genitori con le famiglie numerose erano molto rispettati. Oggi sono derisi. Dobbiamo aiutare le aziende nei costi associati ai bisogni dei genitori, dalla gravidanza al post-parto. I governi non dovrebbero fare affidamento per il nostro declino demografico sull’immigrazione straniera. E’ una soluzione preziosa ma parziale e solo se gestita correttamente. L’immigrazione mal gestita è invece una fonte di altri tipi di problemi sociali, come tutti sanno”.

   

L’Italia sui congedi al padre concede solo 0,4 settimane, meno del Messico, mentre in Francia ci sono 28 settimane e in Germania 8,7. Ci sono esempi positivi in Europa? “Nessun paese ha fatto abbastanza, come si può vedere nei tassi di natalità: nessun singolo paese europeo è stato costantemente al di sopra del livello di sostituzione della fertilità (2,1 figli per donna) negli ultimi decenni, e meno ancora se deduciamo la fertilità extra europea” continua conversando con il Foglio lo spagnolo Alejandro Macarrón Larumbe. “Un buon numero di paesi fornisce sostanziali incentivi materiali ai genitori, come Francia, Irlanda, i paesi scandinavi, Ungheria, Regno Unito. Temo che abbiano fallito perché ci siamo concentrati sulla parte meno importante di un piano di recupero delle nascite: fornire denaro ai genitori. Se le persone non vogliono avere figli, gli incentivi materiali saranno inutili.

 


“Noi americani facevamo più figli di voi europei. Poi, dalla crisi finanziaria del 2008, anche l’America ha contratto un sentimento del declino, il patriottismo è entrato in crisi e i tassi di fertilità sono crollati. Perché la grande differenza per costruire una famiglia e per fare figli, più che il welfare, è l’ ottimismo”


   

Tutti i dati disponibili mostrano che il denaro non è così importante, o per niente importante, nei tassi di fertilità dei paesi, come si può facilmente vedere con i paesi ‘mega-ricchi’ come Lussemburgo, Svizzera, Norvegia, Singapore, tutti con tassi di natalità estremamente bassi. Quindi, si tratta di valori culturali e per le élite si tratta di imporre le nascite come una priorità assoluta nell’agenda pubblica dei rispettivi paesi”.

 

“Avete più vacanze, più beni di consumo, più case, l’unica cosa che avete di meno sono i bambini”, ci dice l’economista americano Nicholas Eberstadt. “Più bonus bambini, più lavoro femminile, più case popolari,
possono fare la differenza. Ma la differenza vera la fa la cultura”

Cala la demografia anche in Irlanda, uno dei paesi più vicini al tasso di sostituzione di 2,1 bambini per coppia, dove ne nascono in proporzione il doppio che in Italia. Ma Dublino sta sviluppando una nuova “strategia del baby boom”. In Polonia, dopo che il governo ha stanziato il programma di aiuti ai nuovi nati “500+Families”, la demografia è tornata un po’ a crescere da 1,29 a 1,42. Kitas in Berlin gratis für alle, annuncia la Zeit. Il governo regionale di Berlino ha deciso che i genitori non dovranno più pagare le tasse per i figli negli asili comunali. I centri per l’infanzia nella capitale tedesca sono per la prima volta gratuiti, anche per bambini di età inferiore a un anno. Il governo centrale di Angela Merkel ha annunciato piani per immettere altri 3,5 miliardi di euro in servizi per l’infanzia per i prossimi quattro anni. La nuova legislazione rende Berlino il primo stato ad abolire completamente le tasse per i centri diurni municipali. In Renania-Palatinato, ad esempio, i bambini di età inferiore ai due anni sono stati esentati dai contributi, mentre in Bassa Sassonia e in Assia i bambini di età inferiore a tre anni sono stati esentati dalle tasse a partire dallo scorso autunno.

 

Sebastian Klüsener dell’Istituto Max Planck ha studiato le donne di lingua tedesca che vivono vicino al confine tra Belgio e Germania. Il Belgio ha a lungo sovvenzionato gli asili, mentre la Germania non lo ha fatto fino a poco tempo fa. Sul lato belga del confine, le donne avevano in media 1,8 bambini; sul lato tedesco ne avevano 1,65. Sembra poco, ma è tanto negli indici demografici europei. La Germania è corsa di recente ai ripari con il Kindergeld, il bonus da 192 euro per ciascuno dei primi due figli, 198 per il terzo e 223 euro per tutti i successivi. C’è chi, come la Repubblica Ceca, ha appena introdotto la sovvenzione fino al 70 per cento dello stipendio durante la maternità. In Danimarca hanno escogitato un’altra idea per aumentare i tassi di natalità in caduta. Ha iniziato la città di Thisted, nello Jutland nord-occidentale: in cambio di un eventuale aumento demografico saranno tenute aperte le scuole, gli asili nido e le strutture per il tempo libero che a rigore di logica dovrebbero oggi essere chiuse. Sempre più cospicuo l’investimento danese per bambino: 200 euro al mese fino ai due anni, 158 euro dai tre ai sei anni, 124 euro dai sette ai quattordici anni e 41 euro dai 15 ai 17 anni. Un paragone con l’Italia rende bene l’idea. I danesi spendono il 10,1 per cento del pil in pensioni e il 3,7 in famiglia. In Italia si spende il 13,7 della spesa sociale in pensioni e appena l’1,4 per cento nella famiglia. Anna Raute dell’Università di Mannheim, in Germania, ha analizzato le leggi tedesche sulla maternità retribuita, per verificare se vi fosse un legame tra il congedo di maternità e i tassi di fertilità. L’aumento della retribuzione ha aumentato con successo il tasso di fertilità. La Germania ha di recente incrementato le sovvenzioni. Durante le sei settimane precedenti e le otto settimane dopo il parto, le donne percepiscono la loro intera busta paga quando sono in congedo di maternità. Dopodiché, fino a dodici mesi si percepisce il 65 per cento del salario mensile, fino a un massimo di 1.800 euro al mese. Anche i lavoratori meno pagati, o le donne disoccupate, guadagnano 300 euro al mese. I papà, tra l’altro, hanno le ferie pagate per dodici mesi.

 

“Triplicare il numero di strutture per l’infanzia negli ultimi quindici anni ha avuto un ruolo centrale nel permettere alle donne di unire lavoro e famiglia”, dice Martin Bujard, direttore delle ricerche presso l’Istituto federale per la ricerca demografica a Wiesbaden. E i risultati si vedono: 792.131 nascite in un anno, un aumento del 7 per cento rispetto all’anno precedente e il numero più alto dal 1996. Le donne tra i 30 e i 37 anni stanno recuperando un po’ di terreno a causa delle condizioni economiche favorevoli e degli incentivi famigliari. Complice sicuramente l’ondata migratoria, ma non solo. Le nascite fra i soli cittadini tedeschi non immigrati sono aumentate del 3 per cento. Il tasso di fertilità complessivo è salito a 1,59 da 1,50 dell’anno precedente, il livello più alto dal 1973. “C’è un clima positivo per avere figli, è un’inversione di tendenza chiara”, dice Martin Bujard. Il paese ha speso 45 miliardi di euro in programmi per l’infanzia in un solo anno, con la maggior parte di questi destinati alle strutture per l’infanzia. Aggiungendo altri benefici come la maternità e il mantenimento dei figli, il totale speso per le famiglie sale a circa 90 miliardi di euro. E questo dopo aver riconosciuto che “la demografia è una delle sfide chiave per la Germania nei prossimi vent’anni”, ha affermato Oliver Rakau, capo economista tedesco presso Oxford Economics di Francoforte. L’Unione europea ha organizzato conferenze come Europa 2020 e il vertice di Barcellona per affrontare le lacune in materia di fertilità.

 

La vignetta di Makkox


 

Sta ottenendo risultati anche l’Ungheria sovranista di Viktor Orbán, con 21 mila nuovi posti nelle scuole materne, la riduzione del mutuo di tremila euro per un secondo figlio, l’esenzione fiscale a vita per le madri con quattro o più figli. E’ la “politica dei tre figli” che dal 2016 per una coppia sposata che compra una nuova casa con almeno tre figli significa sussidi che vanno da 50 a 80 mila dollari. Dato che lo stipendio medio in Ungheria è di circa 12 mila euro all’anno, un sussidio di impatto equivalente per gli americani, basato su quei redditi più alti, significherebbe cifre dai 40 ai 250 mila dollari. Un programma che non ha precedenti.

 

“Dobbiamo guardare l’Europa di oggi e quella degli anni Cinquanta”, dice al Foglio Nicholas Eberstadt, l’economista americano che da anni applica lo studio della popolazione agli indici di crescita. “Avete più vacanze, beni di consumo, case, e l’unica cosa che avete di meno sono i bambini. State consumando di più in ogni direzione, l’economia è importante ma l’idea che la demografia segua l’economia è anche assurda. Il miglior indicatore è il numero di bambini che le donne dicono di volere. E sta accadendo anche in America o nell’Asia più ricca. E quell’indicatore sta collassando ovunque. I bonus bambini, il lavoro femminile, le case popolari, possono tutti insieme fare una differenza, ma non troppo significativa. In Svezia, dove la demografia andava sempre molto bene, si vede come le politiche nataliste sono spesso costose e poco efficaci. E in America noi siamo l’esempio perfetto al contrario: non avevamo il welfare e i tassi di nascite erano ottimi. A Singapore da anni spendono montagne di denaro per aumentare i tassi di fertilità. Oggi hanno un bambino a testa. E ora si domandano se, forse, non era meglio fare l’opposto. La domanda fondamentale allora è: c’è desiderio di bambini? Pochissime società hanno visto la demografia risalire dopo simili crolli della popolazione, ma fu ad esempio dopo la Seconda guerra mondiale che si ebbe il baby boom. E succede con la popolazione ebraica in Israele, dove il tasso di fertilità è molto più alto di due bambini a testa e non solo fra i religiosi. L’Europa deve rivoluzionare la mentalità generale, forse serve un risveglio religioso, forse un cambiamento ideologico, forse una trasformazione della visione culturale della società. E questo desiderio dei bambini seguirà a ruota. Una delle possibilità in Europa è una riscoperta della cristianità, anche se oggi non la vedo realistica. Una sorta di patriottismo culturale potrebbe essere un’altra strada. Il punto centrale è che se le persone sono ottimiste sul futuro, il desiderio di una famiglia verrà di conseguenza. Stati Uniti ed Europa dagli anni Novanta hanno visto tassi demografici diversi, con l’America sempre in testa. Questo era dovuto al fatto che l’America era più religiosa, più patriottica, più orgogliosa, più ottimista, ma negli ultimi dieci anni, dalla crisi finanziaria del 2008, anche l’opinione pubblica americana è entrata in una atmosfera di declino. E i tassi di fertilità sono crollati anche qui e stanno assomigliando a quelli dell’Europa. Voi europei dovete capire quali sono le conseguenze del crollo demografico”.

  

Eberstadt indica il Giappone. “E’ una ‘società della mortalità netta’. I tassi di mortalità sono più alti dei tassi di natalità e lo squilibrio è in aumento. La nazione è destinata a iniziare un periodo prolungato di spopolamento. E’ terrificante, non soltanto l’invecchiamento della popolazione e della forza lavoro, ma anche il collasso sociale. I demografi giapponesi ci dicono che le ragazze non sono interessate alla famiglia. Il Giappone sarà un paese di vecchi isolati. I tedeschi, che hanno visto il loro numero calare di circa 700.000 persone dal 2002 al 2009, hanno un termine per questo nuovo fenomeno: schrumpfende Gesellschaft, o restringimento della società. Implicito nella frase è un progressivo spopolamento in tempo di pace che comporterà molto più della conta delle teste. Ineludibilmente significherà una trasformazione della vita famigliare, delle relazioni sociali, delle speranze e delle aspettative e molto altro ancora. Non avevamo mai visto nulla del genere nella storia finora. L’Europa potrebbe mantenere la sua ricchezza anche in questo declino, con la tecnologia, le riforme del lavoro, nuovi meccanismi sociali. Ma più che la conta delle teste, la questione decisiva è come può una società sopravvivere a questa rivoluzione famigliare e disintegrazione dei legami sociali. I costi associati all’invecchiamento della popolazione sono stimati per circa la metà del debito pubblico delle economie avanzate negli ultimi vent’anni. In senso tecnico, abbiamo creato in occidente la formula perfetta per la ricchezza, la longevità, l’istruzione, ma senza eredi. Siamo in uno stadio evolutivo unico”.

  

“Le famiglie con bambini pagano per i futuri contribuenti, mentre le persone senza figli si stanno facendo un giro gratis, quindi queste ultime dovrebbero pagare contributi più elevati per le pensioni future” sostiene David P. Goldman. “Ma l’Europa deve anche ritrovare orgoglio in quello che è”

Si dice d’accordo con Eberstadt un altro intellettuale americano. “Ho proposto una scala mobile per i contributi di previdenza sociale” dice al Foglio David P. Goldman, commentatore americano e fondatore di Asia Times, che da anni scrive di demografia. “Le famiglie con bambini pagano per i futuri contribuenti, mentre le persone senza figli si stanno facendo un giro gratis, quindi queste ultime dovrebbero pagare contributi più elevati per le pensioni future. Anche le politiche a misura di bambino come l’assistenza domiciliare agevolata aiutano. Ma gli incentivi economici non saranno mai sufficienti. Avere un figlio è una decisione esistenziale, una scelta di vita completamente diversa. Le persone fanno questa scelta con riverenza verso il passato e speranza verso il futuro. Israele ha pochi incentivi economici per la fertilità, ma ha di gran lunga il più alto tasso di fertilità nel mondo industriale. Gli europei non si preoccupano abbastanza del loro passato da sacrificare per il futuro. Quando i paesi europei tentano di risuscitare interesse nel loro passato, tendono a farlo in modo maldestro, come i polacchi per la collaborazione in tempo di guerra, o gli sforzi dell’Ungheria per riabilitare l’ammiraglio Horthy. Manca la leadership intellettuale e morale per ridare orgoglio alla storia dell’Europa. Questo è un ottimo motivo per invertire il declino. I governi possono certamente inculcare l’orgoglio nazionale, attraverso programmi scolastici, musei, monumenti”. Ma messa così, è come se nel liberalismo ci fossero le condizioni stesse di una crisi demografica. “Ciò che oggi chiamiamo ‘liberalismo’, ovvero l’assoluta autonomia dell’individuo, significa semplicemente edonismo e non incoraggia il sacrificio di sé richiesto per crescere i figli”.

  

E’ inevitabile allora il declino? “Nulla che riguardi gli esseri umani è inevitabile. Abbiamo sempre una scelta. C’è sempre una speranza. Anche se la probabilità di un’inversione demografica dell’Europa è molto bassa”.

 

Se non fa qualcosa, l’Italia si avvia a diventare come quel brano di “2024”, romanzo distopico scritto nel 1975 da Jean Dutourd, membro dell’Académie française: “Lo scorso 22 maggio, per strada, ho visto un bambino. Dava la mano al suo papà che era un uomo sulla trentina. Che spettacolo curioso! Già un uomo sulla trentina non è una cosa che si veda spesso. A maggior ragione se è accompagnato da un bimbo. Rimasi rapito. E non fui il solo a esserlo. Tutti si voltavano a guardare. Una signora si fermò, un signore lasciò cadere il suo bastone da passeggio. Il papà era consapevole della stranezza della situazione. Guardava con fare provocatorio i passanti, come per dire loro: ‘E va bene, sono giovane, ho un figlio, ci vado a passeggio assieme, gli parlo davanti a tutti. Lo amo, lo introduco alla vita, o almeno a ciò che conosco di essa. Se a qualcuno dà fastidio tutto ciò, me lo venga a dire in faccia!’. I volti delle persone offrivano una scena esilarante: un po’ disgustati, un po’ scandalizzati, ma soprattutto stupefatti”.

 

Questo nostro 13 maggio 2019 rischia di assomigliare sempre di più a quel 22 maggio 2024.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.