Utopia senza futuro

Giulio Meotti

La Finlandia è il paese più felice al mondo e il paradiso delle mamme. Ma non nascono bambini. Una lezione per l’Europa senescente

“Negli Stati Uniti costa 12 mila dollari avere un bambino, in Finlandia 60”, ha tuittato qualche giorno fa Bernie Sanders, la vecchia nuova speranza della sinistra americana, nel perorare la causa del socialismo negli Stati Uniti. Quando una donna in Finlandia aspetta un figlio la Kela, l’ente pubblico di previdenza sociale, le invia a casa una grande scatola con vestitini, calze, lenzuola, il set per l’igiene del bambino, un materasso e un libro. Si chiama äitiyspakkaus (“corredo da neonato” in finlandese).

 

La Finlandia è il paese più felice secondo l’Onu, il paese con la minor corruzione, il paese più stabile, il paese più sicuro, il paese meglio governato, il secondo paese più progressista, il terzo paese più socialmente giusto, il paese col sistema giudiziario più indipendente, il paese con le banche più solide, il paese i cui cittadini godono dei più alti livelli di libertà personale, il terzo paese per parità di genere, il paese i cui figli si sentono più sicuri, il secondo paese dove i ragazzi leggono di più , il paese più alfabetizzato, il paese col più basso tasso di mortalità materna… Ha ragione Sanders, come non ammirare e invidiare un paese dove si nasce gratis e che Us News ha incoronato “il miglior paese al mondo dove allevare dei figli”? E i record non si fermano qui. E’ stato il primo paese in Europa a dare uguali diritti di voto a uomini e donne, a consentire alle candidate di presentarsi e, nel 1917, a eleggere un primo ministro socialdemocratico.

 

Prototipo della società moderna, illuminata, senza corrosive identità culturali, il modello finlandese è considerato cosi perfetto da essere irraggiungibile per gli altri. Il problema è che in Finlandia non si nasce più. I bambini sono diventati merce rarissima. E la denatalità ha messo in crisi quel paradiso di sviluppo ed equal opportunities. “Se guardi a dove eravamo allora e dove siamo ora, penso, assolutamente, che tu possa parlare di un miracolo finlandese”, ha detto Bengt Holmström, un economista premio Nobel di Helsinki. Il segreto, ha detto il romanziere Sirpa Kähkönen, è nella parola talkoo, che significa “lavorare insieme, collettivamente, per un bene specifico, in maniera uguale”. Se c’è un modello di società creata dagli intellettuali quella è la Finlandia. Il filosofo e professore Ilkka Niiniluoto dice che l’intero paese è “una costruzione sociale dei professori universitari”. Dall’indipendenza, quasi il 30 per cento dei capi di stato e degli uomini di governo finlandesi, tra cui la metà dei primi ministri, sono stati professori universitari.

  

    

La patria del progresso è percorsa da una drammatica crisi demografica (la peggiore dal 1866) diventata politica 

Ma la patria del progresso sembra non avere futuro, a causa di una drammatica crisi demografica. In un nuovo edificio incuneato tra il mare e una centrale elettrica a nord-ovest di Helsinki, i finlandesi stanno realizzando un esperimento di assistenza agli anziani. Un gruppo di 30 persone di età superiore a 60 anni vive in quel complesso residenziale chiamato “Kotisatama”, le cui strutture comprendono due saune, una terrazza e una palestra. Ma non c’è staff. Kotisatama è una comunità in cui gli anziani vivono autonomamente. 63 appartamenti per 18 coppie, quattro uomini single e il resto di donne single. Ogni settimana, gruppi di sei si alternano per cucinare e pulire. Una sorta di kibbutz urbano per vecchi.

 

Lo sviluppo di Kotisatama sta attirando molta attenzione perché la Finlandia ha una delle popolazioni che invecchia più rapidamente al mondo. Tra i paesi ricchi e industrializzati, solo il Giappone e la Corea del Sud hanno avuto negli ultimi anni un aumento maggiore di vecchi rispetto alla Finlandia. In un articolo iconico pubblicato dieci anni fa e intitolato “The Motherhood Experiment”, la rivista del New York Times celebrò la Scandinavia come soluzione alla crisi demografica della società europea. “Curiosamente, i tassi di natalità più bassi in Europa sono visti in paesi in maggioranza cattolici, dove la vecchia idea che l’uomo è il capofamiglia e la donna è l’allevatrice di bambini è ancora forte…. Nel frattempo, i paesi che sostengono un alto numero di donne lavoratrici, come i paesi scandinavi, hanno tra i più alti tassi di natalità”.

 

Le prime avvisaglie finlandesi si ebbero due anni fa, quando secondo i dati dell’Ufficio statistico federale il piccolo paese nordico vide il suo tasso di mortalità eclissare il tasso di natalità per la prima volta dal 1940. Quell’anno, 52.645 bambini vennero alla luce e 53.629 persone passarono a miglior vita. Fu uno choc, in un paese sostanzialmente al riparo dai grandi flussi migratori che, ad esempio in Italia, da vent’anni mascherano il collasso demografico in corso.

 

Mentre le persone con più di 85 anni rappresentavano solo l’1,5 per cento della popolazione finlandese nel 2000, oggi sono il 2,7 per cento e nel 2070 si prevede che saranno il 9 per cento. La Finlandia ha discusso su cosa fare riguardo ai suoi problemi demografici da vent’anni, spingendo per le riforme del sistema sanitario, dell’assistenza sociale e delle pensioni. “La Finlandia è un paese razionale, è qualcosa che abbiamo preso molto seriamente, come non avviene nella maggior parte dei paesi”, ha detto al Financial Times Ilkka Kaukoranta, capo economista della confederazione sindacale finlandese.

  

Gli scandinavi imputavano la bassa natalità a “una crisi della tradizionale famiglia europea col capofamiglia”. Ora ci sono loro

Ma il tasso di natalità in Finlandia continua a scendere e ha raggiunto il livello più basso in 148 anni. L’economista di Aktia Bank, Heidi Schauman, ha descritto le statistiche come “spaventose”, affermando che la tendenza è una condanna a morte per un paese con un welfare state generoso. La Finlandia ha avvertito all’inizio di quest’anno che il numero delle nascite potrebbe non superare la soglia dei 50 mila per la prima volta da quando il paese ha sperimentato le famose carestie tra il 1866 e il 1868. Fu l’ultima grande carestia per cause naturali che abbia colpito l’Europa. Il quindici per cento dell’intera popolazione finlandese morì e nelle aree più duramente colpite si arrivò a punte del venti per cento.

 

Ma a quel tempo la Finlandia aveva due milioni di abitanti, contro i cinque milioni e mezzo di oggi. Il governo finlandese – coalizione a tre partiti – è crollato lo scorso mese per la sua incapacità di approvare riforme del settore sanitario e delle amministrazioni locali prima delle elezioni del 14 aprile. Per l’Europa, la Finlandia è un avvertimento sui problemi politici intrattabili che ci attendono tutti. La popolazione finlandese sta invecchiando più velocemente di qualsiasi altro paese europeo, anche se Germania e Italia avranno picchi più alti di persone anziane (ne parlano superbamente Antonio Golini e Marco Valerio Lo Prete nel loro nuovo libro “Italiani poca gente”, Luiss University Press, con la prefazione di Piero Angela).

 

Se non in Finlandia, paradiso del welfare, dell’assistenza alla maternità, della parità di genere assoluta, i bambini dove dovrebbero nascere? Il caso finlandese inoltre sconfessa valanghe di saggi e articolesse su come, per risollevare una natalità in caduta libera, serve più welfare. Helsinki si vantava da anni di avere le più generose offerte europee in termini di asili nido e assegni di congedo parentale. La lezione dalla Finlandia potrebbe essere che il tentativo di rendere sostenibili costi sanitari e di assistenza agli anziani comporta scelte politiche che pochi governi sono disposti a fare, sollevando interrogativi sulla crescita economica a lungo termine e sulla salute delle finanze pubbliche per governi sempre più a corto respiro in Europa.

 

Mentre in Italia il reddito di cittadinanza, bandiera del Movimento 5 stelle, doveva ancora passare al vaglio del Parlamento, la Finlandia lo archiviava, dopo essere stata la prima ad adottarlo due anni fa. Scarsi i risultati di incentivo economico, troppo forte il peso su un già massiccio welfare state. Neppure rompere l’omertà attorno alla decimazione demografica all’orizzonte – che regna ad esempio in Italia – ha aiutato in Finlandia. “In termini europei ci siamo preparati presto”, afferma Marja Vaarama, professoressa di Servizi sociali presso l’Università della Finlandia orientale.

  

E’ un avvertimento sui problemi che ci attendono. Lì, in un paese piccolo e che affronta le sfide, si vedono meglio 

I finlandesi, con il loro rigorismo e razionalismo protestanti, hanno guardato in faccia la gorgone demografica. Come un funzionario dell’Eurozona ha osservato conversando con il Financial Times, “se voglio deprimermi penso a quello di cui non stiamo parlando affatto: il ticchettio della bomba a orologeria demografica”.

 

 Gli over 65enni in Finlandia hanno superato gli under 14 e nel 2070 si prevede che saranno circa un terzo della popolazione. La Finlandia è la società più omogenea d’Europa. Per questo la denatalità minaccia il futuro. Proprio come in un altro paese omogeneo, il Giappone. Le chiamano “ghostdo”, città fantasma. Come Yubari City, una delle città industriali importanti di Hokkaido, che da una popolazione di 120 mila persone è scesa sotto le diecimila. Secondo l’Istituto nazionale per la popolazione e la sicurezza sociale del Giappone, entro il 2040, la maggior parte delle città più piccole del paese vedrà una calo drammatica da un terzo alla metà della loro popolazione. Un libro del 2014 di Hiroya Masuda, un ex governatore della prefettura di Iwate, dal titolo “Local Extinction”, spiega che 896 città, paesi e villaggi in tutto il Giappone sono a rischio di estinzione entro il 2040. La popolazione complessiva del Giappone di 126 milioni è prevista che scenda ad 80 milioni nei prossimi tre decenni. Quando la popolazione cade a 80 milioni, circa 35 milioni di persone avranno più di 65 anni.

  

 

Manuel Castells, un famoso sociologo di origine spagnola che vive negli Stati Uniti ma che ha studiato a lungo in Finlandia negli anni Novanta, nel 2005 ebbe a definire la Finlandia “un piccolo paese con una cultura in via di estinzione”. Nel 2001, l’Istituto svedese – una sorta di braccio di propaganda del governo su questioni sociali e culturali – uscì con un documento intitolato “L’uguaglianza di genere: una chiave per la nostra futura prosperità economica?”. L’autrice, Lena Sommestad, elogiò il modello di politica familiare scandinava come soluzione per l’implosione demografica dell’Europa. Sommestad sosteneva che la sfida dell’Europa di ridurre il tasso di natalità aveva due chiavi: l’emancipazione femminile e “una crisi della tradizionale famiglia europea col capofamiglia”. Ma non ha funzionato neppure questo. Negli ultimi anni, la Finlandia ha così iniziato a calcolare il cosiddetto “gap di sostenibilità”: la differenza a lungo termine tra la spesa pubblica e il reddito che sarà aggravato dall’invecchiamento della popolazione.

  

Gli over 65enni in Finlandia hanno superato gli under 14: si prevede che nel 2070 saranno circa un terzo della popolazione

Nella vicina Lettonia, a sud della Finlandia, si parla già di “scomparsa” del paese. Nel 2000, la popolazione della Lettonia era pari a 2,38 milioni. Oggi è di 1,95 milioni. Nessun altro paese ha avuto un calo più precipitoso della popolazione – il 18,2 percento secondo le statistiche Onu, a causa dell’emigrazione, delle morti naturali e delle basse nascite. “La Lettonia è già un paese con una bassa densità di popolazione”, ha affermato Otto Ozols, eminente giornalista e commentatore televisivo. “A questo ritmo, tra cinquant’anni circa, la Lettonia potrebbe cessare di essere una nazione”.

  

La popolazione finlandese, al tasso di fertilità di 1,43 che si prevede quest’anno, comincerà a ridursi fra vent’anni. Poi sarà in caduta libera. Fino a qualche anno fa, la Finlandia era famosa per le drammatiche statistiche dei suicidi. Complici il clima, la solitudine, le distanze. Adesso fa parlare di sé per il suicidio demografico. L’utopia rischia di trasformarsi in un oblio.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.