Una scena di Titanic, film del 1997 di James Cameron

La mamma è nonna

Simonetta Sciandivasci

Il racconto sulla maternità di Laura Lippman, sessantenne con una figlia ottenne

Laura Lippman è una scrittrice ed è anche molto ricca. Ha sessant’anni, un marito e una figlia di otto che, da quando è nata, le vale lo sguardo intenerito di tutti, e successiva domanda: sei sua nonna?

  

Lei, gentile di quella gentilezza spensierata che solo i ricchi hanno (scusate il classismo), risponde: “No, sono sua madre, ma sono grande abbastanza da poter essere sua nonna, quindi capisco che tu me lo chieda”. Una santa.

 

E noi, pivelle, che ci lagniamo del “bullismo dell’orologio biologico”, di quelli che ci fanno sedere sul tram credendoci incinta mentre invece siamo solo modelle H&M, di quelli che, se abbiamo il cuore spezzato, prima di darci un consiglio non richiesto, ci domandano quanti anni abbiamo – a 28 ci dicono che abbiamo tutta la vita davanti, a 30 che non dobbiamo preoccuparci, dopo i 40 che nella vita c’è tanto altro, per esempio il pilates. Noi ne soffriamo, disperatamente, non essendo ricche e di successo e americane, pur dicendo che sì, vogliamo dei figli e li vogliamo non domani ma prima o poi, e chissà a chi mentiamo, e perché. Come Lippman, tuttavia, potremmo diventare madri a cinquantadue anni, anche se adesso ci sembra irrealistico, soprattutto perché quello che lei ha scritto e riscritto, nel meraviglioso racconto della sua maternità (si chiama “Game of Crones”, lo trovate su Longreads), è che per fare la mamma in età avanzata si deve godere di buona salute e avere molti soldi, più di quelli che servono normalmente, perché l’assistenza di cui si necessita si duplica, o triplica, e potrebbero essere necessari avvocati per adottare, cure cliniche per rimanere incinta, e tutte quelle cose che sembrano già massimamente estenuanti e dispendiose a trenta-quarant’anni, figuriamoci per chi ha venti-trent’anni di più.

 

Cosa racconteremo, ai figli che non avremo, di questi cazzo di anni Zero, è una domanda da uomo, e infatti la cantava qualche tempo fa Vasco Brondi. Noi, della sua stessa generazione, ai figli che avremo racconteremo forse che una volta, da giovani più o meno, abbiamo letto una cosa che ci sembrava distopia e che invece poi ci è successa: siamo diventate madri all’età in cui avremmo giurato di diventare nonne, o depresse, o sole per sempre, o spietate come Monica Scattini in “Parenti Serpenti” - la child free che non intendeva prendersi in casa i genitori anziani perché “metti una paralisi, che fai, chiami Cristo che ti aiuta?”, e però piangeva quando qualcuno parlava di bambini abbandonati, o morti di stenti, o orfani, purché lontani da lei migliaia di chilometri.

  

Gli over sessanta, in Italia, sono il 23 per cento della popolazione e – riportiamo da un comunicato stampa su una collana di libri di Giunti dedicata all’eros fra ultrasessantenni - “godono di buona salute, sono economicamente più sicuri dei giovani, e hanno molto tempo libero a disposizione”. Saremo, noi, sessantenni altrettanto felici e ricchi o almeno benestanti abbastanza da poter assicurare liceo, università, disoccupazione ai figli che avremo, così come, oggi, a Baltimora, fa Lippman?

  

Come si sopporta quel taccuino su cui a un certo punto tutte ci appuntiamo dei calcoli feroci – quanti anni avrò quando mio figlio andrà all’università, si sposerà, divorzierà, incontrerà una stronza che lo farà a pezzi, resterà senza di me perché morirò? Scrive Lippman, dopo aver raccontato che lavora come e quanto lavorava quando non era madre, forse persino meglio, e che cucina di più, e che prima o poi comincerà a rispondere a chi le chiede se sua figlia è sua nipote che “sono la sua bisnonna, ho 85 anni, ma sono fantastica per la mia età”: “Ho sessant’anni e sono vecchia, mia figlia ha 8 anni e lascerò che sia lei a scrivere la fine della storia. Ho altra scelta?”. “La maternità è la sola storia di cui non conosco il finale”: non vale sempre? Non vale per tutte le madri del mondo, anziane, giovani, giuste, precoci? Cos’altro significa fare figli, oltre che mettere al mondo qualcuno che andrà dove gli pare e, libero dalla nostra manomettente presenza, scriverà – e sarà - il nostro finale? Racconteremo, ai figli che avremo a sessant’anni, quanto poco li possederemo noi e quanto, tantissimo, ci possiederanno loro.

 

Ps. Dice Lippman che la matematica è importante nella maternità in età avanzata, ma voi evitate più che potete i calcoli sul taccuino. Non sono davvero calcoli: sono tarocchi.

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