cerca

Una generazione di orfani alla ricerca dei suoi padri

Dialogo con Michael Brendan Dougherty, che ha scritto un memoir sulla necessità del padre in un mondo fondato sul falso mito della liberazione

8 Settembre 2019 alle 06:15

Una generazione di orfani alla ricerca dei suoi padri

Primi passi, Van Gogh (1890)

Il giornalista americano Michael Brendan Dougherty ha scritto un libretto importante e perciò largamente ignorato dagli augusti recensori delle redazioni che contano. S’intitola My Father Left Me Ireland: An American Son’s Search For Home, ed è un memoir, genere sfiancante o noiosamente nostalgico quando non viene interpretato come lettura in profondità del tempo presente. Dougherty riesce nella rara impresa, seguendo le orme dell’amico J.D. Vance, il quale raccontando la storia della sua famiglia ha colto la tragedia del popolo degli hillbilly che credeva di avere trovato in Donald Trump un interprete fedele. L’autore ha scelto la forma epistolare. Scrive lettere al padre irlandese, che ha abbandonato la famiglia in America e si è fatto un’altra vita nella vecchia Irlanda, diventando una presenza episodica, e tuttavia non insignificante, nella vita di Dougherty. Si trovano molte cose in questo libro: la madre single che va a lezione di irlandese, l’epica potente e tragica dell’indipendentismo, il Jersey Shore che s’affaccia sul porto di Galway, per chi ha occhi e immaginazione buone, il passaggio fra generazioni, la bruma, il suono dei violini, l’amore struggente per la patria, ideali solidi nei quali credere e per i quali combattere. Se lo si legge con Tinker’s Lullaby in sottofondo, anche chi non ha mai messo piede in Irlanda rischia di provare un moto di nostalgia per quella terra misteriosa. Ma poiché la vocazione dell’infaticabile redazione del “pensiero dominante” è fare carotaggi nella complessità alla ricerca di un’idea sintetica, ecco l’idea centrale dell’elegia epistolare di Dougherty: senza un padre non si può vivere. Tutte le altre riflessioni che l’autore offre, tutti i pensieri e i vivaci aneddoti, le osservazioni pregnanti di questo cultural critic della generazione millennial, sono conseguenze ed emanazioni di questa idea. L’ineludibile necessità del padre è il centro di gravità, tutto il resto circola in orbita.

 

In un’intervista, Dougherty snocciola il ragionamento che nel libro svolge in forma narrativa, partendo dal “mito della liberazione”, una narrazione che è diventata il “principio organizzativo del mondo intorno a me” e ha reso la sua generazione – è nato nel mezzo degli anni Ottanta – una banda di “narcisisti impotenti”, dove “impotenti” è la parola chiave. La liberazione da ogni autorità prometteva esattamente potere, controllo, empowerment secondo la terminologia post-femminista. “Al centro di questo mito – dice Dougherty – c’è l’autocreazione, l’idea che sono libero di inventare me stesso, di determinare la mia identità. Il problema di questo mito è che nega se stesso, perché promette un obiettivo impossibile. La narrazione classica, se così la vogliamo chiamare, dice: accetta ciò che sei già e tenta di vivere all’altezza della tua natura, mettendo a frutto i talenti che ti sei trovato addosso. Il mito della liberazione invece ci invita a diventare ciò che vogliamo essere, ma questo ci imprigiona in un irrisolvibile conflitto con noi stessi. Così ci troviamo completamente assorbiti da noi stessi e incapaci di agire nella realtà, protagonisti di azioni inefficaci, perché gran parte della nostra energia creativa la spendiamo per rassicurarci che siamo liberi. L’uomo che si autocrea è fondamentalmente insicuro, quindi ha bisogno di continue conferme”.

 

L’origine di questa antropologia della liberazione, spiega Dougherty, è da cercare nei fondamenti stessi della modernità, ma si è imposta su larga scala con la generazione dei suoi genitori, i baby boomers: “E’ stata la prima generazione che in cui la persona media, il lavoratore normale, ha sentito che poteva esercitare la propria libertà in quel modo. Prima la coltivazione di sé era un lusso, mentre la prosperità diffusa del dopoguerra all’improvviso è apparsa come un diritto di nascita. Questo ha alimentato l’aspettativa di diventare completamente liberi come società, e così la nostra generazione si è illusa di potersi liberare dai propri padri. Ammiro l’indipendenza di pensiero, ma sono arrivato a dubitare di questo progetto di società basato sull’autocreazione. E’ una forma di autoterapia in fondo banale, noiosa”.

 

In uno dei passaggi più controintuitivi del suo libro, l’autore collega la liberazione – quella vera, non la sua ombra narcisistica – all’idea del sacrificio, al sacrificio: “La sola liberazione degna di essere perseguita è quella che si ottiene mediante il sacrificio” . Dougherty rispolvera un termine doppiamente obsoleto, ché evoca la fatica e il sacro, due dimensioni obliterate dell’esperienza: “Per me si tratta di una lotta quotidiana per affermare che uno ritrova se stesso soltanto quando si perde. Le liberazione intesa come autocompimento lascia spazio a un docile arrendersi alle circostanze e alle persone che incontriamo sulla nostra via”. E’ sullo sfondo di questa ingannevole liberazione, da redimere con il sacrificio, che si colloca la foga dell’eliminazione del padre. Raccontando della sua infanzia nell’ambiente suburbano, Dougherty parla di una “architettura della fatherlessness”: le case stesse sono concepite per ospitare famiglie in cui il padre è una figura assente o tirannica, con giardini di cui si prendono cura operai che a loro volta sono costretti a vivere lontano dai figli. La lotta aperta al patriarcato, origine di tutti i mali nella logica della liberazione femminista, partorisce così lo svuotamento della figura del padre, il grande assente della scena contemporanea. “Senza un padre è impossibile non vivere una vita affettivamente fragile e vulnerabile”, dice Dougherty, che ha scritto le missive a suo padre proprio quando lui stesso è diventato padre, in un atto di riconciliazione fra generazioni. “Una delle cose che ho sperimentato scrivendo il libro è che mi ha aiutato a capire di più la generazione dei miei genitori, e l’ossessione per la guerra al patriarcato, che nasceva in un contesto in cui effettivamente c’era un problema della tirannia del padre. Il padre ha sempre il potenziale di diventare un tiranno, e vivere con un padre del genere è la peggiore situazione immaginabile, è l’inferno. Per esorcizzare questa perversione si è però promosso l’ideale opposto, quello del padre assente, della società fatherless, che poi è la ragione profonda per cui stiamo edificando una società childless”, dice l’autore. 

 

L’unico padre ammesso nell’ambito della decostruzione del patriarcato è il “padre-ingegnere sociale”, quello che legge ai figli favole per X ore al giorno perché gli studi di psichiatria infantile dicono che è la quantità ottimale per sviluppare le capacità cognitive, così da innalzare la possibilità che prenda voti alti nei test standardizzati, per poi accedere alle università d’elite, indirizzo STEM, e fare carriera, successo, soldi. Questo padre ha abdicato a ogni pretesa di autorevolezza “al di fuori delle verità dimostrate dalla scienza”, ed è dunque un'ancella del grande scienziato sociale che sovrasta il sistema educativo, è un funzionario di un invisibile ministero dell’educazione universale. Ma chi è dunque il padre senza il quale non si può vivere e con cui Dougherty, attraverso la sua vicenda, ci invita a riconciliarci? Un tentativo di risposta si trova nelle pagine del libro, dove l’autore ripercorre le gesta eroiche, e non prive di senso del tragico, dei protagonisti dell’indipendenza irlandese, che con “gloriosa follia” si sono consapevolmente gettati fra le braccia dei loro aguzzini. Dal loro sacrificio è nato il paese. Dougherty si domanda retoricamente: “Dei self-made men avrebbero potuto fare questo? Avrebbero potuto farlo uomini intelligenti, ma che in fondo credono che la nobiltà sia essa stessa una delusione? Avrebbero potuto farlo uomini che sospettano che questo mondo, e tutto ciò che facciamo, sia, in fondo, senza un senso?”. Forse il padre di cui Dougherty proclama la necessità è questo: colui che introduce le nuove generazioni all’idea che questo mondo abbia, in fondo, un senso.

Mattia Ferraresi

Mattia Ferraresi

Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi