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Il successo di TikTok, il "social dello svago" che piace ai millennial

Simonetta Sciandivasci

Su Twitter e Facebook siamo obbligati ad avere un’opinione, per questo i giovani hanno scoperto una nuova piattaforma

Roma. La coazione a giudicare potrebbe avere gli anni contati. Il declassamento dell’opinione ad aggressione, pure. Perché i social network trasfigurati come li vediamo oggi, e cioè come mezzo dell’espressione senza comunicazione, della disinformazione e dell’indignazione, potrebbero non avere più utenti nel giro di un paio di generazioni. L’anno scorso, tra le app più scaricate insieme a Messenger, WhatsApp e Instagram, c’era TikTok (800 milioni di iscritti, la maggior parte dei quali adolescenti), che secondo il New York Times sta “riscrivendo il mondo” e “potrebbe cambiare il modo in cui i social network funzionano”. Su TikTok non ci si scambia contenuti, ma performance: video di 15 secondi in cui si canta, balla, recita, parla, straparla, cucina. Insomma, si crea.

 

L’obiettivo è sfidarsi e, naturalmente, conquistare follower (è su TikTok che molti nuovi influencer di Instagram sono nati e cresciuti). Su Avvenire si sono subito allarmati: “Questo social si basa sulla competizione, così ancora una volta i più fragili rischiano di finire stritolati da quello che solo in apparenza è un gioco”. Ma forse in questa dimensione giocosa (che lo sia in apparenza oppure no è ininfluente) c’è una esautorazione, una stanchezza: all’assertività di Twitter e Facebook si comincia a preferire lo svago.

 

Il fatto che si tratti di uno svago privato dei tratti essenziali di tutti gli svaghi, e cioè il disinteresse e l’improduttività (su TikTok ci si esibisce comunque per guadagnare seguaci), conferma che la pressione di cui vogliamo liberarci e che i ragazzi non intendono ereditare è quella dell’eccessiva reattività all’informazione. Mentre noi anziani discutiamo di come arginare le fake news, regolamentare le interazioni tra sconosciuti, arginare il cyberbullismo, ripristinare la consapevolezza che non su tutto è possibile avere un’opinione e che “su ciò di cui non si può parlare è meglio tacere”, e lo facciamo per garantire un futuro migliore, quelli che del futuro saranno i protagonisti sembrano disinteressati a usare la tecnologia a scopi diversi da quello ricreativo. La “rivoluzione industriale della vergogna” di cui parlava lo scrittore Salvatore Scibona sul New York Times qualche giorno fa potrebbe trovare, in questa nuova tendenza, un’occasione di riordino?

 

Scrive Scibona: le nuove tecnologie hanno potenziato la nostra capacità di produrre e distribuire prodotti. Questi prodotti, su Facebook e Twitter in particolare, non sono nient’altro che le nostre opinioni e i nostri giudizi. Su tutto. Non c’è notizia che, condivisa online, non ci chiami al commento, alla partigianeria, allo sdegno, a una forma malata, ottusa (e soprattutto irrilevante) di militanza. Mentre Scibona auspica che l’umanità impari dalla letteratura la sospensione di giudizio davanti a un fatto e al suo racconto, davanti a un personaggio e alla sua storia e alle sue malefatte, evidenziando quanto guadagneremmo in libertà (e salute) se solo ci ricordassimo che l’informazione è conoscenza, quella cosa che sollecita l’apprendimento e non il posizionamento, il futuro potrebbe essere popolato da cultori di un cazzeggio più onesto di quello nel quale siamo attualmente tutti impegnati (propalare grandi verità personali a mezzo status), un cazzeggio più puro (online ci vado per fare il pagliaccio, non per dire al mondo la mia sulla geopolitica).

  

Se mai dovesse succedere, vista l’interdipendenza di online e offline, anche dall’altra parte dello schermo preferiremo gioco e atarassia? Rifuggiremo l’impegno, anche solo formale, pur di non finire invischiati nel disastro che abbiamo adesso sotto gli occhi e che sembra irredimibile? Dice Scibona che la possibilità di esprimere costantemente la nostra opinione, di battagliare sempre (e più o meno senza conseguenze) contro qualcosa o qualcuno, indirizzando pensierini a un hashtag, è il segno di una ipertrofia dell’ego: l’attivista da social network non sa riconoscere i limiti del suo potere d’intervento sulla realtà, prima ancora che i limiti della sua capacità di dare una lettura critica di qualunque cosa gli accada intorno.

 

E siccome di ipertrofia dell’ego si nutre anche TikTok, tanto basta a essere certi almeno di un punto: l’idolatria del sé, per ora, non incontra ostacoli, neanche futuribili. TikTok, non ha le imposizioni algoritmiche di Facebook e Instagram e rischia di coccolare ulteriormente le nostre già molto spiccate tendenze autarchiche (in home non compare il feed degli amici bensì la sezione “For You”, dove finiscono solo video strettamente connessi a quello che ciascun utente ha già visto: spariscono i suggerimenti, i “se hai visto questo, ti potrebbe interessare anche quest’altro”). Magari, invece, andrà come Scibona vorrebbe che andasse e avremo chiaro in testa che il ricorso ai social è un gioco e un arricchimento, non la peggiore distorsione della democrazia da quando esiste la democrazia.

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