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Se navigare in internet è facile, il merito è tutto dell'Europa

Ogni giorno, nell’Unione, circa 360 milioni di persone si connettono in rete. Restano le falle sulla cybersecurity, ma i pregi sono più dei difetti

10 Febbraio 2019 alle 06:11

Se navigare in internet è facile, il merito è tutto dell'Europa

foto LaPresse

Navigare in internet è facile, pensa Elisabetta, giovane medico, mentre si collega a Endo-Ern, una delle reti europee per le malattie rare e complesse operative dal 2017. Ed è vero: le connessioni sono veloci e diffuse in quasi tutta Europa (quasi, perché ci sono posti, in montagna e in campagna, dove è rimasta senza campo); le offerte degli operatori non mancano, anche se si può sempre fare meglio; non vi sono censure preventive. Trova senza difficoltà la pagina di Endo-Ern che le interessa, quindi inizia a esplorarla per cercare le informazioni che le occorrono. A questo punto è già dentro alla rete. Oppure, pensa, “sono sempre dentro a internet, tranne qualche volta che, per caso, ne esco”. I dati forniti dall’Unione sembrano darle ragione: nonostante le grandi disparità tra gli stati (con l’Italia ancora tra le ultime posizioni), l’uso della rete è in aumento, soprattutto per i servizi privati. Ogni giorno, nell’Ue, circa 360 milioni di persone utilizzano internet. Gli utenti connessi leggono notizie (72 per cento), usano social network (65), fanno acquisti online (61), anche se quelli transfrontalieri sono ancora pochi, usano l’e-banking (61 per cento), fanno video o chiamate (46 per cento).

 

Tutto ciò si deve in buona misura all’azione della stessa Europa. Negli ultimi anni, l’Unione si è interessata di internet in molti modi diversi, tra loro complementari. Anzitutto, ha puntato a migliorare la connettività. Ad esempio, ha promosso lo sviluppo delle reti in fibra attraverso l’Agenda digitale europea. Ha erogato oltre 21 miliardi di euro e mobilitato investimenti per altri 50 per potenziare infrastrutture e tecnologie. Ha abolito le tariffe di roaming e ha permesso ai cittadini europei di usufruire di servizi online a pagamento ovunque si trovino in Europa. Segue l’evoluzione di reti wireless 5G. In secondo luogo, ha promosso l’applicazione delle norme europee in materia di concorrenza e di tutela del consumatore alle piattaforme online, veri e propri giganti che rischiano di divenire monopolisti dei dati, delle informazioni e delle transazioni sulla rete. Un terzo gruppo di interventi – il più prospettico, capace di inquadrare gli altri e di indicare una direzione complessiva – è quello che riguarda la costruzione di un “mercato unico digitale”. La “strategia” della Commissione, elaborata nel 2015 e periodicamente ripensata, lo ha tratteggiato in modo molto ambizioso. Il mercato unico digitale dovrà presentarsi come uno spazio che sfrutti le potenzialità di internet, permetta alle imprese di innovare, assicuri i diritti dei cittadini, a partire dalla tutela della vita privata, trasformi le piattaforme online in “guardiani responsabili” di Internet, garantisca la sicurezza informatica.
Questi interventi hanno condotto a un aggiornamento e a un ripensamento del quadro giuridico. Nel maggio del 2018, ad esempio, è entrato in vigore il regolamento europeo sulla protezione dei dati, il cosiddetto Gdpr. Il regolamento punta ad affrontare problemi ormai fondamentali come la profilazione e la sorveglianza e ha disciplinato il diritto all’oblio, sin qui tutelato solo grazie alla coraggiosa giurisprudenza della Corte di giustizia. Poche settimane fa, poi, è stato adottato il nuovo Codice europeo delle comunicazioni elettroniche, che ha tra i propri obiettivi di fondo anche quello di intervenire con decisione sulle piattaforme online. Nel 2015, invece, è stato introdotto il principio della net neutrality. Alla riforma delle regole si accompagna il rafforzamento delle amministrazioni europee e nazionali chiamate ad attuarle: è il caso, tra l’altro, dell’Agenzia europea per la sicurezza delle reti e dell’informazione, la cui importanza è destinata a crescere in connessione con la sempre maggiore rilevanza della cybersecurity.

 

Tutte queste cose, Elisabetta le incontra in molte vesti: ad esempio, come utente, quando ascolta musica online o scarica un audiolibro; oppure come medico, quando consulta banche dati europee o scambia informazioni con suoi colleghi in altri paesi membri. E’ consapevole, peraltro, di essere parte di una grande trasformazione non ancora conclusa. Il disegno che l’Unione sta tratteggiando è per molti versi aperto. Nella sua valutazione periodica sullo stato di avanzamento del mercato unico digitale, la stessa Commissione ha sottolineato come la piena realizzazione del progetto richieda il “sostegno incondizionato” tanto degli stati membri quanto delle istituzioni politiche europee. L’Unione, poi, fatica a porre le condizioni per la digitalizzazione delle amministrazioni nazionali, anche se non mancano tentativi promettenti, come il piano d’azione per l’eGovernment per il periodo 2016-2020. E’ ancora embrionale, ancora, la riflessione dell’Europa sulla cybersecurity, che pure rappresenta una componente irrinunciabile del governo della rete.
Sarà un lungo viaggio, pensa Elisabetta. Subisce il fascino della rete, è attratta dalle sue contraddizioni. All’attrazione si accompagna un po’ di timore. Elisabetta ha l’impressione di muoversi in una terra di frontiera, le cui regole sono ancora incerte. Se il viaggio dell’Unione è appena iniziato, comunque, è chiara la direzione di fondo. L’Europa vuole plasmare Internet, farne un “ecosistema” sicuro ed equo. Intende sfruttare fino in fondo le possibilità economiche e sociali che apre, ma anche limitare e gestire i pericoli e i rischi. Ne ha parlato con Guido e Giorgio, suoi colleghi al reparto di endocrinologia e buoni amici.
Giorgio, per natura il più pessimista dei due, ha messo in luce soprattutto le difficoltà. “La regolazione di Internet è un affare molto complicato”, ha detto. “Non dico che dovremmo lasciare la rete a se stessa, sarebbe una stupidaggine. Ma è davvero possibile trasformarla in un ecosistema equilibrato? L’Europa dovrebbe avere le idee chiare su moltissime cose. Ed essere in grado di tradurle in regole e politiche adeguate. E’ realistico? Pensate – ha proseguito Giorgio – al tentativo di riforma del copyright, al quale è stato contestato di mettere a rischio sia la creatività, sia la libera circolazione delle informazioni online. L’Unione ha scontentato tutti: non solo le grandi piattaforme come Google e Facebook, ma anche i gruppi editoriali, quelli di intrattenimento, perfino artisti, tecnici e attivisti”. Ma no, ha ribattuto Guido, più fiducioso e sempre capace di vedere il bicchiere mezzo pieno. “Non devi perdere il senso della prospettiva. E’ un processo in corso, con i suoi successi e le sue ovvie difficoltà, i passi in avanti e i momenti di stallo. Ed è un processo che procede per aggiustamenti progressivi. Un buon esempio è quello della vicenda di Max Schrems, che ha avviato una controversia con Facebook al termine della quale la Corte di giustizia ha stabilito che i dati dei singoli non possono essere trasferiti fuori dall’Unione senza le garanzie che il suo ordinamento giuridico assicura. Sentenza che poi, a sua volta, ha obbligato la Commissione a rinegoziare un accordo con gli Stati Uniti, affinché i cittadini europei abbiano una protezione maggiore di fronte alle imprese statunitensi. Anche il nuovo accordo potrebbe presentare qualche falla. In ogni caso – ha aggiunto Guido – noi siamo parte di questo processo, non suoi spettatori”. 

 

E su questo punto si sono trovati pienamente d’accordo.

Bruno Carotti ed Edoardo Chiti

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