Marianna non è (mai) puritana

Perché le femministe francesi hanno reagito con idee toste al moralismo #metoo delle loro sorelle americane

9 Febbraio 2018 alle 14:00

Marianna non è (mai) puritana

Elaborazioni fotografiche che l’artista italiano Alexsandro Palombo ha realizzato nel 2015, utilizzando l’immagine di alcune celebri donne dello spettacolo. Qualche giorno fa ha aggiunto polemicamente

Maledette francesi! E’ colpa loro se il femminismo si è diviso: radicali contro traditrici, puritane contro libertarie, vittime ribelli contro privilegiate intellettuali. E, soprattutto, americane contro francesi, Parigi contro Hollywood. Oprah Winfrey contro Catherine Deneuve.

  

Il femminismo americano – si sa – è radicale e sulla vicenda delle molestie sessuali non è andato tanto per il sottile. Quando le attrici di Hollywood, seguendo la denuncia di Asia Argento, hanno cominciato a ribellarsi a quello che tutti sapevano ma tutti tacevano cioè un metodo di ricatto sessuale sistematico e diffuso, sotto i loro colpi un sistema è crollato, noti produttori e notissimi attori ne hanno subito le conseguenze. Loro – le patinate e argentee attrici di Hollywood – hanno fatto nomi e cognomi, hanno rivelato scenari intollerabili, in segno di protesta si sono vestite di nero e, come moderne streghe, hanno consumato la loro vendetta. In qualche settimana il vento della protesta ha sradicato intere foreste di delinquente conformismo e di complici silenzi. “E’ scoppiata una rivoluzione” hanno commentato i media del pianeta e, come tutte le rivoluzioni, non è stata un pranzo di gala. Si sono consumate tragedie personali, sono emersi rancori, la vita di molti intoccabili è stata travolta. Le donne potevano dire di aver vinto una battaglia.

    

Poi… Poi sono arrivate le francesi e tutto si è di nuovo ingarbugliato. Cento donne importanti – intellettuali, filosofe, attrici – hanno preso carta e penna e hanno scritto una lettera. Con molta franchezza e qualche protervia hanno detto alle sorelle d’oltreoceano che stavano sbagliando e non poco. La vostra campagna contro la violenza – hanno affermato – è puritana. Lo stupro certo è un crimine, ma tentare di sedurre qualcuno, anche in maniera insistente o maldestra, non è un reato, né la galanteria può essere assimilata ad aggressione maschilista. Insomma smettetela di fare le vittime, siamo donne libere e ci piace la seduzione anche quando è un po’ audace. Nella seduzione – si sa – sono le donne a condurre il gioco. E c’è un rapporto fra i sessi che va compreso e curato perché la libertà per essere reale, non può che essere di tutti.

   

La discussione che sembrava conclusa sotto l’onda impetuosa della protesta americana dopo la provocazione francese è riesplosa, nuove domande sono emerse e il femminismo ha dovuto confrontarsi con questioni irrisolte che anche la più sacrosanta delle proteste non può non porsi.

      

Loro – le femministe francesi – sono nipoti di Simone De Beauvoir che nel “Secondo sesso” le ha affrancate da ogni minorità rispetto agli uomini e l’ha fatto qualche decennio prima della “Mistica della femminilità” dell’americana Betty Friedan. Sono figlie e sorelle di Elisabeth Badinter, la filosofa francese che ha analizzato senza pietà la cultura maschile e ha smontato pezzo per pezzo il ruolo materno e paterno. Elisabeth Badinter non ha temuto di fare l’elogio della madre mediocre attaccando l’alleanza reazionaria che riunisce la chiesa, l’ecologia, il femminismo della differenza nell’inno alla maternità. E poi sono eredi, le eredi femmine, del secolo dei Lumi e della Rivoluzione. Per loro la libertà non è solo una bandiera da sventolare ma un principio da rispettare severamente. Gli uomini, anche i peggiori, non possono esserne esclusi perché libertà della donna non può esistere senza quella dell’umanità.

      

Catherine Deneuve, la più famosa delle firmatarie della lettera francese, non ha avuto timore qualche anno fa a schierarsi insieme a Elisabeth Badinter contro la legge sulla prostituzione che puniva il cliente. Entrambe avevano firmato nel 2013 il provocatorio appello di 343 “salaud” (così si autodefinivano) che protestavano contro la legge al grido “touche pas à ma pute”. Anche in quel caso sotto accusa era il femminismo puritano, quello che pensa di cancellare la prostituzione e di punire gli uomini peccatori. Le puritane nel 2013 però erano in patria rappresentate da un altro mostro sacro del femminismo francese, Sylviane Agacinski, che di quella legge era sostenitrice così com’era contraria al matrimonio gay e all’utero in affitto. “Pensiamo che ciascuno abbia diritto di vendere liberamente le proprie virtù e persino di trovarlo appagante, rifiutiamo che dei deputati emanino norme sui nostri desideri e sui nostri piacerei”, aveva detto Elisabeth Badinter. E ancora “la proposta di legge mi sembra una dichiarazione di odio contro la sessualità maschile. La legge non deve legiferare sulla sessualità degli individui decidendo che cosa è bene e che cosa è male”.

    

Come nel 2013 anche nel 2018 il femminismo alla francese vuole tenere dritta la barra. Parità con gli uomini nella vita sociale e civile, negli stipendi e nelle opportunità, progressismo sui diritti civili, ma nel resto “vive la difference” e, soprattutto, viva la libertà dalla quale non può venire che bene.

      

Forse non è stata opportuna quella lettera scritta nel momento in cui tante donne molestate, violentate e stuprate si sentivano meno sole e in cui emergeva il grande segreto del ricatto sessuale. Forse si potevano usare toni più garbati e manifestare più attenzione e rispetto per chi delle molestie e degli stupri è stato vittima. Forse non si è apprezzato abbastanza il coraggio della denuncia americana e le femministe francesi si sono fatte prendere dal pregiudizio. E tuttavia vanno ringraziate perché hanno aperto un altro spazio di dibattito. Non si sono limitate, come hanno fatto pigramente le italiane, a seguire una via già indicata, ma hanno provato ad allargarla. Quando il direttore dell’opera di Firenze decide di cambiare la fine della Carmen di Bizet o Ridley Scott caccia via dal suo film Kevin Spacey, oppure “Bella di giorno”, di cui è protagonista la stessa Deneuve, è descritto come un film di apologia dello stupro e tutto questo avviene in nome della battaglia contro la violenza maschile, c’è qualche ragione per lanciare di nuovo, sia pure rudemente, il dibattito.

      

Nel conflitto fra due libertà, quella di proteggere e quella di disturbare, le francesi evidentemente preferiscono la seconda. Non hanno sempre ragione, in questo caso hanno sicuramente qualche torto. Ma hanno bene a far sentire la loro voce.

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