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Gauche anti delazione

L’Obs, magazine della sinistra francese, dedica la copertina alla “dittatura della trasparenza”

19 Febbraio 2018 alle 11:54

Gauche anti delazione

La copertina dell'Obs contro la "dittatura della trasparenza" (foto L'Obs)

Parigi. Quali sono i limiti della campagna #balancetonporc? Dove comincia la delazione? Quanto è alto il rischio di trasformare i giornali e i talk-show in tribunali mediatici permanenti che distribuiscono condanne e marchi di infamia senza freni? Come si equilibra la cosiddetta “liberazione della parola” e la presunzione d’innocenza? A provare a rispondere a queste domande è il settimanale della gauche parigina, l’Obs, che in controtendenza rispetto agli altri giornali della stessa famiglia politica mette in guardia dai pericoli del tribunale mediatico e dalle derive della delazione pubblica. Il magazine si pone le domande che tormentano il sistema politico, giudiziario e mediatico da quando internet ha sviluppato una cultura della trasparenza a tutti i costi che non ha rispetto per la privacy e per il garantismo, cultura che ha iniziato a generare mostri nuovi da quando la trasparenza è conflagrata con il caso Weinstein e con il nuovo femminismo del #metoo.

 

 

“Faut-il tout #balancer?”, titola l’Obs in copertina, sopra i volti di quattro personalità francesi travolte a diverse intensità da inchieste e denunce apparse sui giornali e sui social network: Nicolas Hulot, ministro dell’Ambiente, al centro di possibili scandali sessuali; Gérald Darmanin, titolare delle Finanze, oggetto, anch’egli, di un’accusa per stupro; Mennel Ibtissem, concorrente islamica di The Voice, spinta ad abbandonare la trasmissione per dei vecchi tweet complottisti; Jeremstar, idolo di Snapchat caduto in disgrazia in seguito all’accusa di aver procurato ragazzini minorenni al suo compagno di avventure online, un alto dirigente di Radio France, Pascal Cordonna.

 

Sono loro i volti più conosciuti della “più grande campagna di delazione dai tempi dell’Occupazione”, come l’ha definita lo scrittore Frédéric Beigbeder. Ma sono molti di più, nell’oceano dei social network e al di fuori, i bersagli della liberazione della parola trasformatasi in arma incontrollabile. “Questi episodi raccontano un’epoca e indicano ciò che potrebbe venirsi a creare: una società del tribunale mediatico dove le vittime non si rivolgeranno più alla giustizia per ottenere un risarcimento o far condannare i loro aggressori, ma cominceranno a denunciare”, scrive l’Obs.

 

“La rumeur est comme un tumeur”

 

Passando oltre l’intervento della militante femminista Caroline de Haas, che paragona la liberazione della parola alla “fine dell’apartheid” e afferma che “un uomo su due o su tre è un aggressore”, gli avvocati e gli intellettuali intervistati dall’Obs sono convinti all’unanimità che vadano imposti dei limiti a questa ondata giustizialista. “La rumeur est comme un tumeur”, commenta duramente Patrick Maisonneuve, avvocato penalista, manifestando i suoi timori per l’aumento dei processi basati su semplici dicerie, o un semplice tweet di denuncia. “Quando la giustizia vi accusa, c’è il Codice penale. Quando si tratta dei media o di una diceria pubblica, invece, non ci sono regole”, dice l’avvocato Dominique Baudis. La nuova tendenza, come testimoniato da giudici e procuratori, è #balancer, denunciare soltanto per il gusto di denunciare, di infamare qualcuno.

 

“Nessuno può contestare il fatto che ci sia un problema insopportabile di comportamento nei confronti delle donne. Tuttavia, oggi, contrariamente a ciò che viene spesso detto, lo stupro è punito dalla giustizia. Basta rivolgersi alle corti d’assise, dove questi casi rappresentano un terzo dei processi. Le molestie, invece, sono un reato più difficile da punire”, spiega Henri Leclerc, presidente onorario della Ligue des Droits de l’Homme. Una difficoltà, secondo Leclerc, che provoca l’emergere di un’inquietante “giustizia d’opinione, che non si può controllare, non obbedisce ad alcuna regola e mette gli uomini alla gogna”.

 

C’è infine una questione, forse la più importante: la trasparenza è una virtù o un “dispotismo morbido” come diceva Tocqueville prima dell’invenzione di internet? Per l’avvocato Mathias Chichportich e l’imprenditore Denis Olivennes, autori di “Mortelle Transparence”, l’ipertrasparenza della nostra epoca non è più uno strumento utile a lottare contro le dittature di ogni genere, ma un’ideologia”, una “nuova servitù, volontaria e apparentemente indolore”, accettata perché indossa il viso dolce del presunto “progresso morale”.

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