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Il #metoo in Francia affossa un ministro (Hulot)

Dicerie, smentite, anonimati. Tutte le rivoluzioni hanno effetti collaterali, spesso perversi 

11 Febbraio 2018 alle 06:03

Il #metoo in Francia affossa un ministro (Hulot)

Nicolas Hulot (Foto LaPresse)

Parigi. Tutte le rivoluzioni hanno effetti collaterali, spesso perversi. Quello che sta succedendo a Nicolas Hulot, ministro dell’Ecologia di Emmanuel Macron, è un esempio perfetto. Il settimanale Ebdo, in edicola da venerdì, racconta due fatti separati che lo riguardano. In primo luogo raccoglie la testimonianza di un’ex impiegata della fondazione Hulot, che avrebbe subito molestie sessuali dal ministro dell’Ambiente mentre lavorava per lui. Circostanza smentita dalla stessa ex impiegata contattata dal settimanale. Affaire? No, dicerie subito messe a tacere. In secondo luogo Hulot sarebbe stato protagonista di un’aggressione sessuale nei confronti di una ragazza nel 1997. La donna, che ha parlato con i giornalisti chiedendo di rimanere anonima, lo accusa di un “atto non consenziente” avvenuto in una delle sue ville. Nel 2008 la ragazza ha sporto denuncia in un commissariato di provincia, consapevole che la giustizia non avrebbe potuto occuparsi del caso, essendo scaduti i dieci anni di prescrizione: “L’obiettivo non era far giudicare Nicolas Hulot, ma metterlo di fronte alla sua coscienza”, spiega al settimanale. Non soltanto, la donna non voleva coinvolgere la propria famiglia e non voleva dare risalto al caso a causa del suo nome “celebre” ed è per questo che ha chiesto l’anonimato. Anonimato difficile da tutelare: da giovedì mattina tutta la Francia ha iniziato a chiedersi chi fosse la persona in questione. Ieri pomeriggio, il suo avvocato è stato costretto a confermare l’identità per mettere a tacere ulteriori, a proposito, dicerie che avevano cominciato a circolare incontrollate. La donna è Pascale Mitterrand, nipote di François, presidente dal 1981 al 1995.

  

Nel 2008, dopo aver ricevuto la denuncia, la procura ascolta Nicolas Hulot, registra che la sua versione e quella della ragazza sono discordi sul consenso dell’atto ma, vista l’intervenuta prescrizione, archivia la procedura. La giustizia si è, quindi, espressa. Dopo vent’anni la donna si fa avanti e ne parla con un giornale; intervistata giovedì sera in tv, nel programma Quotidien, una dei due autori dell’articolo ha spiegato di non avere visto il verbale della denuncia, e di non conoscere, nel dettaglio, cosa concretamente sia avvenuto: “Mia figlia non ha mai utilizzato la parola ‘stupro’, ha sempre preferito parlare di atto sotto costrizione”, ha spiegato il padre a Ebdo. Ci troviamo quindi di fronte a un’inchiesta che non è un’inchiesta fino in fondo, come ha scritto Laurent Joffrin su Libération: “Chi? Non lo sappiamo anche se possiamo immaginarlo. Quando? Nel 1997, data non molto precisa. Dove? In una residenza di Hulot, ma quale? Cosa? Un ‘atto sotto costrizione’. Sì, ma quale? Mistero”.

   

Il caso di Harvey Weinstein ha cambiato tutto. In nome del #metoo, del #balancetonporc, di una sacrosanta liberazione della parola delle donne, si rischia di travolgere la reputazione e la vita degli uomini politici e di destabilizzare un governo. Le accuse sono vaghe, le prove, allo stato, inesistenti: eppure nessun tribunale potrà mai dire se Nicolas Hulot ha ragione o torto. Il suo diritto, in questo caso, non può essere fatto valere, c’è la prescrizione, nel bene e nel male.

   

Il ministro, che si è precipitato da Rmc giovedì mattina, quasi in lacrime, per anticipare gli effetti della pubblicazione, ha evocato più volte la sua intenzione di mettere a tacere “dicerie”, le stesse dicerie che hanno confermato moltissimi giornalisti: nelle redazioni si sapeva che Ebdo avrebbe pubblicato l’inchiesta, e Hulot ha chiamato tutti i principali quotidiani e radio per dare la sua versione in anteprima. Un modo di agire inconsueto: forse perché colpevole, forse perché innocente ma cosciente del clima nel quale queste accuse arrivano. Non importa, l’effetto collaterale, l’inversione dell’onere della prova, è già avvenuto, come scrive l’Opinion: “In un mondo di dicerie e denunce, il dubbio è ormai a beneficio dell’accusa. Non c’è più assoluzione, non c’è più diritto all’oblio. Insomma, la giustizia non conta più nulla”.

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Commenti all'articolo

  • perturbabile

    11 Febbraio 2018 - 18:06

    In Francia, la figuraccia credo la stia facendo la Mitterrand, che non per niente teneva all'anonimato e di cui è emersa non solo la tigna vendicativa (fin qui niente di originale), ma anche l'indifferenza verso le norme giuridiche (prescrizione), che sul piano civico risulta più appariscente nella nipote di un ex Presidente della Repubblica. Ho detto tigna vendicativa, ma in facciata la Mitterrand accampa ipocritamente l'intenzione di suscitare un esame di coscienza nel ministro: ed è per questo, notoriamente, che sí sporgono le denunce, per volgere al bene l'animo del denunciato stimolandone una riflessione etica... Ora, l'importante è che ad Hulot non venga la malsana idea di dimettersi. E, se lo fa, che le sue dimissioni siano respinte da Macron. Macron, cioè, al riguardo potrebbe differenziarsi da Theresa May. Ricordiamo infatti che il PM in GB non esitò ad accettare le dimissioni del titolare della Difesa, rassegnate per aver fatto 'ginocchietto' a una cena, decenni prima.

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  • luigi.desa

    11 Febbraio 2018 - 16:04

    Non sembra che Asia la grande accusatrice inventora del meToo sia un esempio di virtù, sembra più una sgallettata che una giovane donna come tante. Ma l'aspetto più penoso è stata la reazione dei maschi Vip ,invece di ricambiare le accuse con un ,queste lagnanti sono in fondo delle poco di buono, in romanesco vagamente zoccole, essendo la professione delle star del cine quanto di più promiscuo è rispetto ad ogni altra professione - più di escort al maschile ed al femminile- infatti i romani antichi ( anche se la professione di attore era solo mascolina) proprio per la sguaiatezza e la promiscuità della professione ,da morti seppellivano gli attori in terreno non consacrato come d'uso per gli altri mortali. Poi c'è l'etimologia greca di attore ipocrites che da un taglio semantico a quella professione nella quale per ogni grande ci sono 99 trovarobe.

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