Così il #MeToo è diventato la bandiera del “femminismo da Instagram“

Cristina Marconi

In vista degli Oscar lo Spectator critica le celebrities che si appropriano delle grandi cause del mondo, dirottandole verso l'unico tema su cui vogliano realmente portare l'attenzione: loro stesse

Londra. Dicono che agli Oscar si potrà tornare ad indossare qualcosa di colorato, dicono. Perché va bene l'attivismo, il #MeToo e il Time is Up, ma dopo i Golden Globes e i Bafta non si può pensare di fare il terzo red carpet in gramaglie, le esigenze dell'industria sono più importanti - l'anno scorso lo share dei Globes è sceso del 5%, l'attivismo annoia - e il femminismo “da Instagram”, come le chiama lo Spectator, dovrà trovare un altro modo per celebrare la fiera di vanità che secondo il settimanale britannico sta andando in atto da quando le celebrities si sono appropriate delle grandi cause del mondo, dirottandole verso l'unico tema su cui vogliano realmente portare l'attenzione: loro stesse.

 

 

La copertina è spietata, una 'Eva contro Eva' in cui si indovina lo zigomo supersonico di Angelina che, nerovestita con gamba in bella vista, minaccia di colpire con una statuetta una rivale bionda meno riconoscibile sotto i flash dei fotografi al grido di 'Me! Me! #MeToo!'. Per l'autrice, Jenny MacCartney, “Hollywood dipende dall'incoraggiamento dell'insicurezza femminile”, tra standard fisici inarrivabili - basti pensare che le attrici ci mettono in media sei settimane a prepararsi alla notte degli Oscar tra diete e iniezioni di botox - e eleganza rarefatta, che nulla ha a che vedere con l'espressione della personalità. “Penso con nostalgia ai giorni in cui Diane Keaton poteva andarsi a prendere il suo premio con una gonna larga, una giacca lunga e una sciarpa, come ha fatto per Annie Hall nel 1978, o anche Björk nel 2001 con il suo folle vestito 'cigno morto'”, scrive la MacCartney, una che la cultura delle celebrities la conosce e la critica e che nel lungo pezzo passa in rassegna tutte le volte che le attrici, anche pochissimi anni fa, hanno esplicitamente smentito di essere femministe: anche a Susan Sarandon, santa patrona di ogni causa liberal, piaceva definirsi “umanista”, e via tutte ad ascoltare battute e sketch sessisti sul palco senza battere ciglio, e pazienza che di cause femministe, dalle mutilazioni genitali alle bambine che come Malala rischiano la vita per andare a scuola, il mondo abbondasse già.

 

“Non dico che le lamentele delle attrici sul sessismo di Hollywood siano stupidaggini: in molte stanno sicuramente sentendo l'ondata di sollievo che viene dal poter finalmente parlare del brutto segreto dell'industria senza sabotarsi la carriera”, scrive The Spectator, ma il “celebrity feminism” è pronto a confrontarsi con temi che non siano i colleghi scorretti sul posto di lavoro o a trattare argomenti come l'aspetto fisico - l'unica che l'abbia fatto è Lena Dunham - e a fregarsene se per ogni presa di posizione c'è un hashtag rabbioso? Per Tanya Gold, che firma il secondo pezzo sull'argomento, il #MeToo è “una presa di potere da parte di gente folle che pensa che tutto li riguardi”. Per l'autrice “il femminismo ha preso questa piega da tempo: via dalla gente seria che usa la politica per apportare cambiamenti significativi nelle vite delle persone è diventata un accessorio per donne che hanno già potere”. Ci vuole più di una spilletta per essere una vera sorella. 

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