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Non chiamatelo #metoo

Giulia Pompili

Nel Giappone più puritano che mai le teste saltano per il sexy-yoga, ma le molestie sono un problema serio

“Posso toccarti le tette?”. E’ questa la frase per cui tutti ricorderanno Junichi Fukuda, ormai ex ministro delle Finanze giapponese, finito sui giornali qualche settimana fa per il vizietto di provarci con le giornaliste. La caporedattrice delle news dell’Asahi Tv incontrava spesso Fukuda, soprattutto in prossimità di scadenze importanti per il governo, perché era una delle sue fonti. Quando ha capito che Fukuda più beveva più ci provava, ha iniziato a registrarlo. All’Asahi non hanno voluto quei video, erano più interessati al deficit dell’esecutivo, e la giornalista si è rivolta al settimanale Shukan Shincho. Pochi giorni dopo Fukuda si è dimesso, perché erano uscite altre storie di richieste di abbracci e palpatine non richieste.

 

Il Giappone è così: la realtà dei fatti è sempre molto diversa dagli standard di moralità elevatissimi richiesti. Più o meno tutto si può fare, l’importante è che non venga fuori: Ryuichi Yoneyama, governatore della prefettura di Niigata, è stato costretto alle dimissioni perché, single, aveva molte fidanzate e molto costose. Il ministro dell’Istruzione Yoshimasa Hayashi si è dovuto scusare perché ha usato l’auto blu tra un appuntamento e l’altro, qualche lunedì fa, per andare a una lezione di yoga un po’ particolare, che comunque – si è giustificato lui – fa bene alla “sua salute”.

 

Dopo il caso hollywoodiano di Harvey Weinstein, divenuto globale, e il movimento #MeToo, anche la società giapponese ha iniziato a interrogarsi su alcuni problemi legati alla sessualità che da tempo, forse troppo, erano stati semplicemente ignorati. La diversità sta nel fatto che qui l’isteria collettiva da attacco al patriarcato non esiste, perché i problemi della società sono ben più profondi, radicati, le contraddizioni evidenti: altro che #MeToo. In Giappone le donne parlano con un registro linguistico diverso dagli uomini, e qualcosa vorrà pur dire. In un paese dove la crisi della natalità sta provocando danni economici irreversibili, il sesso a pagamento è comunque molto facile da trovare, fosse anche nella forma più edulcorata dei soapland (gli antichi bordelli della yakuza trasformati in luoghi dove ci si lava, e ci si rilassa, con tutti i servizi annessi). In un paese che ha inventato i soshoku danshi, gli uomini erbivori, incapaci di avere relazioni affettive o sessuali, gli uomini in posizioni di potere, invece, si comportano come i produttori cinematografici hollywoodiani.

 

Per esempio, se siete in un treno affollatissimo, avete a malapena lo spazio per respirare, e all’improvviso sentite la mano di qualcuno – o peggio, non è la mano – poggiarsi discretamente sul vostro fondoschiena, quella cosa si chiama chikan, ed è una parola ormai conosciuta universalmente come “palpeggiamenti da treno”. Non a caso è una parola giapponese. Da tempo il Giappone ha introdotto i vagoni rosa, e non c’è niente di sessista: durante gli orari di punta, quando si sta tutti schiacciati uno contro l’altro, le donne possono scegliere di avere rapporti così ravvicinati solo con altre donne. Ma prima dei vagoni rosa, il problema che le autorità dovevano affrontare era quello di spiegare alle donne che potevano, anzi, dovevano reagire alla mano morta: un assunto scontato per noi, ma non per una donna cresciuta secondo la tradizione giapponese, dove spesso scomodare un intero vagone per mandare a quel paese uno sporcaccione, attirare le attenzioni su di sé, anche se per pochi secondi, è peggio che tenersi una mano sul culo.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.