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Ordinary people

Ma tu ti senti normale? Piccolo viaggio (all’estero) tra la gente comune, la più ambita dai politici

Paola Peduzzi

Email:

peduzzi@ilfoglio.it

29 Aprile 2018 alle 06:16

Ordinary people

Milano. “Voglio parlare alla gente comune” – forse ancora più di “non tengo i miei” e “metterci la faccia” – è una frase che i politici ripetono con frequenza, andando a caccia dei desideri delle persone normali, con l’ambizione di soddisfarli. Fuori dal Palazzo, dalle bolle, dalle bande, dove regna il buon senso, il mezzo, il medio, la normalità, nessuna emergenza, l’ordinarietà: questo è il paradiso dove trovare consensi, lontano da tutto ciò che sa di elitario o alternativo o specifico, dove si è un po’ arrabbiati e un po’ ragionevoli, un po’ preoccupati e un po’ fiduciosi, pronti a cambiare ma con la luce accesa. Cosa vuole la gente comune? Chi lo sa ha la chiave che apre lo scrigno della maggioranza, ma non è facile trovarla perché la normalità attrae e respinge, ci piace rientrare nella categoria dei normali, ma non vogliamo dirci normali, sono unico e insostituibile, diverso dagli altri, straordinario, io sono io non datemi del voi. Gli inglesi sono andati alla ricerca della chiave, con una domanda secca: ti senti normale, tu?

 

Lo studio, condotto da YouGov, è stato illustrato ieri da Matthew Smith sul Times: l’80 per cento degli interpellati si considera normale, un segmento enorme in cui sei più anziano, sposato con figli, guardi molta tv (politica poca, talent show molti), hai iniziato l’università anche se non sempre l’hai finita e tendi a votare conservatore più dei non-normali della tua stessa età. Lo studio è diviso per generazioni, per cercare le sfumature: i Millennial (18-34 anni), la Generazione X (35-54 anni) e i Baby boomer (55-70+ anni). Se l’ordinarietà prevale dappertutto, lo fa di meno tra i giovanissimi, che per natura si sentono diversi e sono più propensi a dire che: il matrimonio è obsoleto e finisce sempre in un divorzio; a definirsi non conformisti, “stravaganti, individualisti, alternativi”; a occuparsi di politica e di materie scientifiche o tecnologiche, oppure a scrivere e comporre; a non guardare la tv, nemmeno per informarsi; a non possedere un’automobile e a non voler fare vacanze in cui si mangia, si beve e si prende il sole. La normalità cresce con l’età, ma se hai quarant’anni e guardi le soap opera non sei normale, sei al contrario normalissimo se vuoi telecamere dappertutto, per contrastare crimini e terrorismo (pazienza per la privacy, e questo pareva chiaro, vale anche per i social, dove l’indignazione dura il tempo di un hashtag, poi ti viene a noia anche dover risettare i termini di servizio come siamo costretti a fare ora), e ti piace vivere vicino se non proprio dove sei cresciuto. C’è naturalmente la questione Brexit, che risulta confusa persino quando vai a cercare la normalità: i più anziani sono per il divorzio dall’Ue, i più giovani no e in mezzo c’è la parità che spezza il paese a metà senza alcuna possibilità di riscatto.

 

Come scrive Smith la ricerca della normalità serve a dare conferme, ma la parte più divertente è quella in cui ti accorgi che stai dicendo qualcosa di normale, e non sai se gioire o intristirti, che è poi il problema della moderazione: l’impresa eccezionale è essere normale, cerchi ragionevolezza, rischi la noia.

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