Vive la Blanche!

Simonetta Sciandivasci

Breve storia di mademoiselle Gardin, la stand up comedian francese che difende Louis C.K. dall’embargo del #metoo

“Sono bisessuale”, ha risposto Blanche Gardin (comica, francese, 41 anni, occhi vispi e pungenti, a pois, visetto “rétro chic”) quando un giornalista di Paris Match le ha domandato se il fatto di essere una donna l’avesse mai avvantaggiata o svantaggiata nella sua carriera. Intendeva dire, ha spiegato poi, che a volte si comporta da maschio e altre da femmina. Chi ami, se le donne o gli uomini, non l’ha detto mai, e in quell’occasione non c’entrava.

  

L’articolo che le ha dedicato di recente il New York Times s’intitola: “La donna che trova ancora simpatico Louis C.K.”. E fosse solo questo. Lo trova lovable e mostro di sincerità e maestro e génial, e si mette la spilla con la faccia di lui sui vestiti bon ton che la fanno sembrare uscita da “Il marito della parrucchiera” ed è salita sul palco dei César, gli Oscar francesi, e ha detto: “Rallegriamoci: d’ora in poi sarà chiaro a tutti i registi che non hanno diritto di stuprare le attrici. Dobbiamo però affrettarci a capire se abbiamo ancora il diritto di fare sesso per avere una parte, perché se non lo abbiamo più, dovremo fare i casting e chi ne ha il tempo?”. Badabum. La lettera delle 100 francesi contro il #metoo (illustre firmataria: Catherine Deneuve), quella che secondo i giornali italiani era una specie di encomio della molestia sessuale, in confronto, era il blog di una capinera. Ad ascoltarla c’erano i francesi e quindi nessuno l’ha tratta in arresto, né denunciata alla buoncostume o a un hashtag e, anzi, da quello che s’apprende sul suo conto, la sua carriera va a gonfie vele.

    

Abbiamo ancora il diritto di fare sesso in cambio di ruoli? Se non lo abbiamo più, dovremo fare i casting! E chi ne ha il tempo?

Tanto le cento, quanto Blanche Gardin dicono cose che un uomo non potrebbe dire (e non dovrebbe neppure pensare), ma questo è il punto meno interessante. Quello che condividono, quello che le rende francesi fino al midollo (e meno male che ci sono loro) è la rivendicazione di una libertà molto particolare, che le americane ritengono sia ottundimento da patriarcato, e cioè: una donna può scegliere di giocare al gioco della corruzione, e del potere, perché è un gioco costruito in concorso di colpe e debolezze maschili e femminili, perché il potere è unisex, e perché può succedere che una forma di resistenza e reazione sia la complicità. Quello che il New York Times ha sottolineato è che, qualche mese prima dello scandalo Weinstein e quindi del #metoo furioso, Blanche Gardin (che nome meraviglioso, maledette francesi, avete pure i nomi più belli, ma da quale demonio vi rifornite?), aveva detto: “Bisogna separare l’uomo dall’artista, ed è divertente che questa separazione si faccia solo per gli artisti. Nessuno pensa mai di applicarla a un panettiere. Se un panettiere stupra una ragazza nel retrobottega del suo forno, nessuno dice che però le sue baguette sono eccezionali”. Lo aveva detto durante la cerimonia dei Molières, il massimo riconoscimento teatrale in Francia, accendendo la platea e assicurandosi, per i mesi successivi, l’allure di paladina femminista. Poi, essendo una francese, e per di più parigina, quindi lieve, inafferrabile, imprevedibile, facile allo sbuffo e allo sberleffo, affezionata all’unicità, insofferente alle masse, quando le sue idee sono diventate le stesse della “linea di partito neofemminista”, s’è tirata indietro. Solo per fare la bastian contraria? Per essere speciale, sola, forte? No. Lo ha fatto perché ha visto immediatamente la stortura del #metoo, la sua vocazione puritana e manichea, la sua indisponibilità a considerare le gradazioni, le differenze, le circostanze.

    

Blanche Gardin detiene il trofeo dopo aver vinto un premio Moliere (foto LaPresse)


  

“Se un panettiere stupra una ragazza nel retrobottega del suo forno, nessuno dice che però le sue baguette sono eccezionali”

E soprattutto: poteva mai essere solidale con un movimento che voleva la testa del suo C.K.? Il suo idolo, il suo preferito, quello di cui ha visto e rivisto e stravisto tutto, perché “Je suis une énorme traqueuse”, io sono una stalker, ha detto a Paris Match, e non voleva dire che è una persecutrice, ma che quando s’appassiona, si fissa, s’ossessiona, impara tutto, studia e, quando finisce di studiare, ricomincia a studiare – e certo sempre con il senso francese per lo svolazzo, che fa sembrare sexy anche “La fenomenologia dello spirito” di Hegel.

  

“Ci ho messo molto tempo per diventare divertente”, aveva detto alla stessa giornalista del New York Times che è tornata, adesso, a ritrarla. Era il 2014, il suo successo era appena cominciato, era venuta fuori da poco dalla depressione, a salvarla erano stati anche, forse soprattutto, i video di C.K., il suo maestro, il suo “mostro di sincerità”, il più bravo “a far riconciliare le persone con i loro lati oscuri”. Non l’ha passata liscia: le hanno contestato quella stima imbarazzante, l’hanno attaccata, le hanno detto che era vittima di patriarcato introiettato e che svergognava la Francia. Qualcuno ha anche spettegolato: Gardin è l’amante di Louis C.K., scandalo! Una cosa che una donna non può fare è stare con un nemico delle donne, con un traditore, con un orco, con uno che bacia senza consenso: non solo dà il cattivo esempio alle altre donne, ma fa pensare ai maschi che avranno sempre una riserva fatta di femmine disposte a condonare qualsiasi porcheria.

 

Ma lei niente, impermeabile: “Se non distinguiamo uno stupratore da uno che si masturba davanti a cinque persone, abbiamo un problema”. La storia di Louis C.K. è questa qui.

 

A ottobre dello scorso anno, pochi giorni dopo lo scandalo Weinstein, le accuse di cinque attrici che raccontavano come lui si fosse masturbato, in loro presenza, e senza chiedere il permesso (chi lo sa se è più imbarazzante sentirsi chiedere “Scusa, mi posso abbassare le mutande e procurarmi un orgasmo?” o ritrovarsi davanti a uno che lo fa, guardandoti in faccia).

 

Lui non ci pensò troppo su e diffuse subito un comunicato nel quale confermò le accuse e disse che non si sarebbe perdonato niente – che è assai più onesto e responsabile e difficile del domandare scusa. Spiegò che lo aveva fatto perché quelle donne lo ammiravano e lui era convinto che quell’ammirazione rendesse qualsiasi suo gesto, anche il più schifoso, gradito e piacevole ai loro occhi. Qualcosa di parecchio più complesso di come l’ha messa Giulia Blasi su Esquire: “C.K. è uno che per un decennio ha approfittato della sua posizione per masturbarsi davanti alle colleghe”.

  

Ancora oggi, a un anno e mezzo dal #metoo, quella paginetta di Louis C.K. è la spiegazione migliore di cosa il #metoo ha sgretolato (o ha cercato di sgretolare): l’impunità dell’abuso e della molestia sessuale, certamente, ma soprattutto l’illusione che essi siano sempre, in fondo, piacevoli, perfino lusinghieri, per chi li subisce.

  

Una questione estetica simile a quella che pose Adorno dopo la Shoah: sarà possibile, la comicità, dopo C.K.?

Secondo gli americani (molti americani), Louis C.K. non merita nient’altro che l’oblio, la rimozione e la correzione esemplare: è inammissibile che qualcuno, specie se femmina, visto quello che Louis C.K. ha fatto alle femmine, lo scusi, lo stimi, lo consideri ancora meritevole di salire su un palco. Ad agosto di quest’anno, dopo dieci mesi trascorsi senza mai lavorare, che è un ergastolo un po’ peggiore, C.K. ha osato salire sul palco del Comedy Cellar (Greenwich Village, New York) ed esibirsi per quindici minuti. Nessuno sapeva niente, è stata una sorpresa che il pubblico ha salutato con un’ovazione molto lunga e la stampa, subito dopo, con articoli incarogniti che discettavano su quanto fosse ancora troppo prematura la riabilitazione del mostro , e cercavano di stabilire un paradigma per il reintegro del mostro, ma s’incagliavano su un punto: se fosse più opportuno che il mostro facesse finta di niente o no.

  

Nel caso specifico di C.K, si sarebbe dovuto decidere se sarebbe stato meglio che lui, nel suo monologo comico, facesse dei riferimenti a quel suo disperato erotico stomp in favore di colleghe oppure no e in che modo, se ridendoci su oppure no – una questione di filosofia estetica pressocché simile a quella che pose Adorno con la Shoah: sarà possibile la poesia, dopo?

  

Sarà possibile la comicità dopo C.K.?

Uno spettacolo di stand up comedy di cui si è molto parlato, la scorsa estate, a C.K. ancora oscurato (non che ora sia sotto i riflettori) è “Nanette” di Hannah Gadsby, tutto volto a dimostrare le conseguenze dell’ironia tossica, cioè quella sui gusti sessuali, l’aspetto fisico, le molestie, gli abusi.

  

Nell’anno che abbiamo alle spalle, su Louis C.K. è stato scritto di tutto: che non ha mai fatto ridere; che boicottarlo è facilissimo perché il suo lavoro ha sempre fatto schifo (Independent); che se si è comici maschi è addirittura doveroso sottoscrivere appelli affinché lui venga bandito da tutto, specificando che non tutti i comici maschi trovano normale calarsi le braghe davanti alle donne (e 51 fessi lo hanno fatto davvero: si sono riuniti in una lista e qualcuno un po’ puntiglioso – su Fast Company – ha notato che nessuno di loro era eterosessuale).

  

Fine.

  

E’ impossibile credere che tutto quello che è successo a Louis C.K. non abbia influito sul lavoro di Gardin. Una cosa che ha fatto, da donna – per tornare a quella sua separazione: “A volte mi comporto da uomo, altre da donna” – è stata infilarsi nei panni del carnefice. Cascare nel pozzo insieme a lui. Scrisse Natalia Ginzburg che le donne hanno l’abitudine di cascare in un pozzo di malinconia, affogandoci dentro. Le rispose Alba De Cespedes che cascare nel pozzo era la sola cosa che impediva alle donne di diventare come gli uomini, perché le metteva a contatto con le debolezze umane e consentiva così loro di comprenderle e perdonarle, o almeno di non condannarle. Sarà che De Cespedes visse moltissimo a Parigi, ed ebbe una idea di colpa molto lasca e libertina, come tutti i francesi novecenteschi.

  

A #metoo avvenuto, C.K. è stato immediatamente embargato (bloccato il suo film in uscita al cinema, cancellati i suoi tour, gli spettacoli, le interviste) e nelle sue esibizioni, Gardin ha cominciato a contestare, goccia a goccia, i dettami del nuovo femminismo, a smascherarne le ipocrisie. A proposito della legge Schiappa (è il cognome del ministro francese per la Parità tra donne e uomini, che l’ha ideata), che punisce le molestie per strada, Gardin ha detto: “Se una donna circola agghindata come un albero di Natale, deve poi aspettarsi che qualcuno la noti e glielo dica. Fa parte del gioco”.

  

“Non sono attraente come quando avevo vent’anni. Invecchiamo e diventiamo più deboli e brutte. E poi moriamo”

Sull’idiozia motivazionale secondo cui una donna non ha età e la vecchiaia è un’invenzione punitiva, antropologica: “So bene che a 41 anni non sono attraente come quando ne avevo 20. Invecchiamo e diventiamo più deboli, più brutte. E poi moriamo. Dobbiamo accettarlo”. Prima, fino al 2017, raccontava soprattutto di storie d’amore che finivano male, di solitudine, di attacchi di panico, di tragicommedie sentimentali. Poi, però, è diventato urgente smascherare l’ipocrisia prima che ci soffocasse, salvare la complessità, ricordare alle donne che sono forti, e sanno giocare, e tirare rovesci, e rovesciare tutto, e che non c’è alcuna guerra dei sessi da andare a combattere. Baby Cobra, lo spettacolo di Ali Wong per Netflix (2016) è molto simile a quelli di Gardin su un punto: ragazze – dice – siamo più libere se quelli là (i maschi) non se ne accorgono, non urliamolo troppo, teniamolo per noi, cosa ci frega che ci ritengano intelligenti? E che ci temano? Solo che un conto era dire queste cose, su un palco, nel 2016, un altro conto è farlo ora.

  

Molte francesi, tuttavia, mademoiselle Gardin non l’hanno presa bene. Sandra Muller, la fondatrice del #metoo national – #balancetonporc – non si è ancora ripresa dall’imbarazzo arrecatole da Catherine Deneuve e sono mesi che continua a ripetere che più dell’ottanta per cento delle donne francesi ha subìto almeno una molestia nella vita, e che si tratta di un dato inaccettabile nel paese di Simone De Beauvoir. Non le viene in mente nulla di più efficace.

  

Il successo di Gardin, invece, continua a crescere, tra poco i suoi spettacoli arriveranno su Netflix, le giornaliste la rincorrono per intervistarla su qualunque cosa, come se fosse una politica, o una ricetta medica.

  

“I francesi la adorano perché riesce a rendere la complessità delle cose che, invece, il movimento femminista ha seppellito”, ha scritto il New York Times, aggiungendo, con un’ammirazione un po’ invidiosa, che Blanche Gardin è quello che i francesi chiamano “une femme libre”. Una femmina libera. Alla francese.

  

Louis C.K. lo salverà la vecchia Europa, quindi la Francia, perché tutto intorno non è solamente pioggia, per fortuna: è pure Francia.