L'analisi

La Russia fallita di Putin. Un'analisi in prospettiva

Vittorio Emanuele Parsi

Comunque le cose vadano a finire, quello cui abbiamo assistito sabato è lo spettacolo di come quasi un quarto di secolo di putinismo ha ridotto una  potenza nucleare, tra i fondatori del sistema istituzionale postbellico. La guerra in Ucraina, l’accordo con Prigozhin, la Cina

Paradossalmente, a oltre 48 ore dallo svolgimento dei fatti, è ancora difficile capire che cosa sia davvero successo in Russia tra Putin e Prigozhin. Probabilmente perché di cose ne sono successe tante, nell’arco delle 12 ore scarse che è durato l’ammutinamento della Wagner, e il senso della loro dinamica è cambiato più volte. La sola certezza che abbiamo è che l’immagine dello Stato russo, delle sue istituzioni, ne è uscita decisamente ridimensionata, declassata ben al di là della scarsa performance delle sue forze armate dopo quasi 18 mesi di guerra totale condotta nei confronti di un vicino – sulla carta – decisamente più debole.

Comunque le cose vadano a finire, quello cui abbiamo assistito sabato è lo spettacolo di come quasi un quarto di secolo di putinismo ha ridotto una grande potenza nucleare, membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu e fondatore del sistema istituzionale postbellico. Una compagnia di mercenari cresciuta all’ombra di Vladimir Putin si è ribellata contro il governo centrale del suo paese, ha occupato una serie di centri nevralgici della Russia sudoccidentale senza incontrare sostanziale resistenza e ha poi desistito dalla sua marcia sulla capitale, una volta che un vassallo di Putin (il presidente Lukashenka) si è offerto di mediare il conflitto. Sembrava di leggere le cronache che in queste settimane sono provenute dal Sudan. 

 

Cercheremo di capire nei prossimi paragrafi la dinamica possibile degli eventi. Ma intanto constatiamo come si sia completato quel processo di personalizzazione assoluta del potere attuato da Vladimir Putin, una versione inedita di neo-patrimonalismo che  ha trasformato la Russia in un territorio controllato da un cartello affaristico-militare di cui lui – Putin –  resta il solo (per ora) credibile garante. Nonostante le sue quasi 7000 testate nucleari, le quantità gigantesche di mateire prime di cui il caso l’ha dotata, la Russia è a tutti gli effetti uno Stato fallito.

La cosa è risultata particolarmente evidente già nella giornata di sabato, quando tutte le Cancellerie occidentali hanno emesso lo stesso scarno comunicato: “Sono affari interni della Federazione Russa, con i quali non intendiamo interferire. Il nostro unico impegno rimane quello di sostenere per tutto il tempo e in tutti i modi che saranno necessari la resistenza della Repubblica ucraina”. Riguardo a un Paese che sanzionano per la criminale aggressione a un vicino pacifico, ma con il quale non sono in stato di guerra e il cui governo riconoscono come legittimo, le democrazie occidentali hanno di fatto messo sullo stesso piano Prigozhin e Putin: il piccolo criminale e il grande criminale. Non sono cose usuali, a meno che non si abbia a che fare con il Sudan, appunto. Questo ha una serie di implicazioni. La prima è che per quanto Prigozhin possa essere un bandito da strada – e un potenziale “usurpatore”, per usare un lessico d’altri tempi – Putin è ritenuto sempre meno autorevole e la sua autorità è sempre più dubbia. Non per il titolo formale che gliel’ha attribuita: una serie di processi elettorali, sia pure condotti in condizioni illiberali ed eliminando sistematicamente e in maniera preventiva ogni credibile sfidante. Ma per le modalità con cui si dipana la lotta per il potere nel paese, più simile a quelle di un “mafia-state” che a quelle di un qualunque autoritarismo. Putin ha ripiombato la Russia in quella condizione che essa aveva, quando la Moscovia alla fine del XV secolo riuscì ad affrancarsi dal vassallaggio nei confronti dei khanati tatari dell’orda d’oro (i discendenti di Gengis Khan) che per quasi trecento anni l’avevano dominata, ereditandone però la concezione patrimonialista e personalistica del potere, per la quale il paese nella sua interezza, con la totalità delle sue ricchezze, apparteneva allo zar che ne concedeva il godimento ai boiardi, ma ai quali poteva sempre revocarlo a sua totale discrezione. 

 

Una concezione eretta a sistema da Ivan il Terribile nel corso del XVI secolo. Si tratta di un salto indietro nel processo di statizzazione, che in 25 anni annulla 5 secoli di faticoso avanzamento, passato attraverso la tremenda esperienza del comunismo staliniano.  Questo non rafforza Putin sul piano internazionale e alla fine mette a nudo la natura banditesca del suo potere e quella criminogena del suo apparato.

E’ in questa logica, credo, che possiamo provare a cercare un senso agli eventi di sabato scorso, che ritengo siano scaturiti dalla percezione di Prigozhin che la sua organizzazione, la Wagner, fosse sotto attacco da parte di altri “boiardi” vicini a Putin (i vertici della Difesa) e si sia mosso per contrastarlo, cioè per difendere il suo asset politico, economico e strategico. Probabilmente avendo degli appoggi a Mosca – qualcuno ha osservato negli ambienti dell’Fsb (i servizi di sicurezza russi, lo stresso milieu da cui proviene Putin e questa rappresenterebbe una cattiva notizia per lui) ha provato a emarginare i rivali, marciando su Mosca contro di loro, mentre allo stesso tempo si  appellava alla “lealtà” verso lo zar: un meccanismo che ha caratterizzato tutte le rivolte che hanno contrappuntato la storia russa. Le dichiarazioni iniziali di Prigozhin, però, quelle in cui accusava i vertici della Difesa e non meglio precisati ambienti della Presidenza di aver inventato inesistenti pulizie etniche in Ucraina minacce della Nato e necessità di denazificare Kyiv oltre che di essersi scandalosamente arricchiti prima e durante la guerra, sono andate sopra le righe e probabilmente gli hanno precluso la benevolenza di Putin e alienato anche chi lo aveva incoraggiato.

 

A quel punto Prigozhin deve aver cercato una via di uscita, che si direbbe aver trovato sulla base di considerazioni di reciproca utilità e grazie alla mediazione di Lukashenka. Vedremo se l’accordo, che qui ipotizzo, verrà rispettato, ma è ragionevole supporre che si sia basato sulla constatazione di due debolezze: quella di Prigozhin, che si è reso conto che il sostegno che aveva mobilitato era minore del previsto e di non avere nessuna figura che potesse rimpiazzare Putin e quella di Putin, che sapeva che le forze di Wagner sono fondamentali sia per la guerra in Ucraina sia per tutte le operazioni militari di Mosca oltre confine: dal Sahel all’Africa centrale, dalla Libia alla Siria, dal Caucaso ai Balcani.

 

Se Putin è il solo garante delle posizioni di potere e ricchezze dei boiardi del XXI secolo, Prigozhin è il capo della sola forza combattente efficace rimasta al servizio del Cremlino. La mediazione di Lukashenka potrebbe ovviamente nascondere qualche sorpresa. Una è l’emarginazione e successiva eliminazione del capo della Wagner: opzione possibile ma pericolosa soprattutto per le conseguenze che potrebbe avere sull’operatività della presenza russa “fuori area”. Potrebbe aprirsi un vulnus nella postura strategica della Russia non facile da gestire in una situazione come l’attuale. L’altra è quella paventata dall’ex Capo di stato maggiore dell’esercito di Sua Maestà, Lord Richard Dannat, secondo il quale il “prezzo” per il perdono putiniano sarebbe il trasferimento della Wagner in Bielorussia, per ritentare, oltre 18 mesi dopo, il colpo clamorosamente fallito dell’invasione dell’Ucraina da Nord e, in ogni caso, di costringere l’esercito ucraino a destinare forze consistenti per proteggere la capitale, che è molto vicina al confine bielorusso, così sottraendole alla controffensiva che si rivela, molto più lenta e complessa dell’auspicato, anche per la distruzione delle dighe operata dai russi.

 

Questa seconda ipotesi implicherebbe un nuovo allargamento della guerra e un coinvolgimento più attivo della Bielorussia nel conflitto: certo, non al punto di vedere partecipare agli scontri diretti le truppe di Lukashenka. Il dittatore bielorusso sa benissimo che i soldati gli servono per tenere sotto controllo un popolo che ha cercato di defenestrarlo per due volte. Prima col voto, ma le elezioni sono state vergognosamente truccate due anni fa. Poi con le proteste di piazza, spietatamente represse anche con l’aiuto della Russia. L’ipotesi ventilata da Lord Dannat metterebbe anche sotto una luce diversa – più “consistente” sul piano militare – la decisione del Cremlino di spostare alcune testate nucleari tattiche proprio in Bielorussia, a sostegno dell’offensiva e, soprattutto, a difesa del confine bielorusso se questa dovesse fallire.

Mentre Putin cercava una via d’uscita dalla (mezza) marcia su Mosca di Prigozhin, l’altro capo banda al suo servizio il ceceno Ramzan Kadyrov si diceva pronto a schiacciare i traditori della Wagner con le sue milizie al grido “Allah akbar!”. E dall’Iran i pasdaran si dichiaravano “decisi a difendere il presidente Putin come abbiamo difeso il presidente Assad”. Tutto questo, lo sottolineo, mentre l’esercito regolare russo sembrava non sotto il pieno controllo dei suoi comandanti

 

Un Putin più debole quindi perché il suo sistema di potere appare nella sua nuda brutalità e perché l’ipotesi di una combine tra lui e Prigozhin non sta in piedi. Sia per le parole con le quali il capo della Wagner ha sbugiardato in uno stringato comunicato tutta la massa di bugie con le quali il Cremlino ha giustificato la propria invasione criminale dell’Ucraina sia per aver levato il velo sulle decine di migliaia di morti (si parla di un numero ormai superiore ai 100.000) che la guerra sta costando ai russi. Parole troppo urticanti, proprio perché vere, per pensare che possano aver ricevuto il disco verde dal Cremlino. Le prospettive che essa getta sull’andamento della guerra in Ucraina non appaiono però così rosee come in un primo momento poteva sembrare. A meno che quello di sabato scorso non sia solo il primo atto di un più generale regolamento di conti, non dovremmo essere di fronte ai prodromi di quella guerra civile evocata proprio da Prigozhin un mese fa.

 

L’apertura di una lotta per il potere avrebbe potuto, quella sì, condurre a una più rapida conclusione del conflitto per almeno due motivi. Il primo è che il venir meno di Putin dalla ribalta avrebbe eliminato un ostacolo oggettivo e decisivo a qualunque ipotesi di ritiro russo. Il secondo è che nell’eventualità di una vacanza del potere, tutti i possibili contendenti avrebbero concentrato le proprie risorse militari nella lotta per conquistarlo, con tanti saluti alla retorica nazionalista delle “province irredente”. Né più né meno di quando avveniva a Roma quando i generali si contendevano il controllo dell’impero e i sguarnivano le frontiere delle loro legioni e né più né meno di come fece Lenin nel 1917, accettando di lasciare l’intera Ucraina, la Finlandia e le province baltiche alle potenze centrali, pur di assicurarsi le truppe necessarie a vincere la guerra civile. Non si direbbe sia questo il caso.

 

Le democrazie occidentali, si diceva, sono state unanimi nel ribadire la non interferenza e il pieno sostegno all’Ucraina. Una bella prova di fermezza, mai scontata. Certo le condizioni in cui versa la Russia aumentano la preoccupazione e l’incertezza e rendono ancora più irrealistico identificare vie concrete per una trattativa di pace (con chi? Con quali garanzie?). Di certo stupisce che uno Stato fallito, una satrapia gangsteristica, controlli 7.000 testate nucleari. Ma non possiamo certo essere noi a puntellare il potere di Putin. Se la Russia è in queste condizioni lo deve a un quarto di secolo di putinismo e alla deriva avventuristica infertale da Vladimir Putin stesso nel corso degli ultimi quindici anni. Putin voleva destabilizzare l’Ucraina, un “non Stato” nelle parole dello zar: è riuscito esattamente nel contrario, portando la attuale Moscovia a condizioni pre-moderne.

 

Esattamente come i principi Daniilovici della Moscovia non esitarono a essere esecutori fedeli degli ordini dei Khan per affermare la propria supremazia sui propri competitori slavi (i Khanati di Kazan’ e Astrachan furono sconfitti solo nel 1550 da Ivan il Terribile, quello di Crimea sopravvisse fino al 1783, annesso da Caterina la grande), così Vladimir Putin, per conseguire la perpetuazione del suoi potere personale, non sembra preoccuparsi di consegnare il “ruski mir” da lui vagheggiato all’egemonia cinese. A differenza di quei principi, però, (da cui discende Ivan il Terribile, amato tanto da Stalin quanto da Putin) Vladimir non pare interessato alla sua successione. Non la ipotizza, quasi allontanarne il pensiero possa anche procrastinarne all’infinito la biologica inevitabilità. Finora la sua “insostituibilità” ha rappresentato per lui un punto di forza, ma alla lunga, con il trascorrere degli anni e dell’età, potrebbe trasformarsi in un fattore di debolezza, a mano a mano che proprio l’invecchiamento del patriarca renderà più precario l’ordine e l’equilibrio tra i diversi potentati che tutto gli devono e che, proprio per questo, dovranno tempestivamente individuare un successore in grado di confermare privilegi e prebende. La mossa di Prigozhin ricorda anche questo tanto a Putin, quanto al suo entourage:  che gli anni scorrono inesorabili per chiunque.

 

Pechino ha guardato con un’apprensione ben maggiore degli altri attori internazionali quello che stava accadendo a Mosca. Xi Jinping ha investito più di chiunque altro – e più di qualunque suo predecessore – sulla relazione con Putin e, via via che la guerra non procedeva secondo le aspettative russe, il sostegno cinese in termini politici, diplomatici, economici e, parzialmente, militari è diventato sempre più importante. Ma anche sempre più rischioso per Pechino. Un eventuale crisi del suo alleato principale vanificherebbe la strategia che, pur con le cautele del caso, Xi ha imboccato con crescente decisione nel corso di questi diciotto mesi, a coronamento di un percorso pluriennale. Avendo investito così tanto, nessuno ha più da perdere della Cina, che infatti, dopo circa 24 ore di silenzio ha prodotto un comunicato di pieno sostegno all’alleato, a seguito di un vertice tra il ministro degli Esteri cinese Qin Gang e il viceministro degli Esteri russo Andrei Rudenko. C’è da ritenere però che i dubbi cinesi – insieme alla consapevolezza dei costi e dei rischi – circa l’assegno in bianco che Pechino ha di fatto firmato nei confronti di Mosca possano crescere nelle prossime settimane, se la situazione dovesse restare confusa o se la Russia dovesse eccedere nelle operazioni legate alla guerra in Ucraina.

 

Una parola, infine, credo vada spesa nei confronti dell’opinione pubblica russa. Che è rimasta inerte, come lobotomizzata, di fronte agli eventi che stavano accadendo tra Rostov e Mosca. Probabilmente ha giocato un ruolo lo shock di vedere due figure associate nella leadership della guerra in Ucraina all’improvviso in procinto di combattere tra loro, così come la prospettiva di assistere a uno scontro fratricida tra “gli eroi della Wagner” (sic) e l’esercito della Federazione. La narrazione ipnotica e monopolista, il controllo pressoché totale dei media da parte del Cremlino, sembra aver completamente annientato la capacità critica dei russi. Sicuramente un peso decisivo l’hanno anche avuto la distruzione (fisica talvolta, talvolta attraverso l’imprigionamento o l’esilio) di ogni potenziale leader dell’opposizione e la spietata e capillare repressione del regime delle forme anche più veniali di dissenso. In ogni caso sulla società russa occorre non farsi soverchie illusioni. Quella vitalità che si era manifestata, pur tra mille contraddizioni, negli anni della transizione dall’Unione Sovietica alla Federazione Russa è ormai un lontano ricordo. Le prospettive per un germogliare della democrazia in Russia sono sostanzialmente inesistenti, almeno nel medio periodo e la popolazione appare imbrigliata in un ottuso e narcolettico nazionalismo, in cui più che “morire per la Patria”, si “muore di patria”.