(foto Ansa)

È Rai minestra. Nuovi palinsesti già vecchi, e scoppia la guerra dipendenti-giornalisti

Carmelo Caruso

La programmazione 2022-2023 è un'accozzaglia di idee e format ritriti. E in conferenza dei problemi dell'azienda non si parla

Ecco Rai minestra. La ricetta è facilissima: prendere delle serie Netflix di successo (Mi chiamo Francesco Totti e L’Isole delle Rose) e riproporle a un anno di distanza sulla televisione pubblica. Fatto? Ottimo. Aggiungere “i punti di forza dell’informazione Rai che sono Porta a Porta, Cartabianca, Report spezzettando a cubetti Piero e Alberto Angela (non perdono mai sapore). Successivamente recuperare dalla dispensa i programmi di Radio 2 (come Caterpillar) e trasportarli su Rai 2 (penalizzando così Radio 1). Magnifico. Lasciare sbollentare e mescolare un immancabile documentario di Walter Veltroni (su Pio La Torre) con programmi che ripropongono un’idea nuovissima: vecchi contro giovani. Spruzzare, come dice il direttore dell’Intrattenimento, Stefano Coletta, “gli artisti più fiiighi sulla piazza” per avere “perfomaaaaanse” tipo Festivalbar, mentre per i telespettatori più spericolati una grattuggiatina di “come diventare drag queen”, altro formidabile prodotto che stanno cucinando a Viale Mazzini. 

Era dunque questo “lo strepitoso palinsesto Rai 2022-2023” che l’ad Carlo Fuortes ha presentato a Milano insieme ai suoi dieci direttori che sono “i responsabili delle produzioni che firmano”. In pratica, e soprattutto per quanto riguarda Cartabianca, Fuortes ha scaricato la responsabilità sul nuovo direttore dell’Approfondimento, Antonio Di Bella, “perché è lui che dovrà accompagnare”. E cosa poteva dire Di Bella? Il mio compito non è “togliere ma aggiungere voci”, che equivale a dire a uno ubriaco da marciapiede: “Il mio compito non è toglierti la bottiglia di gin ma offrirtene un’altra di rum”. Ebbene, ci sarebbe tantissimo da scrivere sull’ad e su questi dieci direttori che, a ruota, si passavano il microfono (l’unica capace di offrire un’idea era Elena Capparelli, la direttrice di Rai Play che si è aggiudicata Jovanotti, Lundini e che ripropone tutto Chaplin) ben dieci direttori e un ad che raccontavano una Rai che non esisteva e che, e sono state le parole di Fuortes, “non avrebbe subito un danno dovuto allo sciopero del 26 giugno”.

 

Se non è un danno “bucare”, per una televisione che fa informazione, una giornata di grande informazione, verrebbe da chiedere quale sia la nozione che Fuortes assegna alla parola “catastrofe”. L’evento “Palinsesti 2022-2023”  era presentato da Laura Chimenti, a cui è stata da poco tolta (insieme a Giorgino ed Emma D’Aquino) la conduzione del Tg1 delle 20. L’inviato di Dagospia ha giustamente chiesto: “Ma ci vuole spiegare cosa è accaduto?”. La conduttrice non ha risposto ma sarebbe stato interessante sapere cosa ne pensasse, mentre ascoltava Di Bella, del programma che è stato assegnato alla sua collega di “disagio” (D’Aquino) per placarla. Lo sapevano tutti che sull’Approfondimento non ci sarebbero state novità ma alla Rai è così tanta la voglia di stupire che non si rinuncia mai a qualche trucco da due monete. Per dare una patina di novità ai programmi di Ilaria D’Amico e Giancarlo De Cataldo gli hanno infatti cambiato nome.

Nella furia di accaparrarsi i programmi che fanno più ascolti, la dirigenza Rai, non si è neppure accorta del guasto che potrebbe provocare a Fabio Fazio, uno che ha ottenuto l’intervista al Papa e a Macron. Il suo programma se lo contendevano Rai Cultura e Rai Intrattenimento. E’ finito a Rai Cultura e quando lo ha saputo il deputato Michele Anzaldi precisava già: “Mi sembra che la vera notizia è che dal prossimo anno Fazio non potrà fare le interviste politiche. Lo hanno detto loro. Non è Rai Cultura? Che c’entra la politica?”. Veramente faceva più bene sapere del ritorno in Rai di Renzo Arbore con Gegè Telesforo piuttosto che apprendere che ad Alessia Marcuzzi (la novità) verrà assegnato (ancora) un programma dal nome “Boomerissima”.

E’ da almeno trent’anni che in Rai si riciclano le idee di Guglielmi, Arbore e Chiambretti ma senza Guglielmi, Arbore e Chiambretti. Ma per i dieci direttori e l’ad era una giornata bellissima. E’ cominciata con un comunicato di Slc-Cgil-Fistel-Cisl-Uilcom-Uil-Fnc-Ugl- Snater- Lidersind-Comfsal che definisce il piano industriale di Fuortes “un piano di distruzione” perchè “penalizza i reparti operativi a favore dei giornalisti che sono oltre 2.100 per otto testate giornalistiche”. E’ peggio della guerra di Spagna.. Dipendenti contro giornalisti; giornalisti interni contro esterni; le partite Iva contro i regolarizzati, per intenderci quelli che il giorno dello sciopero si sono presentati ugualmente vedendosi riconosciuta una giornata di festivo. Di tutto questo non se n’è parlato. Tra i programmi confermati c’è “Un giorno in pretura”. In Rai nessuno ha ancora pensato di lanciare l’unico vero programma a costo zero: “Un giorno in Rai”.

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  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica, ha scritto otto anni per Panorama occupandosi di politica, cronaca, cultura. Nel 2018 a Il Giornale. Oggi in redazione a Il Foglio.