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il racconto

Meloni a Pescara si candida e scommette sui suoi: non siete scarsi

Luca Roberto

La premier “scende in campo” in riva al mare. Correrà ovunque. Rimanda l’apertura del partito: “Non sono sola”. E scherza su Salvini in dad

Pescara, dal nostro inviato. E’ una discesa in campo, perché è così che l’ha voluta chiamare Giorgia Meloni. Lei che qui, in riva all’Adriatico, vuole continuare a essere considerata una “persona del popolo. Per questo vorrei che sulla scheda elettorale scriveste solo ‘Giorgia’”. A Pescara, alla conferenza programmatica di Fratelli d’Italia, è stato tutto un infarcire per due giorni gli eventi in programma di ministri, sottosegretari, parlamentari e manager di stato, nell’attesa che la presidente del Consiglio arrivasse qui per dire: “Ho deciso di guidare le liste di Fratelli d’Italia in tutte le circoscrizioni alle europee. Mi sono sempre considerata un soldato e i soldati non esitano a schierarsi in prima linea”. L’ha fatto quasi al termine di un comizio fiume, oltre un’ora per spiegare perché “dopo l’Italia possiamo provare a cambiare l’Europa”.

Meloni tiene il comizio tutto per intero, seppur persista il problema agli otoliti “che mi fanno sentire su un ottovolante”. E inizia con una stoccata detta per scherzo nei confronti di Matteo Salvini: “Ha preferito il ponte a noi”. In effetti il vicepremier non è che abbia dato grande dimostrazione di tenerci all’evento dell’alleata, a differenza di Antonio Tajani che si presenta e augura “buona fortuna a FdI alle elezioni europee”. Salvini all’evento vi partecipa, sì, ma in Dad, collegandosi per strada con il cellulare da una Milano ingrigita. Fa mandare un saluto dalla figlia. Noncurante di una location, quella pescarese, con le barche sullo sfondo, che rievocherebbe l’epoca della sua gestione al ministero dell’Interno.

 

Mentre Atreju per Meloni era stato un lungo elenco di “avversari”, la premier è arrivata in Abruzzo per spiegare le ragioni della sua corsa. Anche ai suoi: “La nostra non è stata fortuna, è stata ostinazione. Ma quello che ci siamo guadagnati non è un dato acquisito per sempre. Dobbiamo continuare a meritarcelo”. Allo stesso tempo ha scelto di infondere le truppe della fiducia che ha in loro: “Si diceva che Fratelli d’Italia non avesse una classe dirigente, penso che invece manifestazioni come questa dimostrino la qualità della nostra classe dirigente. Ecco una splendida diapositiva di risposta a chi dice che sono sola e intorno non ho persone capaci”. Sembrava rispondere ai consigli che le ha dato Giovanni Minoli sul Foglio. Non è tempo, quindi, per l’apertura del partito, dice Meloni. Meglio fidarsi di chi c’è, perché “non sono leader del Pd e se mi candido sono certa che il partito mi darà una mano”. In effetti anche i dirigenti, i parlamentari di Fratelli d’Italia, alla domanda sul bisogno di allargamento alle competenze, preferiscono tagliare corto. Lei comunque si prefissa l’obiettivo di mandare “la sinistra all’opposizione anche in Europa”. Criticando pure il Partito popolare europeo, che ha assecondato troppo “l’agenda progressista”. Ma si tiene alla larga da attacchi diretti. Schlein la cita solo per chiederle se è a favore della lotta ai clandestini o meno. E a proposito di Conte dice: “Siamo capaci di prendere decisioni anche impopolari come il sostegno all’Ucraina, lo facciamo perché vogliamo la pace. Ma la pace si costruisce con la deterrenza e non con le bandierine in piazza o con il cinismo di chi scrive nel simbolo la parola pace”.

 

Prima che la premier parli, sotto ai teloni che si arroventano sempre più, i volontari distribuiscono le bandiere tricolore e di partito. Esploderanno in un tripudio all’inizio e al termine del suo intervento, concluso sulle note di “A mano a mano” cantata da Rino Gaetano. Ecco, se c’è un ambito in cui Fratelli d’Italia sta riuscendo a diventare partito della nazione è quello musicale: la playlist della kermesse spazia da Loredana Bertè (“prima mi dicono pazza sei pazza e poi poi mi fanno santa”, ma non c’entra nulla con la Santanchè), a Frah Quintale e Giorgio Poi, da Lucio Battisti a Liberato. Nel corso della tre giorni si cita pure, lo farà il ministro dello Sport Andrea Abodi, il film di Paolo Cortellesi “che a me è piaciuto”. Gli avventori, i semplici curiosi catapultatisi a Pescara da tutto il centro-sud (ma ci sono anche degli isolani) per unire sole e politica, sfogliano Libero, Il Messaggero. Il retro del palco principale è sulla spiaggia: così chi va a farsi una passeggiata compare nella diretta. Succede anche durante l’intervento di Meloni: a un certo punto passa un signore sventolante il tricolore e poco più in là una coppia di bagnanti appena usciti dall’acqua. Comparire in diretta con delle scritte di dissenso era facilissimo ma non ci ha pensato nessuno, di sicuro non il “Partito comunista” che ha fatto partire l’esposto contro le tensostrutture tirate su dal partito. Il grande deus ex machina, ubiquo, te lo ritrovi ovunque, è ovviamente Giovanni Donzelli. Quello che il presidente del Senato Ignazio La Russa, dopo aver tributato insieme a Bianca Berlinguer una standing ovation alla memoria del padre Enrico, chiamerà “Donzellino”. Ma molto presenti sono un po’ tutti i ministri e parlamentari, compreso il vicepresidente della Camera e, forse, unica minoranza interna a FdI: Fabio Rampelli. “Io sono di Cassino, rampelliana. Puoi capire quanto sia ostracizzata”, capiterà di origliare in un ristorante del centro rinomato per gli arrosticini.

 

Tra i protagonisti di questa due giorni c’è ovviamente anche Arianna Meloni. La sorella d’Italia si fa vedere seduta in prima fila al dibattito a cui prende parte Claudia Gerini, un’amica. Poi rimane dietro le quinte. E al termine dell’intervento conclusivo, quando la direzione nazionale sta votando il mandato a Giorgia Meloni di completare le liste (“Chi è contrario? Chi si astiene? Chi è favore? Approvato”), scorta la sorella nella zona riservata, cosiddetta “area vip”, accanto alla tensostruttura, dov’è stato imbandito un ricco rinfresco. Dall’altro lato la sezione dedicata ai giornalisti, che nella giornata di sabato vivranno momenti di tensione. Un trolley lasciato incustodito farà sì che la polizia richieda all’intera sala stampa di “essere evacuata”, credendo fondata la presenza di un “allarme bomba”. Alla fine il bagaglio viene allontanato, aperto in spiaggia e ritenuto innocuo. Arrivati a questo punto è giusto che i lettori sappiano che il trolley apparteneva a chi scrive. Chiediamo scusa.

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  • Luca Roberto
  • Pugliese, ha iniziato facendo vari stage in radio (prima a Controradio Firenze, poi a Radio Rai). Dopo aver studiato alla scuola di giornalismo della Luiss è arrivato al Foglio nel 2019. Si occupa di politica. Scrive anche di tennis, quando capita.