Una volta qui era tutto riformismo. Parla Nannicini

Carmelo Caruso

La svolta statalista del Pd interroga i parlamentari dell'area Guerini-Del Rio. Resa culturale? Matteo Renzi lusinga gli scontenti. "In economia non possiamo seguire i 5s, sarebbe la fine del Pd" dice il senatore

“Io rimango sulla mia posizione riformista e avverto il mio partito. Abbracciare l’ideologia economica del M5s rischia di provocare la fine del Pd”. Il momento deve essere dunque degli sbuffi, del “così è davvero troppo”, se anche un professore come Tommaso Nannicini, senatore che non ama la baruffa, è costretto a ricordare al Pd, al suo partito, che lo Stato interventista è quasi sempre la scorciatoia dei grandi fallimenti industriali, antologia della catastrofe.

 

C’è nell’aria un venticello di Iri, ma modello “Beneduce”, che in teoria è la stagione della grande Iri, garantiscono nel Pd per trattenere gli orfani di Matteo Renzi costretti a sopportare l’economia pianificata: “Mancano solo i grandi piani quinquennali”.

E allora dopo Aspi perché non provarci con Tim, OpenFiber. Insomma, perché no? In un’intervista al Foglio, il responsabile economico del Pd, Emanuele Felice, fortemente voluto da Nicola Zingaretti, ha esaltato “il meno peggio come sano principio riformista”. Sono acrobazie pericolosissime. “E mi dispiace, ma no. Noi non siamo questo” sussurra un deputato del Pd area Lorenzo Guerini e Graziano Del Rio, impegnati adesso a gestire l’infelicità che è sentimento peggiore della ribellione. Luca Lotti non parla: “Preferisco di no” e stringe i denti perché purtroppo è l’ora di tacere.

 

 

Stefano Fassina di Leu, a questo punto, è pienamente riabilitato tra i democratici e somiglia a quelli che con vent’anni di ritardo vedono confermati le speculazioni per cui vennero maltrattati. E’ lui il Galileo socialista: “Non posso che essere contento del loro cambio di rotta. E’ il riflesso dei tempi. A forza di sbandate elettorali hanno capito. Il Pd non poteva rimanere il partito delle ztl”. In questi giorni, nel Pd – complice l’intervista sulla “subalternità” verso i grandi gruppi industriali (a Dario Franceschini e Andrea Orlando non è piaciuta questa espressione usata da Goffredo Bettini) e complice la soluzione Aspi – ci si sta interrogando a proposito del “contagio” che per Fassina è ovviamente una bellissima infezione: “Il 5s ha avuto un ruolo decisivo. In economia hanno contribuito a modificare la linea dei democratici. Il loro contributo è stato fondamentale”.

 

Andrea Romano, che è per proteggersi da questi virus, non ha gradito la frase che Felice ha rivolto a Giorgio Gori e Beppe Sala, sindaci che avrebbero, secondo il responsabile economico, una cultura politica vecchia e “idee arcaiche, di destra”. “Felice è un professore brillante ma la sua rappresentazione di Gori e Sala rischia di essere caricaturale. Critica il New Labour, ma in Inghilterra abbiamo governato quindici anni. Io avrei preferito avere altri leader come Tony Blair piuttosto che non averne”. Non dice che il governo ha sbagliato su Autostrade ma dice che un timore ce l’ha: “Mi fa paura la retorica grillina. Mi fa paura la parola vendetta che sento aleggiare nella vicenda Aspi. Dopo Genova, il desiderio di cacciare i Benetton ha fatto dimenticare che la giustizia non ha ancora trovato e punito i colpevoli. Il risarcimento vero delle vittime arriverà con la sentenza” ammonisce Romano.

  

Con quale frase si potrebbe dire meglio se non con la sua? “I 5s la fanno facile, ma il Pd ha il compito di farla difficile”. Non è una controversia fra filosofi strutturalisti. Giorgio Mulè, portavoce dei gruppi parlamentari di Forza Italia, camminando alla camera, parla del “passato che nel Pd non passa. Sta vivendo un rigurgito di un massimalismo sconfitto dalla storia. E’ il ritorno alla caverna, la prova che il Pd non sa sfidare la modernità”.

 

E infatti, Italia Viva, che conosce i contorcimenti di chi è rimasto nel Pd, è tornata a solleticare gli amici “riformisti” e blandirli. Ne potrebbe approfittare: “Perché non venite da noi? Con i numeri che avete in parlamento o siete capaci di farvi valere o non vi resta che uscire”. E loro invece rimangono. Ma che fatica! Per Nannicini, che non è per “lo stato imprenditore ma per quello emancipatore”, si potrebbe anche intervenire ma “nei settori strategici”, con nomine pubbliche “basate sul merito e non sui salotti romani”.

 

Neppure lui sa rispondere alla domanda: da quando siete così? “Se rispetto all’ultimo congresso stiamo cambiando linea su impresa e lavoro, dovremmo discuterne. Magari con una discussione autentica su tesi contrapposte. Facciamo uscire il Pd dal lockdown”. Ma non eravate riformisti? “Io ripeto che lo sono ancora. Il riformismo non è cercare il meno peggio, come sento purtroppo oggi dire, ma costruire il meglio possibile”. L’impossibilità, nel Pd, di dirsi sereni.