Sulla legge elettorale la maggioranza va in tilt

Valerio Valentini

L'accelerazione imposta dal Nazareno sul proporzionale coglie tutti di sorpresa, compresi molti dem. I sospetti su Zingaretti: "Vuole l'incidente a fine luglio". La perplessità di Raciti (Pd). Il centrodestra scrive a Fico

L'ordine, a quanto pare, è giunto perentorio: "Così vogliono Zingaretti e Franceschini". Ma a giudicare dalle reazioni di chi quell'ordine avrebbe dovuto – e dovrà – attuarlo, più che una prova di forza, sembra una prova d'insofferenza. Un colpo di sole, più che un colpo di mano. Il Pd ha infatti deciso che sulla legge elettorale – proporzionale con soglia di sbarramento al 5 per cento, sul modello tedesco – bisogna accelerare, comprimere i tempi e liquidare nel giro di poche ore tutte le incertezze degli alleati, la cautele delle opposizioni, tutte le trattative palesi e sotterranee in corso. Proporzionale, dunque: ora e subito, senza indugi. Così da mettere tutti di fronte al fatto compiuto – che poi, a bene vedere, significa mettere con le spalle al muro Matteo Renzi e la sua funambolica incoerenza – e trarne poi le dovute conseguenze. Magari incassando dal caos che ne scaturirà. 

 

L'avvio delle grandi manovre è stato dato ieri pomeriggio. Quando, nella commissione Affari costituzionali della Camera dove il testo della legge elettorale è depositato da inizio anno, Pd e M5s hanno chiesto a Forza Italia di illustrare in breve, per via orale, la loro nuova proposta in materia degli azzurri, che consiste in una Rosatellum corretto in senso più maggioritario. "Cioè, io dovrei esporvi a voce una riforma di legge elettorale? Ma siamo pazzi", è sbottato allora Francesco Paolo Sisto, capogruppo dei berlusconiani in commissione. Che, di fronte all'irragionevole fermezza del Pd, ha deciso quindi di scrivere una lettera di protesta al presidente della Camera, Roberto Fico firmata insieme ai colleghi di Lega e Fratelli d'Italia. "Una roba che manco in Bulgaria", sbotta al telefono Sisto. "La legge elettorale definisce le regole del gioco, che dovrebbero essere scritte cercando la più ampia convergenza possibile. Ma ci rendiamo conto? Questi seguono un metodo bolscevico". 

 

Bolscevico chissà. Di certo anomalo lo è, però, se è vero che anche un pezzo della maggioranza ha protestato contro questa forzatura. "Per noi la soglia del 5 per cento va abbassata", ha detto ieri Federico Fornaro, di Leu, con gli occhi un po' sgranati. "Senza quella modifica, come sapete, noi non ci stiamo". E invece lo sbarramento non si tocca, insistono nel Pd. Mandando un chiaro messaggio di guerra ai renziani. Che infatti reagiscono: "Noi non ci stiamo", dice Marco Di Maio. "Questa sgrammaticatura istituzionale, proprio sulla legge elettorale, è pericolosa. Anche perché apre un conflitto con le opposizioni in una fase in cui, invece, della loro collaborazione avremo bisogno, onde evitare di trovarci di fronte alla trincea dell'ostruzionismo su provvedimenti fondamentali come quello del decreto Semplificazioni. Per non parlare del voto sullo scostamento di bilancio". 

  

Eppure, niente da fare. Il Pd non sente ragioni e non ammette indugi. Al punto che stamane, alle undici, Stefano Ceccanti ed Emanuele Fiano, che guidano la truppa in commissione, hanno chiesto ai colleghi del M5s un atto di fedeltà: "Dovete seguirci". Richiesta talmente ultimativa che i grillini si sono stretti nelle spalle, un poco disorientati: "Non capiamo il perché dell'accelerazione, ma se ce lo chiedete ci adeguiamo". E allora adelante Pedro, e senza juicio: lunedì prossimo, in commissione, si vota (che è già un accenno di ravvedimento, visto che al Nazareno chiedevano di risolverla già oggi pomeriggio). Leu e Iv, comunque, non parteciperanno, pare, ma ciò non basterà a fermare la corsa dei dem: perché, tra Pd e M5s, la maggioranza di 24 deputati in commissione è comunque garantita. "E del resto non c'è alcuna accelerazione", spiega Fiano. "L'accordo sulla legge elettorale è stato siglato il 9 gennaio scorso, e se non ci fosse stato il Covid sarebbe già stato suggellato da un voto in Aula. In fondo, l'accordo sulla riforma proporzionale era strettamente legato all'approvazione del taglio dei parlamentari, che verrà sancito col referendum di settembre".

 

E però, dietro le dichiarazioni di fermezza, anche nel Pd serpeggia molto malumore. C'è chi dice che si tratti di una semplice "esibizione di celodurismo", chi parla di "un fallo di reazione contro Renzi che ha ostacolato l'accordo sul rinnovo delle presidenze di commissione". E non è un caso, allora, se anche Graziano Delrio, capogruppo del Pd alla Camera, ieri s'è trovato a dover gestire le proteste dei suoi, allargando pure lui le braccia come chi riporta un ordine giunto dell'alto, vuolsi così colà, perché "pacta sund servanda, e quello sulla legge elettorale è un patto che anche Italia viva aveva firmato". E insomma, "bisogna dimostrare che Renzi è inaffidabile". 

 

Nella schiera dei "perplessi" s'iscrive anche Fausto Raciti, rappresentante del Pd nella Affari costituzionali: "Stiamo dando seguito a una esplicita indicazione della segreteria nazionale del partito. Una indicazione di cui però ci sfugge il senso, perché approvare con una prova muscolare il testo in commissione, senza un accordo con gli altri partiti di maggioranza e un'intesa anche con le opposizioni, significa mettere a repentaglio il risultato finale". Che andrebbe incassato, a rigor di calendario, il 27 luglio, quando il testo dovrebbe approdare in Aula (sempre ammesso che il testo superi il fuoco di fila degli emendamenti in commissione: Iv ne presenterà 80, il centrodestra un migliaio). Ma la fretta rischia di portare nell'Assemblea di Montecitorio un testo già morto, di fatto, perché al primo voto segreto andrebbe sotto. "E' una strategia autolesionista, soprattutto per chi ritiene che la riforma del sistema elettorale in senso proporzionale sia uno dei motivi fondamentali per cui abbiamo fatto il governo col M5s", sbuffa Raciti. "Senza contare che il proporzionale sarebbe servito, nei piani di qualcuno dei nostri, per allontanare Forza Italia dalla Lega. Ma forzando in questo modo, semmai, ricompattiamo il centrodestra, che del resto si avvia a presentarsi unito alle regionali di settembre". 

 

A meno che, però, in questa strana follia non ci sia comunque del metodo. Ipotesi che al Nazareno qualcuno accredita: come insomma a lasciar intendere che il rischio dell'inciampo parlamentare è ben chiaro, nella mente di Nicola Zingaretti. Solo che forse non assume i connotati del rischio da scansare, ma dell'opportunità da cogliere. Perché in Aula ci sarà il rodeo: la legge elettorale su cui tutti – Pd, M5s e Renzi – si erano impegnati verrà falcidiata, e a quel punto l'incidente diplomatico verrà utilizzato da chi vuole cambiare gli equilibri, e magari chiedere un rimpasto. "Del resto – malizia un esponente della segreteria – Zinga sa bene che a settembre, se le regionali andassero male, lui verrebbe cucinato da Franceschini. E allora, prima di finire sulla graticola, prova a cucinarsi lui quelli che vorrebbero faro fuori". 

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