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Il lavoro che serve al governo, il taglio dei parlamentari che non è tabù

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

18 Luglio 2020 alle 06:00

Il lavoro che serve al governo, il taglio dei parlamentari che non è tabù

(foto LaPresse)

Al direttore - Nella sua ampia intervista col Foglio, Emanuele Felice offre le motivazioni intellettuali per la svolta populista del Partito democratico. Purtroppo, egli sembra leggere la realtà sulla base di un modello interpretativo semplicistico, se non brutalmente sbagliato. Per esempio, Felice argomenta che il ricorso alla cassa integrazione e al blocco dei licenziamenti “ha senso quando le imprese sono in crisi per uno shock esterno, e noi le sosteniamo finché non passa la crisi perché in condizioni normali funzionerebbero”. L’assunzione implicita è che, quando la crisi del Covid sarà finalmente alle nostre spalle (quando?), tutto tornerà esattamente come prima: i consumatori domanderanno gli stessi prodotti, nelle stesse quantità e agli stessi prezzi, e i produttori li offriranno impiegando capitale e lavoro nelle stesse dosi per fare le stesse cose di prima. Questa rappresentazione è forse rassicurante, ma è priva di qualunque appiglio col mondo reale. Lo vediamo già oggi: i consumi di alcuni prodotti crescono, altri diminuiscono, e – almeno in parte – questi cambiamenti – che investono anche i processi produttivi – sono destinati a rimanere. Felice pare convinto che l’economia debba essere in una foresta di pietra, nell’attesa che sorga il sole e torni la vita: “Aspettiamo che finisca la crisi e poi si vedrà”. Purtroppo la crisi ha certamente una dimensione esogena, ma ne ha anche una endogena: come ne usciremo, dipende anche dalla nostra capacità di cambiare e intercettare i mutamenti economici e sociali in atto. Se il nostro obiettivo è quello di uscire dalla crisi uguali a prima, ne usciremo peggio di prima.

Carlo Stagnaro 

 

Spendersi per difendere il blocco dei licenziamenti e la proroga della Cig senza capire che dopo il Covid il mondo è cambiato e difficilmente tornerà come prima significa non capire una cosa in realtà molto semplice: quando queste politiche cesseranno, la disoccupazione aumenterà ugualmente e nel frattempo si saranno sprecate grandi risorse che avrebbero potuto essere usate per promuovere i settori del futuro e per aiutare i lavoratori a ricollocarsi in imprese più solide.


Al direttore - Madamina, il catalogo è questo: siamo l’unico paese europeo ad aver disposto lo stato di emergenza non per legge, ma attraverso una semplice delibera del Consiglio dei ministri; siamo l’unico paese europeo a non aver ancora posto fine allo stato di emergenza, nonché il solo a volerlo prolungare per tutto il 2020 sulla base non della realtà ma di una possibilità; tra decreti, ordinanze, dpcm e circolari sono stati approvati 310 atti normativi, pochi sono passati dal Parlamento, tutti erano gravati dalla fiducia; l’attività emendativa è stata concentrata in una sola delle due Camere, con implicito congelamento del bicameralismo. Questo, dunque, il parziale catalogo delle “conquiste” della democrazia italiana nell’era del coronavirus. Che il Parlamento sia stato esautorato lo lascia intendere la presidente della Corte costituzionale e lo dice esplicitamente la presidente del Senato. Era necessario? No, perché nessun altro paese europeo è arrivato a tanto. E’ stato utile? No, perché le misure si sono rivelate certamente insufficienti, largamente inefficaci e manca ancora l’ottanta per cento dei decreti attuativi necessari per trasformare gli annunci in realtà. Come si spiega? Un po’ con la scarsa cultura liberale, democratica e istituzionale del nostro paese, molto col vizio d’origine di questo governo. Tutto è cominciato con un’intervista di Matteo Renzi al Corriere della Sera. Era l’11 agosto 2019, titolo: “Folle votare subito, prima governo istituzionale e taglio dei parlamentari”. Il governo Conte 2 è dunque nato sul taglio della rappresentanza parlamentare caro al Movimento 5 stelle. Una riforma costituzionale giustificata da soli intenti demagogici (I soldi! La Casta!), che delegittima il Parlamento, riduce la rappresentanza dei cittadini, esclude dal Senato le opposizioni in diverse regioni, pregiudica l’efficienza e l’efficacia dell’attività legislativa. Tutto il resto ne consegue. E’ per questo che chi non ne può più di essere preso per i fondelli dai grillini e chi ritiene che la democrazia rappresentativa sia la peggior forma di governo eccezion fatta per tutte le altre, non potrà che impegnarsi a favore del No al referendum costituzionale che si svolgerà il 20 e 21 settembre. Un referendum sul Movimento 5 stelle. Una scelta tra demagogia e politica. Un voto in difesa dello stato di diritto.

Andrea Cangini, senatore di Forza Italia 

 

Rispetto all’ultimo punto, le dico la mia impressione: la riduzione del numero dei parlamentari ha poco a che fare con il grillismo ed è semplicemente il risultato naturale di un paese che nel 2016 ha scelto di avere chissà per quanto tempo un riformismo a metà. Il taglio del numero dei parlamentari non è, come si dice, una riforma che il Parlamento è stato costretto ad approvare per assecondare la demagogia grillina ma è una riforma che i parlamenti cercano di approvare dalla bellezza di trentasei anni. Una riforma organica era quella che fu offerta nel 2016 agli elettori. La riforma organica venne bocciata anche da Forza Italia e oggi in mancanza di un piatto completo non ci si può lamentare più di troppo se ci tocca lo spezzatino.

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