Chi è Susanna Ceccardi, la candidata della Lega alle regionali in Toscana

David Allegranti

Da sindaco di Cascina, periferia pisana, alla corsa per la regione (ex?) rossa. Un estratto di “Come si diventa leghisti” (Utet)

Pubblichiamo un estratto di “Come si diventa leghisti” (Utet), il libro di David Allegranti


  

Chiamatemi signor sindaco

 

Se non alzi gli occhi crederai di essere nel punto più alto. La frase, scritta a caratteri cubitali, spicca su un rudere di mattoni rossi in pieno centro, forse un tratto delle vecchie mura. Poco lontano, la sede dei vigili e quella del Comune. grazie a google scopro velocemente che l’aforisma è di Antonio Porchia, scrittore calabrese ma naturalizzato argentino. Potrei sbagliarmi, ma da una rapida ricerca non mi sembra il Porchia abbia mai passato neanche un giorno della sua vita qui a Cascina, ex periferia pisana, ex città del mobile, oggi modesto centro urbano di quarantaseimila abitanti la metà dei quali arrivati in dono dopo lo spopolamento di Pisa. Misteri della provincia.

 

Cascina si trova tutta a est di Pisa, o meglio un lieve sud-est, basta seguire dritto per dritto la statale 67 che attraversa Riglione e Navacchio, tutta a sud del corso sinuoso dell’Arno. Se avete fretta, c’è la Firenze-Pisa-Livorno, da Pisa è un quarto d’ora di macchina, massimo venti minuti. Altrimenti c’è il treno, sempre un quarto d’ora. Io ho scelto il treno, dopo aver lasciato le ambasce di Andrea Romanelli e del suo hotel La Pace. La linea segue la stessa direttrice della statale 67, si attraversano quei paesini accroccati intorno alle arterie principali. Tutto intorno campi, campi a perdita d’occhio: il Far East pisano.

 

Cascina, a vederla, pare una cittadina tranquilla. Un centro piccolo e ordinato, come quello di tante altre città di provincia, con la sua bella zona pedonale, il pavé tirato a lucido. Solo che qua è in corso un laboratorio politico. Non perché ci siano cenacoli o luoghi di ritrovo o avanguardie politico-culturali. Semplicemente, qui c’è il sindaco preferito di Matteo Salvini, che di questi tempi non è poco. La ama al punto da averla voluta recentemente nel suo staff come consigliera per il programma di governo e le attività parlamentari.

  

 

Sì perché Cascina, da sempre relegata alle pagine locali del “Tirreno”, dal 2016 pian piano ha guadagnato la ribalta nazionale a causa del sempre crescente seguito del suo giovane sindaco leghista, Susanna Ceccardi. Prima di lei, a partire dal 1994, c’erano stati soltanto sindaci del Pds, dei Ds e del Pd. A sentire la gente per strada pare difficile che questa fosse una città di sinistra: i vecchi al bar dicono che non possono sopportare gli stranieri, buoni solo a cacare e pisciare in giro, giurano e spergiurano che non affitterebbero mai casa a un extracomunitario e che la farebbero franare pur di non dargliela. Chissà, forse pure nel Pci non mancavano i razzisti.

 

«Sia ben chiara una cosa: chiamatemi signor Sindaco. Sindaco oppure semplicemente Susanna come fa la gente di Cascina che mi incontra per strada. La “sindaca”, come già qualcuno ha provato a chiamarmi ricevendo subito una pernacchia, è una “boldrinata” che non mi appartiene e che disprezzo», scrive di suo pugno nel libro Il popolo di Salvini. La Lega Nord fra vecchia e nuova militanza (Eclettica 2016). È una lettura utile per capire come si auto-percepiscono i leghisti, un viaggio dentro la pancia del salvinismo. Per esempio: «Il Capitano è venuto a sostenermi nel momento in cui fu presentata la candidatura, poi durante il primo turno, quindi durante il ballottaggio. La sera in cui gli abbiamo comunicato la nostra vittoria lui si trovava in diretta a “Porta a Porta” e ha annunciato a tutta l’Italia che Cascina era stata espugnata». Nata nel 1987, è il primo sindaco leghista della Toscana. Nel suo ufficio al Comune tiene in bella vista, dietro la scrivania, un manifesto elettorale stampato per il ballottaggio.

  

Appena mi riceve ci tiene a dirmi che non ha neanche pranzato, «alla faccia di chi dice che i sindaci non fanno nulla». Ci tiene a ribadirlo anche la sua segretaria quando entra: «Susanna, so che non hai pranzato».

   

Salvini la chiama “la leonessa”, merito dei suoi capelli rossi e scarmigliati. Gli avversari la chiamavano “la ragazzetta”, a spregio. Alle donne di Cascina – ma non solo a loro – regala lo spray al peperoncino, per difendersi.

   

Ceccardi è il prototipo della giovane classe dirigente su cui punta il segretario della Lega; ha vinto in una zona rossa, è pop, va in tv, usa i social con un certo vigore leonino. Al primo turno aveva preso il 28,40 per cento (con la Lega al 21,27) e il suo avversario, Alessio Antonelli del Pd, il 42,46. Al secondo turno però è riuscita a prevalere con il 50,29 (8897 voti) contro il 49,71 (8796). Insomma, ha vinto per 101 voti, ma la rimonta notevole le è bastata per diventare un personaggio.

 

 

La cosa interessante, e per certi versi insolita, è che il merito della vittoria del centrodestra a Pisa è anche suo. È stata lei a insistere perché il candidato sindaco della Lega fosse Michele Conti, ex direttore del Consorzio agrario di Pisa e poi dirigente del Consorzio del Tirreno, consigliere comunale per undici anni in quota An. Per quasi un anno, Conti, quando non era ancora stato designato, ha fatto la spola con l’ufficio del sindaco di Cascina. Ceccardi ha anche personalmente vagliato le candidature della lista per il consiglio comunale. «A Pisa i primi quindici hanno preso sopra le cento preferenze», rivendica lei con orgoglio.

  

Seduta alla sua scrivania mi spiega che «il modello Pisa va applicato in tutta la Toscana», poi possibilmente a tutta Italia. Nel 2018 è riuscita a far eleggere in Parlamento due suoi assessori, tra cui il dinamico e molto social Edoardo Ziello, di fatto una sua creatura, e una consigliera comunale, la veterinaria Rosellina Sbrana, eletta al Senato battendo l’ex ministra Valeria Fedeli con il 32,7 per cento contro il 32,03; circa duemila voti di differenza.

    

Ecco perché il modello pisano funziona, dice, a differenza di altri. A Siena il centrodestra ha vinto con un “civico” – l’avvocato Luigi De Mossi, non particolarmente avvezzo agli slogan leghisti – ma la Lega è rimasta ferma al 9 per cento; primo partito della coalizione, sì, ma solo perché Forza Italia è sparita. Per questo Ceccardi d’ora in poi vorrebbe candidati cento per cento Lega, che non abbiano paura di esibire i fondamentali del leghismo. Sui migranti per esempio, un tema fondamentale della narrazione di Salvini che ha ormai iniziato a sfondare, come dicono i numeri, nelle (ex) regioni rosse. Studi in giurisprudenza, esami finiti sette anni fa, le manca la laurea. Dallo scorso autunno è diventata commissaria della Lega in Toscana. Ha preso il posto del senatore Manuel Vescovi, un tipo moderato.

 

Decido di chiederglielo subito, alla prima vera domanda: come si diventa leghisti? «Io sono diventata leghista per reazione», mi dice mettendosi comoda, come se pregustasse la risposta. «Da una parte c’era la sinistra, dall’altra Forza Italia assolutamente prona rispetto a una sinistra imperante in Toscana. La destra invece non appartiene alla mia storia famigliare. I miei erano di sinistra, ora votano la Lega da tanti anni. Prima che la votassi io. Il fratello di mio nonno era partigiano, è morto partigiano ammazzato dai fascisti della X Mas. Io non potevo presentarmi in casa con la tessera di An altrimenti non mi facevano più entrare.»

  

Mentre mi parla controlla spesso il computer, l’occhio alle mail, ma neanche perde di vista le mie reazioni alle sue parole, da politico ormai consumato e, ovviamente, un filo narcisista. «Quindi l’unica forza radicale di opposizione a questo sistema, in Toscana ma anche a livello nazionale, era la Lega. Uno di sinistra del Cep non poteva votare An per vari motivi storici di appartenenza e non può votare Forza Italia perché non è alternativa al Pd e al suo sistema di potere, ma oggi vota la Lega perché riconosce l’immigrazione come un problema sociale per i più deboli e vede in Salvini una persona semplice. Lo chiamano populista? Forse il populismo è un fenomeno più di sinistra che di destra, se uno lo analizza nelle radici. Salvini non è un fighetto che se la tira. Tipo Renzi.» Pausa a effetto.

  

Squilla il telefono, Ceccardi si deve assentare per rispondere («Mi scusi, è urgente»), esce in corridoio. Ora che la leonessa se n’è andata, la stanza torna ad assomigliare al normale ufficio del sindaco di Cascina, addobbato a bella posta con tavoli e sedie risalenti ai gloriosi tempi in cui questa era la città del mobile. È strano, negli uffici dei politici restano sempre incagliate le vestigia di un’altra Italia di manifattura e artigianato, che la globalizzazione e Ikea hanno ormai spazzato via. Nell’ufficio sono esposte qua e là alcune foto istituzionali. Foto di gruppo, inaugurazioni, tagli di nastri, cerimonie varie e altre barbosità. Certo, mancano alcune delle foto più sanguigne che Ceccardi offre al suo popolo verde su Facebook, il sostituto della televisione (per quanto niente può prendere il posto di un pomeriggio in diretta su Canale 5 con Barbara D’Urso).

 

Per esempio l’emblematica foto pistola in pugno, mentre si esercita al tiro a segno di Navacchio, con annesso post: «La difesa è sempre legittima. Ma se non impari a sparare, è inutile qualsiasi legge». Salvini con i suoi ravioli al burro in confronto è un mollaccione.

   

Nei commenti, i consigli di chi la sa lunga: «Prova la 92fs»; «Quando vuoi fare una gara chiamami così tolgo un po’ di ruggine alle mie»; «Susanna usala contro i Pidioti!»; «Tutti buoni con la calibro 22! Ci vuole la 9x21!». Il signor sindaco, a quel punto, interviene nella discussione in punta di baionetta e pubblica la foto di un ak-47, cioè il caro vecchio Kalashnikov: «Meglio questo», assicura.

  

Il consigliere comunale leghista Daniele Funel, che ha appena regalato una motosega professionale agli operai del Comune, le fa i complimenti in quanto suo allenatore personale: «grande il nostro sindaco anche se era già da un po’ che non si esercitava… Passeremo a calibri più consistenti. Anche se non è andata male con l’ak-47».

  

Non fosse ancora chiaro da che parte sta il sindaco, la sua giunta ha approvato un fondo per il patrocinio legale a sostegno dei cascinesi vittime della criminalità, destinato, si legge nella delibera, «ad assicurare la compartecipazione delle spese del patrocinio a carico del Comune nei procedimenti penali per la difesa dei cittadini di Cascina residenti nel territorio comunale che, vittime di un delitto contro il patrimonio o contro la persona e perpetrato nel territorio comunale di Cascina, siano accusati di eccesso colposo di legittima difesa o di omicidio colposo per aver difeso se stessi, la propria attività, la famiglia o i beni, da un pericolo attuale di un’offesa ingiusta».

  

«Chi si difende in casa propria è una VITTIMA, non può essere IMPUTATO», scrive il sindaco dopo un duello radiofonico a “La Zanzara”, nel corso del quale ha spiegato perché va al tiro a segno a sparare e perché “studia” per avere una pistola a casa: «Per difesa personale, della propria casa e dei propri famigliari. In un paese come questo, dove la giustizia – lo Stato, purtroppo – non garantisce la sicurezza dei cittadini, ancora siamo costretti a volte a difenderci da soli. Ancora non ho l’arma perché non la so usare bene; una volta che imparerò a usarla bene saprò anche come difendermi in casa mia. Invito i cittadini onesti a difendersi: i cittadini onesti devono potersi difendere».

  

Date le premesse, era inevitabile che in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulla donna se la prendesse con le manifestazioni in giro per l’Italia, Cascina compresa: «Sinceramente penso che le scarpette rosse, i foulard, le sedie rosse, le marce e le manifestazioni contro la violenza sulle donne servano a poco. Di violenze ne subiamo tutti, ogni giorno. E magari, seppur involontariamente, le compiamo. La violenza è parte dell’uomo (e della donna), è parte della natura. A tutte sarà capitato di conoscere uomini e donne prepotenti, anche sul piano psicologico. La difesa più forte è lavorare su noi stessi, avere stima di sé, non dipendere da nessuno. Altro che scarpette rosse, alle donne vittime di violenza insegnate prima di tutto a non fare le prede».

  

Di più: la sua maggioranza in consiglio comunale ha presentato una mozione per abolire la consulta per le pari opportunità, «uno strumento di propaganda dell’ideologia gender», e per di più «anacronistico». Ceccardi non si è lasciata sfuggire l’occasione: «Le pari opportunità non passano dalle consulte, dalle nomine o dalle seggioline rosse. Ma si conquistano sul campo. Cosa hanno fatto le signore della commissione in questi anni? Sono superate, il nostro modello è diverso. La consulta è stata sicuramente uno strumento di propaganda gender e io ritengo che riporti le donne ad una condizione di debolezza».

 

Ma questo spirito guerrigliero non è tutto nato con l’elezione. All’epoca aveva criticato il suo predecessore per aver fatto cantare ai bambini delle scuole di Cascina Imagine di John Lennon. «Idea del sindaco. Cosa dice la canzone? Dice immagina… Immagina un mondo senza religione, senza paradiso, senza proprietà privata. Qualcuno lo ha immaginato davvero questo mondo, e lo ha realizzato. Si chiama Comunismo e ha fatto milioni di morti. La musica sarà anche carina, ma le parole sono aberranti. Un mondo senza fede, senza valori, senza proprietà privata guadagnata col frutto del proprio lavoro è un mondo non umano. Andrebbe spiegato ai bambini che sono stati usati per questa ennesima pagliacciata.»

 

Susanna Ceccardi riemerge dalla porta, e io riemergo dai miei pensieri. «Scusi l’interruzione ma sa, non ho mai più di dieci minuti liberi consecutivi. Immaginerà…» Immagino, immagino.

 

Erano i riottosi alleati di Forza Italia, non molto contenti delle sue ultime esternazioni. «La Lega in Toscana guida il centrodestra se si procede come a Pisa e a Cascina», mi dice. «Abbiamo dimostrato tangibilmente qual è la ricetta: bisogna usare il pugno di ferro. Nessuno sconto al Pd. Prima, quando ero all’opposizione, da Forza Italia mi dicevano che prendevo troppo di punta il Pd. “Ci devi scendere a compromessi”, mi veniva detto. Ecco, è stata questa linea portata avanti da Denis Verdini a far perdere il centrodestra in Toscana. Non abbiamo – o meglio hanno, visto che la Lega non era classe dirigente – perso per settant’anni per caso, ma volutamente. ora l’aria però è cambiata e non vogliamo più perdere.»

 

E l’aria com’è cambiata a Cascina? «Le case popolari prima si davano agli immigrati. Noi siamo passati a darle praticamente solo agli italiani, con il sistema delle certificazioni. È diventato un modello nazionale, ne abbiamo parlato ovunque. Prima che arrivassi io, chiedevano l’autocertificazione dello stato patrimoniale agli immigrati. Si presentava un marocchino e diceva: “Io no casa in Marocco”, e gli dicevano: “Tutto a posto, ti diamo la casa popolare”. Noi invece abbiamo inserito nel bando la richiesta di una certificazione del paese d’origine, vidimato dall’ambasciata o dal consolato. Così ne abbiamo sgamati tanti, abbiamo tolto loro la casa popolare e la abbiamo assegnata ad altri. C’è stato uno sgombero di un marocchino che subaffittava la casa e stava chissà dove. Lo abbiamo scoperto grazie ai vicini. Magari una volta votavano Democrazia proletaria, oggi si sono visti arrivare questo, che magari spaccia, subaffitta la casa popolare e ha la villa in Marocco, e sono stati i primi a denunciare il caso. In questo modo abbiamo liberato un po’ di case per darle agli italiani e ora lo stanno facendo tantissimi comuni. Sa quanta gente mi scrive? In due anni tante amministrazioni nostre, anche del Nord, mi hanno chiesto come abbiamo fatto e noi spieghiamo come abbiamo impostato il bando. Siamo diventati un modello.»

 

Anche in questo caso, i risultati si pubblicano su Facebook: «È stata pubblicata la graduatoria definitiva del contributo affitti del Comune di Cascina. Confrontatela con quelle dei comuni di sinistra». Su 114 ammessi 96 sono italiani, mentre su 78 non ammessi 56 sono stranieri. Anche una guerra fra poveri può essere un grande successo. Susanna Ceccardi, è chiaro, è una specie di versione femminile di Matteo Salvini. Forse la migliore, ma non la sola. Salvini ha infatti portato avanti una strategia precisa, promuovendo una classe dirigente a sua immagine e somiglianza e marginalizzando i seguaci degli avversari – da Roberto Maroni a Luca Zaia, competitor agguerriti, utilizzati da Silvio Berlusconi come grimaldello per sminuire la leadership di Salvini, candidati a loro insaputa alla guida del centrodestra.

  

E non è un caso che molti dei suoi deputati e senatori fedelissimi siano amministratori locali: secondo un’indagine di FB & Associati, il 45,9 per cento degli eletti sono politici e amministratori locali, percentuale che scende al 7,2 nel caso del M5s. «Salvini anche alle elezioni politiche ha usato, in campagna elettorale, tutti i suoi uomini di spicco che sul territorio sono stati e sono tuttora punti di riferimento, riuscendo a connettere il territorio con Roma. Si dimostra insomma che è fondamentale saper selezionare la classe dirigente anche sulla base della reputazione che ha a livello territoriale», mi ha spiegato Alessandra ghisleri, direttrice di Euromedia Research.

 

La differenza di preparazione con i grillini si vede tutti i giorni in Parlamento e nel dibattito pubblico. I leghisti seguono alla lettera le direttive del “Capitano”, come lo chiama Luca Morisi, spin doctor di Salvini su Facebook e Twitter. Ordinati davvero come una falange macedone, non contestano mai il capo. C’è una voce unica ed è quella di Salvini, che viaggia a tweet e status unificati.

   

Il Movimento 5 stelle invece è una selva di disfunzioni politiche, incazzature semi-private, ci sono pure le correnti: c’è l’ala movimentista – qualunque cosa voglia dire – di Roberto Fico, con cui parte del Pd vorrebbe allearsi, ma c’è pure l’ala fasciocomunista di Alessandro Di Battista. Non è difficile capire perché alla fine il governo sia finito nelle mani di Salvini. Non solo perché Giuseppe Conte è un “vicepresidente di due vicepresidenti” secondo una memorabile definizione di Vittorio Sgarbi in Parlamento, ma anche perché la Lega è riuscita a condizionare il dibattito pubblico, spostandolo su immigrazione e sicurezza, mentre il M5s nei primi mesi del governo ha cercato ossessivamente risorse per finanziare il suo libro dei sogni, dal reddito di cittadinanza alle pensioni di cittadinanza.

 

«Vede, la Lega», mi dice Ceccardi offrendomi un caffè, «è nata come sindacato del territorio, per questo c’è attenzione verso i sindaci. Matteo Salvini lo ha dimostrato con me. Ecco, negli altri partiti questa attenzione non ce la vedo, i sindaci sono considerati come una ruota del carro. Noi invece veniamo tenuti in considerazione, sanno che siamo al fronte, sanno che siamo l’ultimo anello di una catena che è importantissima perché ti ricongiunge con i cittadini. Quindi la scelta di mandare i sindaci è giustissima. Perché almeno porti le istanze dei territori e della gente vera. La gente che va in Parlamento e non sa nemmeno quanto costa un litro di latte come fa a risolvere i problemi dei più deboli?»

 

Anni fa “Le Iene” facevano gli agguati ai parlamentari fuori da Montecitorio, chiedevano loro il prezzo di un litro di latte, di un chilo di pane, e loro niente, nicchiavano o sparavano cifre a caso, tra le risate registrate del programma e l’indignazione del pubblico a casa. È una cosa che la Lega ha capito bene, che ha capitalizzato.

 

Ceccardi, come Salvini, sa che per sembrare parte del popolo bisogna buttarsi nel mezzo, anche a costo di beccarsi i fischi: «Sa quanti ne ho presi? ho preso pure le botte dai centri sociali. Mi hanno aggredito quando ero all’università». Ma il martirio in piazza può trasformarsi in bagno di folla, se cambia il vento politico. «Periodicamente il ricevimento lo faccio al mercato, metto una scrivania in strada, un banchino, ci vado con qualche assessore e con qualche consigliere e rispondiamo alle domande della gente.»

 

La gente. ormai occupa tutto lo spazio vitale della politica. Non è solo materiale per il M5s, campione di gentismo, ma anche per la Lega, che si fa portavoce del popolo. Con qualche risultato, va detto. «L’epoca delle masse è l’epoca del colossale», scriveva José ortega Y gasset nel 1929. «La moltitudine, improvvisamente, si è fatta visibile, si è installata nei luoghi migliori della società. Prima, se esisteva, passava inavvertita, occupava il fondo dello scenario sociale; ora è avanzata nelle prime linee, è essa stessa il personaggio principale. ormai non ci sono più protagonisti: c’è soltanto un coro.»

 

Il gentismo ha vinto, ha permeato l’opinione pubblica e il sistema mediatico, come dimostra la grande eccitazione suscitata da una fotografia di Roberto Fico, il presidente della Camera, che prende l’autobus a Roma. Elisabetta Casellati, la presidente del Senato, berlusconiana di ferro, in un’intervista al “Corriere della Sera” ha detto di aver rinunciato al volo di stato come «primo atto» del suo nuovo mandato e incarico: «È stato un gesto naturale perché ai rappresentanti della politica e delle istituzioni è chiesto di far proprio un concetto di sobrietà per l’utilizzo delle risorse».

 

Il gentismo ha un suo canone, come dimostra il sindaco di Cascina: si va al mercato e si ascolta quel che hanno da dire le persone, le genti. Non tutti possono farlo, ma solo quelli che hanno un certo curriculum, mi spiega Ceccardi: «In certi partiti la maggioranza è fatta da gente che non ha grande competenza, non ha fatto militanza, è stata scelta perché è carina o carino, ha fatto qualche esperienza sportiva o in tv. ora, va bene tutto, e magari si trovano bene e fanno la loro carriera, ma a rappresentarci magari vorremmo altro. Poi io non ce l’ho con quelle carine, eh, beninteso». Certo che no, visto che nel suo curriculum nutrito c’è anche, ben nascosta, una comparsata nel calendario delle bellezze del Tea Party all’italiana, anno del signore 2014. Un calendario castissimo, sia chiaro, jeans e maglietta.

   

Insomma, basta che quelle carine poi si rimbocchino le maniche e vadano al mercato?, le chiedo. Non risponde, il signor sindaco, ma sorride compiaciuto.

  
Susanna Ceccardi ha dimostrato di avere un ruolo importante, nella guerra di conquista per la Toscana rossa. Si è fatta riconoscere per le sue sortite pubbliche sopra le righe, per la sua spendibilità televisiva e per la sua determinazione nell’usare il pugno duro contro migranti e alleati della coalizione di centrodestra (l’accoppiata non è casuale), e soprattutto ha saputo scegliere le persone giuste e tirare la volata a un’elezione importante come quella di Pisa. ormai è sempre più insistente la voce secondo cui potrebbe essere lei la prossima candidata del centrodestra alle elezioni regionali del 2020. Ammesso, beninteso, che il centrodestra non si dissolva entro breve.

   

Nel frattempo, però, nel 2019 ci sono le elezioni comunali, e dopo Pisa lei è pronta a metterci l’impegno, e la faccia.

  

A fine ottobre è andata a Pontedera, dove è partita la rincorsa dei preparativi elettorali. Qui, nell’ennesimo video propagandistico, si fa riprendere mentre imbianca la nuova, gigantesca sede della Lega, che fino a non molto tempo fa era del Pd. La telecamera indugia mentre allunga la vernice con l’acqua e la rimescola, intinge il rullo e inizia a coprire un murales rosso con il vecchio slogan renziano Si può fare. Sul retro della maglietta del signor sindaco, intento a imbiancare, occhieggia la scritta: Una mattina mi son svegliato, Pisa ciao, Massa ciao, Siena ciao ciao ciao.

  

Con orgoglio malcelato Ceccardi spiega il subentro: «La Lega cresce e si radica proprio ovunque. A Pontedera avevamo bisogno di una sede più grande e così abbiamo preso quella che fu del Pd». Poi, beffarda, aggiunge: «Tanto a loro ormai sono sufficienti spazi più piccoli per riunirsi…».

 

Magari Antonio Porchia con Cascina non c’entra niente, ma Susanna Ceccardi sembra averlo assimilato bene il suo aforisma: continua ad alzare gli occhi, e a puntare più in alto.

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  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.