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Fondi e indagini: la Lega non c’entra. Pnr e polemiche che non lo erano

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

21 Luglio 2020 alle 06:00

Fondi e indagini: la Lega non c’entra. Pnr e polemiche che non lo erano

(foto LaPresse)

Al direttore - L’Olanda è uno dei maggiori contributori netti dell’Ue (in termini pro capite, più di noi). Mark Rutte da un decennio è tallonato da un sodale di Salvini, Geert Wilders, che nei giorni scorsi girava col cartello “Non un centesimo agli italiani!”. Rutte, inoltre, deve fare i conti con quella polveriera, accesa dall’estrema destra, che si chiama Bible Belt (“cintura della Bibbia”), un vasto territorio in cui convivono un enorme insediamento musulmano, la più alta concentrazione di conservatori calvinisti ortodossi del paese, la comunità Lgbt più radicata e forte del Vecchio continente. Wilders, a sua volta, è incalzato da Thierry Baudet, capo della nuova generazione di sovranisti millennial, che lo ha stracciato alle ultime elezioni europee. In Olanda, poi, vige un sistema di voto proporzionale, e nel 2017 Rutte ha dovuto sudare le proverbiali sette camicie e ha impiegato ben sette mesi per formare un governo di coalizione (qui si potrebbe aprire una riflessione interessante sulla riforma elettorale di cui si discute a casa nostra). L’antitalianismo è così diventata la nuova bandiera di Wilders, che sostituisce quella – decisamente usurata – dell’antislamismo. Rutte, quindi, sa che qualunque concessione farà a Bruxelles dovrà comunque difendersi dall’accusa di aver abbandonato i suoi concittadini per pagare i vizi delle cicale mediterranee. Mentre scrivo, un accordo sembra profilarsi nella capitale belga. E’ altamente probabile che il compromesso in dirittura d’arrivo preveda un taglio, più o meno cospicuo, della quota di aiuti a fondo perduto. Le opposizioni domestiche, con l’eccezione – spero – di FI, si stanno già preparando a scatenare una gazzarra contro l’Europa matrigna e contro Conte, reo di essersi piegato ai diktat di nazioni egoiste e avide – tanto più se avranno a disposizione il cosiddetto “super freno di emergenza”. Il premier, ingaggiando un insensato duello personale con Rutte, ha però prestato il fianco a questa critica con una condotta negoziale che è parsa rigida, ancorché motivata in nome della “dignità di un popolo”. E ora lo attende una difficile prova. Dovrà infatti spiegare non solo una imprudente sottovalutazione delle ragioni altrui, ma perché il suo governo è l’unico – se non sbaglio – a non aver ancora inviato a Ursula von der Leyen il promesso Piano nazionale delle riforme.

Michele Magno 

 

I negoziati, come è noto, sono splendidi perché hanno sempre un copione che viene rispettato: si parte con A, si controbatte con C, si arriva a B. Disse un giorno Joseph Ratzinger: non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica. Sul secondo punto, sul famigerato ritardo con cui l’Italia avrebbe presentato il suo Pnr, mi sono appassionato al tema e mi sono informato. Il Pnr, il Piano nazionale delle riforme, è stato approvato il 6 luglio ed effettivamente l’Italia è stato l’ultimo paese europeo a consegnarlo. Ma lo ha fatto non per capriccio o inadempienza. Lo ha fatto perché, in accordo con la Commissione europea, ha costruito il suo Pnr strutturandolo alla luce dei disastri generati dal coronavirus. La tabella a cui si fa riferimento e che in rete è girata molto ha a che fare con il voto in Parlamento di quel Pnr. Il voto non c’è ancora stato ma il voto del Parlamento alla luce del Pnr non è nemmeno vincolante. Ogni tanto esiste anche la possibilità che l’Italia si distingua dagli altri non facendo una cosa sbagliata ma facendo una cosa persino giusta. No?


Al direttore - Un gruppo di commercialisti avrebbe sottratto soldi pubblici rivendendo un immobile al doppio del prezzo originario con una operazione definita anomala. Poi si sarebbero sottratti soldi tra loro senza che un euro finisse nelle casse della Lega. Ma i giornaloni continuano a titolare i pezzi sull’indagine con “Fondi Lega”. E ipotizzano possibili collegamenti con i fatti dell’hotel Metropol di Mosca dove almeno era presente un collaboratore di Salvini ma nell’indagine viene ipotizzata la corruzione senza che sia stato individuato un pubblico ufficiale. Insomma tocca difendere Salvini? No… il rispetto del diritto e dei diritti e la corretta informazione che latitano.

Frank Cimini

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