La rumba di Renzi sulla legge elettorale

Carmelo Caruso

Calendarizzata per fine luglio, scuote Italia viva: "Vogliamo il maggioritario". Il Pd: "Avete firmato accordo". Forza Italia potrebbe convergere. Ma a settembre

Si sta più o meno così. Per Matteo Renzi “la legge elettorale non è una priorità”. Per il Pd e il M5s è addirittura una “legge di salvezza nazionale” perché senza questa legge “i populisti, se vincono, ci portano fuori dall’Europa”. Della Lega si conosce l’opinione. Va tutto bene, o almeno quasi tutto, “basta che si vada al voto!”.

 

Al momento non si va da nessuno parte, di sicuro non alle urne. La novità è che da ieri è tornata a fare parlare di sé la nuova legge elettorale (proporzionale) ma con sbarramento al cinque per cento per garantire la governabilità. E sulla cifra, questa, ci sarebbe già molto da dire almeno da parte di Italia Viva. La legge l’ha assemblata l’onorevole Giuseppe Brescia (Brescellum), esperto pro tempore di sistemi elettorali per il M5s che della proposta non può che pensare che sia la migliore, anzi, una legge, che ripetono, a Montecitorio, è “bellissima”.

 

Già incardinata in commissione, il testo (da qui le preoccupazioni) è stato calendarizzato alla Camera per il 27 luglio, ma difficilmente potrà essere esaminato anche perché, come rivelano all’interno del Pd, “malgrado, pubblicamente, Forza Italia lo neghi, Berlusconi la voterebbe. È solo un problema di tempi. Non adesso insomma, ma dopo le elezioni regionali assolutamente sì”. Ma adesso come fermare le ostilità? Chi ha da perdere è Renzi che infatti nella sua enews, diffusa poche ora fa, avvisa il governo che il banco (e i numeri necessari) lo tiene sempre lui e dunque: “La priorità deve essere la crescita, non la legge elettorale. Se proprio vogliono mettere mano, per noi di Italia Viva il messaggio è molto chiaro: si faccia una legge maggioritaria, la legge dei sindaci, in modo che la sera delle elezioni si sappia chi ha già vinto”.

 

Pandemia, crisi economica… “Preferirei in Parlamento discutere di cantieri e non di collegi” scrive l’ex premier tirando la corda del malumore italiano e sperando così di trattare il più possibile e di allontanare la trattativa. Ma come fare se la situazione dovesse precipitare e il governo entrare in crisi, eventualmente andare al voto? L’accelerazione e la calendarizzazione rispondono a queste angosce. Sia il Pd che Giuseppe Conte premono per approvarla, tanto che il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Inca, ha sentito il bisogno, con una nota, di dichiarare: “La legge elettorale faceva parte di un accordo fra le forze di maggioranza”. Renzi, al momento e queste condizioni, non la voterebbe. Ma Conte e il Pd sono certi che una maggioranza diversa sia possibile trovarla. “Non è un problema nostro se Renzi e Iv oggi rimangono fermi al tre” sbuffano i deputati del Pd che sono andati in archivio a ricercare una nota dell’otto gennaio, nota congiunta firmata dalla maggioranza. L’accordo era questo: proporzionale e sbarramento al cinque. Michele Bordo del Pd (a futura memoria) lo scrive su Twitter: “La nota venne firmata dal partito di Renzi e da Di Maio”.

 

“Quella nota non riguardava questo testo” dice l’altro Di Maio, Marco, che da capogruppo in commissione Affari Costituzionali, precisa che il testo di Brescia non è quello che Iv ha mai sposato. “E questo governo esiste anche perché c’era un accordo: taglio dei parlamentari e nuova legge elettorale con garanzia della dialettica democratica” aggiunge Emanuele Fiano. Se prima delle regionali Forza Italia non può votare a favore del proporzionale che però non dispiace, vale ripetere, passate le regionali potrebbe convergere. “Non possono rompere l’unità del centrodestra” dice un senatore del Pd che si domanda “ma è unito il centrodestra? Suvvia”. Si torna sempre a Renzi che sarà fermo al tre per cento, come qualcuno gli rimprovera, ma un tre per cento che fa pur sempre ballare la rumba a Conte e Zingaretti.

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