Perché i concorsi per gli insegnanti hanno creato una crepa tra Pd e M5s

Valerio Valentini

Il Pd non vuole concorsi, i sindacati chiedono la sanatoria, il M5s cerca di ingraziarsi 70 mila docenti. Cercansi nuove mediazioni

Roma. A voler credere alle buone intenzioni, e solo a quelle, è tutta una questione di sicurezza sanitaria. “Ma è davvero pensabile – si chiede Andrea Marcucci, capogruppo del Pd al Senato – che si possa tenere un concorso per una platea di oltre 70 mila persone, nel mentre che l’emergenza Covid ci spinge ad annullare tutti i grandi eventi?”. Il concorso in questione è quello per gli insegnanti: 32 mila precari di terza fascia da stabilizzare entro il primo settembre, quasi il doppio da assumere, subito dopo, con selezione ordinaria. In tutto – anche grazie al miliardo e mezzo concesso dal ministro Gualtieri nel “decreto Rilancio” – fanno ottantamila insegnanti, che potrebbero debellare il morbo della supplentite e del precariato cronico nella scuola italiana. E però, appunto, come arruolarli? Il ministro dell’Istruzione, Lucia Azzolina, è convinta che sì, fare un concorso in piena sicurezza si possa. E si debba, per giunta, per sacrosante questioni di meritocrazia. E dunque ha approntato un piano di battaglia: entro agosto si svolgerebbe il concorso straordinario per i primi 32 mila aspiranti docenti di ruolo, quelli che di fatto già insegnano da almeno tre anni ma attendono l’assunzione a tempo indeterminato. I suoi tecnici hanno fatto i conti: differenziando la selezione per classi di concorso, procedendo su base regionale, non ci sarebbero più di dodici, al massimo quindici candidati per ciascuna scuola, chiamati a svolgere una prova di ammissione semplificata per via telematica. Poi, con tempi più dilatati, e magari col morbo in ritirata definitiva, si svolgerebbe anche il concorso per reclutare le forze fresche, compresi i neo laureati. “E del resto – mugugnano nel M5s – quello stesso Pd che incalza Conte per riaprire tutto in fretta, conserva un unico scrupolo proprio sul concorso?”.

 

Ed è qui che dunque la questione si fa più politica. Perché, quando si parla di scuola, al richiamo della foresta dei sindacati nessuno è insensibile. E meno che mai lo è il Pd, ansioso di ricucire una volta per tutte quella ferita apertasi ai tempi della “Buona scuola”. E ciò che i sindacati chiedono, quando si tratta di stabilizzazioni, è sempre la stessa cosa: niente concorsi, assunzioni sulla base dei titoli e degli anni di servizio. In sostanza, una sanatoria. Inaccettabile, per la Azzolina. “E’ invece doveroso”, ribatte Francesco Verducci, senatore dem di rito orfiniano, precisando che “non è una questione elettorale, ma di merito. Perché l’assunzione per titoli è, al momento, l’unica che garantirebbe agli studenti italiani di trovarsi i loro insegnanti in cattedra, a settembre”. Nel dicembre scorso, però, il Parlamento aveva decretato il contrario: aveva deciso, cioè, di seguire la strada dei concorsi indicata oggi dalla Azzolina. “Ma da dicembre è cambiato il mondo”, dice Verducci. E dunque il Pd, insieme a Leu e alle Autonomie, ora spinge per rivedere tutto.

 

E in fretta, a meno che – e qui sta il nodo politico vero – il M5s non voglia vedere la maggioranza di governo andare sotto in commissione Istruzione, all’inizio della prossima settimana, quando si voteranno, appunto, gli emendamenti al decreto Scuola (su cui giovedì prossimo l’Aula del Senato dovrebbe votare la fiducia) che chiedono di ripensare la procedura. “Di certo la Azzolina, col suo atteggiamento sprezzante, non ha aiutato: non può ignorare – dice Verducci – le richieste che vengono da tre forze di maggioranza”. E dunque? “E dunque noi vogliamo che entro martedì si apra un tavolo di confronto”, dice. Il tutto, con l’immaginabile gaudio di Mario Pittoni, presidente leghista della commissione Istruzione al Senato che già si frega le mani, pronto ad assecondare le richieste del Pd pur di spaccare la maggioranza. I voti del Carroccio rischiano infatti di essere decisivi, visto che, in questo tourbillon di strambe convergenze variabili, a sostenere la posizione dell’Azzolina finisce per essere, horribile dictu, Italia viva. “Noi – dice il deputato Gabriele Toccafondi, che nel partito di Renzi è il responsabile per l’istruzione – siamo da sempre a favore dei concorsi, l’unica procedura che valorizza davvero il merito. La questione sanitaria è delicata, certo, ma ci atteniamo alle rassicurazioni del ministero sulla possibilità di svolgere in sicurezza la selezione”.

 

Insomma ci si vorrebbe credere, alle buone intenzioni. Ma la politica poi inevitabilmente si prende il suo spazio e travolge ogni cosa. Specie nella fluidità degli eventi e degli equilibri di questa tribolata fase 2. E non a caso alla fine tutti dicono che toccherà a Dario Franceschini, di qui a martedì prossimo, prendersi la briga di trovare un compromesso. Ché nella democristianissima arte di non scontentare nessuno, si sa, il ministro della Cultura è maestro. E senza bisogno di concorso.