Il metodo M5s

Valerio Valentini

Sul Mes come sui migranti. Sanno già che voteranno sì, ma fingono strepiti per poi poter dire: “Abbiamo vinto”

Roma. Lo schema è ormai sempre quello: prima dell’accordo, scatenare la cagnara. Al punto che perfino i ministri del Pd, in un atto di surreale moral suasion, arrivano a esortare il cronista curioso affinché non sia troppo incalzante, coi grillini “ché quelli hanno bisogno di fare un po’ di manfrina, prima di cedere”. Come a ribadire, insomma, che se l’estremismo è la malattia da cui il M5s non sa curarsi è solo perché lo stato di infantilità non può abbandonare un partito passato dalle urla di piazza dei vaffa day a quelle sui balconi di Palazzo Chigi senza tappe intermedie. E allora si spiega perché, ogni volta, Di Maio debba allestire il solito teatrino. Quando capisce che deve cedere, prima ha bisogno di descrivere il compromesso che gli viene proposto dagli alleati come un obbrobrio, un abominio, un pateracchio, per poi far finta di cambiare qualche virgola e allora rivendicare le modifiche apportate come risolutive. “Ora sì che possiamo votare la regolarizzazione dei migranti”, esulta garrulo il reggente per caso Vito Crimi. Dilungandosi su tutta una serie di precedenti storture rimosse dal testo proposto dalla renziana Teresa Bellanova che solo l’ostilità del M5s avrebbe rimosso. Dopodiché, a confrontare la versione finale dell’articolato con la bozza uscita dal vertice di domenica notte tra il premier Conte e i rappresentanti di Pd, Iv e M5s, ci si accorge che non è cambiato praticamente nulla. E lo sa bene anche il ministro del Pd Provenzano, che lunedì a un certo punto s’è trovato sullo schermo del suo cellulare un messaggio di un collega di governo grillino che lo esortava, sdegnosamente, a spiegargli come mai certe correzioni pretese dal M5s sulle procedure di rinnovo del permesso di soggiorno non fossero state introdotte, e lui s’è limitato a indicarle: “Ci stanno già, al comma 2”. 

  

E’ successo per i migranti, e succederà, pare, anche per il Mes. Seppure con ripercussioni assai più gravi sulla tenuta dei gruppi. Le dichiarazioni del ministro grillino D’Incà, pochi giorni fa (“se il Mes ora è migliore lo si deve anche alla testardaggine del M5s”), tradivano, dietro il consueto schema del “facite ammuina”, la consapevolezza che i 36 miliardi andranno richiesti. Ma nessuno nel Pd e in Iv sa ben dire fino a che punto si spingeranno i grillini nella loro opera di rilancio propagandistico, se perfino nella discussione del decreto Rilancio la delegazione del M5s ha chiesto di ridurre di almeno un miliardo sui 3,2 stanziati le risorse da destinare al potenziamento della rete ospedaliera. Come a voler mettere le mani avanti, che il soccorso del Mes per le spese sanitarie non ci serve. “E’ l’eterno ricatto” di Di Maio, sbotta Davide Faraone, capogruppo renziano al Senato. “Ma questa storia per cui ‘o ci assecondate oppure i nostri gruppi non tengono’ non può essere la scappatoia con cui il M5s tiene in stallo il governo. Anche perché quella stessa minaccia può essere utilizzata anche dagli altri, e non se ne verrebbe più fuori”.

 

Di certo, chi rischia di non venirne fuori salvo, da questo costante rimpallo di veti, è Giuseppe Conte, sempre più notaio di compromessi che passano sopra la sua testa o sotto il suo naso e che perfino su una questione non proprio secondaria come quella del Mes sembra volersi lavare le mani: “Deciderà il Parlamento”, ripete, quasi che per lui, orgogliosamente populista per sua stessa ammissione e poi “punto fortissimo di riferimento dei progressisti” per investitura zingarettiana, fosse indifferente. “Dovrebbe assumere un’iniziativa politica”, dice il deputato dem Enrico Borghi. “Dovrebbe indicare al paese una direzione di marcia, il senso dei sacrifici che la popolazione sta sopportando. Quando Churchill, nell’ora più buia, promise agli inglesi lacrime e sangue - prosegue Borghi, citando non a caso un paragone caro alla comunicazione di Palazzo Chigi - lo fece dando una prospettiva chiara di come opporsi all’arrivo della Wehrmacht a Piccadilly Circus”. A Conte, in verità, si chiederebbe più semplicemente di dare un senso a una manovra di rilancio dell’economia di 55 miliardi. “E anche qui - insiste Borghi - si rischia di limitarci a rattoppare le buche e poco altro, assemblando i vari fondi di magazzino dei ministeri”. E non è quello di cui ha bisogno il paese, evidentemente.

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