Sanremo come la nuova Emilia-Romagna

Claudio Cerasa

Da “Tolo Tolo” al Festival. L’incantesimo salviniano non funziona più e lo schema del leader difensore del popolo è entrato in una fase Mario Adinolfi. Che cosa succede quando un nazionalpopulista si ritrova come nemici i fenomeni nazionalpopolari

E se Sanremo fosse la nuova Emilia-Romagna? Quando un politico fissa l’asticella del proprio successo a un livello troppo alto, quando un politico costruisce la sua narrazione promettendo di conquistare presto la Bastiglia, quando un politico afferma ogni giorno di essere pronto da un momento all’altro a marciare su Roma, quando un politico costruisce la sua leadership mosso dalla convinzione di poter mettere nel giro di poco tempo le mani sui pieni poteri del proprio paese, arriva un certo momento in cui quel politico si trova di fronte a due strade diverse.

 

La prima è quella in cui vi è un paese che si prostra improvvisamente ai piedi del leader, la seconda strada è invece quella in cui un leader che sembrava pronto a conquistare il paese si ritrova circondato da pernacchie e ostaggio dello stesso paese che era pronto a conquistare. Fino allo scorso agosto, Salvini appariva come il leader invincibile, capace di chiedere lo scioglimento del Parlamento per poter conquistare pieni poteri dal basso di una discoteca del litorale romagnolo, con indosso delle mutande meno eleganti rispetto a quelle pregiate indossate da Achille Lauro a Sanremo. Dallo scorso agosto a oggi, come è noto, Salvini ha preso schiaffi di ogni tipo – dal Parlamento, dal M5s, dal Pd, dalla Consulta, da Conte, dall’Europa, da Bankitalia, da Bonaccini – ma gli schiaffi che hanno avuto e stanno avendo il merito di trasformarlo in un pugile suonato e che ci auguriamo portino presto il senatore Salvini a entrare in modalità Mario Adinolfi, sono gli schiaffi che arrivano da tutti coloro che con forme diverse sono riusciti a rompere uno schema politico che fino a poco tempo fa sembrava consolidato: quello del Salvini difensore unico del popolo che con grande popolarità e grande coraggio si intesta la coraggiosa lotta contro le élite. Nel giro di un mese, il leader della Lega si è ritrovato a dover fare i conti con uno schema del tutto ribaltato in almeno tre occasioni.

 

La prima volta ha coinciso con l’affermazione delle Sardine che prima di prendersi sul serio sono state in grado, a colpi di sberleffi, di togliere al leader della Lega il monopolio mediatico della piazza, ribaltando per la prima volta lo schema di gioco tra il popolo difeso da Salvini e l’élite difesa dai nemici di Salvini (in quell’occasione, le Sardine rappresentavano anche esteticamente il popolo, mentre Salvini anche grazie a loro ha finito per rappresentare la casta sovranista). La seconda occasione ha coinciso con l’arrivo nelle sale del film di Checco Zalone (quinto film per incassi nella storia del cinema italiano) e la sublime leggerezza con cui “Tolo Tolo” ha ridicolizzato un’Italia rincitrullita dal virus del salvinismo, demolendo con cura, con forza e con precisione il profilo del nazionalista collettivo, è stato il primo gesto di ribellione al salvinismo platealmente popolare.

 

C’è un momento in cui le cose girano e l’acqua ti va nell’orto e c’è un momento in cui le cose non girano e succede che il popolo inizia a non fare quello che il capopopolo suggerisce di fare. E’ capitato in Emilia-Romagna, lo sappiamo, la partita della vita che doveva togliere fiato al governo anti Salvini e che invece il fiato glielo ha ridato. E’ capitato con il solenne appello per il digiuno fatto da Salvini per chiedere agli italiani di manifestare solidarietà nei suoi confronti per “rischiare la galera dopo aver difeso la patria” e l’appello è stato un discreto flop (negli ultimi sei giorni, solo due persone hanno digiunato, poco più di 5.000 nel giro di tre settimane, cifra leggermente inferiore rispetto all’esercito dei 60 milioni che Salvini sostiene di avere alle spalle). Ma sta capitando soprattutto in questi giorni a Sanremo, e non c’è forse nulla di più efficace del Festival della canzone italiana per misurare la naturale propensione con cui un pezzo sempre meno minoritario d’Italia inizia a far sentire al senatore leghista il rumore di una pernacchia. Non pago di aver gridato lo scorso anno al complotto a Sanremo quando la giuria, ovvero la casta, non premiò il cantante più amato dal televoto – ovvero Ultimo – ma premiò il cantante considerato più bravo – ovvero Mahmood, cosa che Salvini considerò uno sgarbo contro il popolo, con quel cognome lì!, ma cosa che nei mesi si è rivelata lungimirante vista la carriera di Mahmood – non pago di tutto questo, dicevamo, Salvini ha lanciato un altro appello: boicottate Sanremo. E l’effetto dell’appello di Salvini, effettivamente, è stato buono: nella prima serata, quella in cui Fiorello strappando molte risate aveva fatto notare che “il solo Matteo che funziona in Italia è ‘Don Matteo’”, record di ascolti, con oltre il 52 per cento di share e 10 milioni di telespettatori; nella seconda serata, quella durante la quale il leader della Lega invitava tutti a uscire, ad andare al cinema, a leggersi un libro – probabilmente anche per evitare che tutti capissero che la sua polemica contro Junior Cally aveva anche a che fare con il fatto che il cantante ha portato a Sanremo una canzone anti Salvini – altro record di ascolti, con il 53,3 per cento di share e la miglior seconda serata come ascolti dal 1995. “Hanno già deciso che a Sanremo vinceranno tutti quelli politicamente corretti e di sinistra”, ha detto Salvini tentando di giocare ancora la carta dell’uomo del popolo che mostra le oscenità delle élite.

 

Ma Sanremo, se mai ce ne fosse bisogno, ci ha ricordato che l’incantesimo di Salvini non funziona più come un tempo e quando un leader nazionalpopulista si ritrova a essere un avversario dei fenomeni nazionalpopolari significa che quel leader inizia a perdere colpi avendo finalmente trovato qualcuno nel paese disposto a cantargliele come si deve. E se Sanremo fosse la nuova Emilia-Romagna? Chissà.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.