Mattia Santori e le sardine a Bibbiano (foto LaPresse)

Per battere Salvini bisogna attaccarlo direttamente. Lezioni dall'Emilia-Romagna

Giuliano Cazzola

La vittoria alle regionali è arrivata anche perché le sardine hanno aiutato la gente a capire che era lui l’avversario da battere

Guai a sottovalutare la vittoria di Stefano Bonaccini in Emilia-Romagna, come se si fosse votato in un territorio “speciale”, caratterizzato (è pur vero) da una “buona amministrazione” dimenticando che anche quella di Piero Fassino a Torino e di  Sergio Chiamparino in Piemonte, a buon diritto, meritavano il medesimo riconoscimento. A pensarci bene, a valorizzare “quel gran pezzo dell’Emilia” (come scriveva Edmondo Berselli) sono gli sconfitti per giustificare il loro “successo non vittorioso”. Il Capitano ha compiuto un solo errore: candidare Lucia Borgonzoni la cui inconsistenza era evidente persino tra gli elettori della Lega.

 

Ma a Salvini non interessava governare una regione in più. Per il leader della Lega (e aveva ragione, nonostante che sia Conte, sia i leader del Pd avessero degradato un voto storico ad un’ordinaria consultazione amministrativa) vincere in Emilia-Romagna avrebbe significato impossessarsi di quell’anima che la sinistra avrebbe perso (ricordate la frase di Jacques Délors  a questo proposito?). Non ci sarebbe stato solo il problema del governo rossogiallo: a nessuno tra i sostenitori di Bonaccini è mai venuto in mente di chiedere il voto alle liste che lo appoggiavano “perché altrimenti sarebbe caduto il governo”.

 

Una sconfitta del centrosinistra nella regione in cui affondano ancora le sue radici avrebbe avuto un effetto devastante (come un’epidemia della Xylella), ben superiore a quello derivato dal crollo del Labour di Jeremy Corbyn nei collegi  in cui il partito non perdeva dal 1935. Sono stati i giornali a farci conoscere la portata di quella sconfitta. Nel caso dell’Emilia persino i pinguini dell’Antartide si sarebbero fatti immediatamente un’idea. Ci dovrà pur essere un corrispettivo tra la capacità di Stefano Bonaccini di evitare – in gran parte da solo – una catastrofe per la sinistra e le conseguenze politiche di una mancata vittoria di chi era convinto di poter invertire una storia rimasta immutata per decenni e divenuta così emblematica.

 

Non si può dire “fino adesso abbiamo sempre vinto, in ben 9 regioni, non è un dramma aver perso bene in una regione tradizionalmente collocata dall’altra parte del fronte”. Una mancata vittoria di portata storica si tramuta in una sconfitta altrettanto devastante. Hanno ragione, in tanti del Pd e compagni di strada, a chiedere di non montarsi la testa perché il centrodestra è ancora molto forte nel paese e nell’elettorato.

 

Se mi è consentito il paragone (ovvero si parva licet) Winston Churchill realizzò delle vittorie importanti anche quando riuscì a riportare in patria l’armata “spiaggiata” a Dunkerque (tecnicamente fu una ritirata) e quando vinse la battaglia sui cieli d’Inghilterra contro l’aviazione tedesca. Hitler non se la cavò dicendo “abbiamo invaso mezza Europa e sconfitto la Francia in poche settimane, con il Regno Unito non ce l’abbiamo fatta, ma lo abbiamo bombardato bene”. A Stalingrado, quando l’Armata rossa riuscì a fermare l’invasione nazista, fu l’inizio di un rovesciamento del fronte. Un inizio che segnò  comunque una svolta; anche se, per arrivare a Berlino, ci vollero ancora degli anni. E tante battaglie. “Ecco – mi si dirà – Cazzola torna ad evocare il fascismo”. Certo. 

 

Se in Emilia-Romagna abbiamo vinto il merito è stato anche delle sardine non solo perché hanno conteso le piazze a Salvini, ma perché hanno attaccato in prima persona il Capitano aiutando la gente a capire che era lui l’avversario da battere. Negli interventi illustri che ho letto su Il Foglio (li trovate qui e qui) ho apprezzato parecchie proposte brillanti di iniziativa politica. Ma i programmi veri sono idee piantate nella testa della gente. Per battere Salvini – ce lo insegnano le sardine – occorre chiamare in causa la democrazia, le istituzioni repubblicane, messe in pericolo dalla vittoria di questo personaggio. Da ministro dell'Interno fece sottoporre a indagini sui loro orientamenti politici (e lo confermò  in un comunicato del Viminale) due magistrati che avevano emesso delle sentenze che a lui non piacevano; da titolare dell'Interno ha cercato di delegittimare l’azione dei magistrati ogni volta che indagavano a suo carico. Sempre in quel ruolo ha commesso, nel gestire l’immigrazione, fatti che secondo i giudici prefigurano dei gravi reati, in violazione non solo dei trattati internazionali e delle leggi costituzionali, ma anche di quelle norme abominevoli che portano il suo nome (i decreti sicurezza). È aperto un filone d’inchiesta che arriva fino a Mosca. Sul piano europeo gli alleati del Capitano sono considerati nei loro paesi dei “pericoli” per la democrazia e nessun altro partito vuole avere a che fare con loro. Non bastano questi e altri elementi per condurre una campagna nazionale contro Salvini e ciò che rappresenta? Si dice che non bisogna “demonizzarlo”, ma trattarlo come una persona normale. Non siano riusciti a “romanizzare” i barbari grillini, vogliamo riprovarci con la Lega di Salvini? Eppure l’unica volta che qualcuno ha cominciato ad attaccare direttamente il Capitano, abbiamo vinto.

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