Perché Salvini, Meloni e Berlusconi sognano che Renzi abbatta Conte

Salvatore Merlo

Messaggi di fumo e una strategia (difficile) che conduce al ribaltone. Gli elementi per rompere ci sono: fisco, reddito e giustizia. “Se non si muove perde i gruppi” 

Roma. Lo cercano, lo osservano, lo spiano, gli inviano messaggi di fumo, del tipo: “Con Renzi io ho ben poco a che fare. Abbiamo due concezioni della vita e della politica diverse, ma su alcuni temi si può essere d’accordo” (Matteo Salvini). Tutto parte da un’analisi che fermenta dentro Forza Italia, alla corte di Silvio Berlusconi, un’ipotesi suggestiva e condivisa forse da Denis Verdini – anello di congiunzione, per prossimità geografica da un lato e affettiva dall’altro – certamente condivisa da Giancarlo Giorgetti, forse persino da Giorgia Meloni: è Matteo Renzi l’unico che può decidere del destino di Giuseppe Conte e del suo governo.

 

L’ex presidente del Consiglio, e leader di Italia viva, d’altra parte ha disposto per tempo i suoi attrezzi di gaio scassinatore politico: la questione fiscale, il reddito di cittadinanza e ovviamente la giustizia, con la tanto contestata prescrizione, compresa quella minaccia esiziale di cui ha scritto ieri Claudio Cerasa, ovvero la mozione di sfiducia individuale a Dj Fofò, in arte Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia. Nel Pd, tendono a pensare che Renzi non abbia alcuna seria intenzione di terremotare la maggioranza. L’interpretazione diffusa è che lui tenga tesa la corda, solo per contare di più, per trattare meglio. Come dice uno dei maggiorenti del Pd: “E’ l’arte eterna del baratto”. Chissà. A destra pensano esattamente il contrario. Alcuni si sono convinti del fatto che Renzi abbia poche alternative, che si trovi a un bivio, sospeso tra un sentiero pericoloso e audacissimo che conduce alle elezioni anticipate e una strada che invece conduce al ribaltone, al passaggio con il centrodestra in questa legislatura. 

 

E’ uno schema che Salvini coltiva con qualche sospetto, persino nei confronti del suo fedelissimo Giorgetti (che nelle intenzioni del Cavaliere dovrebbe essere il presidente del Consiglio del terzo governo di questa legislatura). Ma poiché il leader leghista è un compulsivo, ama cioè le cose che accadono subito, quelle istantanee, veloci come un tweet, alla fine lascia che questa trama – per adesso evanescente – s’infittisca. Renato Brunetta s’era lanciato in avanti, come spesso gli capita, qualche giorno fa, in un’intervista a Repubblica. L’analisi, la convinzione che precede e conduce all’idea che Renzi possa essere disponibile a rovesciare Conte e sostituirlo con Giorgetti, muove dall’idea che l’ex presidente del Consiglio sia il vero sconfitto delle ultime elezioni regionali.

 

“E’ il vero sconfitto perché non c’era, non correva in Emilia-Romagna. Ed è il vero sconfitto perché le cose non sono andate come credeva, e non ha più una storia da raccontare”, dice uno degli uomini di pensiero strategico del centrodestra. Tutti, insomma, dopo l’Emilia hanno un racconto, tranne Renzi. Forza Italia ha preso il 2 per cento, ma ha scoperto, con il successo in Calabria, di poter costruire un’enclave di potere nel sud. Salvini ha sicuramente perso, ma ha preso il 43 per cento nella regione più rossa d’Italia. Meloni è ormai proiettata ben oltre il 10 per cento nazionale. “Renzi pensava che il Pd si sgretolasse e che ciò gli avrebbe consentito di diventare decisivo per dare forza al prossimo governo anche con pochi deputati”. Il piano per il momento è fallito, il Pd ha tenuto, l’Emilia è stata vinta, il progetto di Nicola Zingaretti è uscito rafforzato assieme al governo: se nulla accade (cioè se Renzi non fa nulla) l’asse Pd-M5s reggerà per altri tre anni.

 

“Se le cose stanno così”, dice con malizia il nostro anonimo stratega, una specie di Goffredo Bettini alla rovescia, “allora Renzi può solo tornare nel Pd, spaccare il governo e andare alle elezioni, o fare il ribaltone portando la destra a Palazzo Chigi. La quarta alternativa sarebbe aspettare, non fare nulla. Ma è un periodo ipotetico dell’impossibilità, perché equivarrebbe a scomparire, a morire politicamente”. Se ne desume che Renzi sia l’ultimo decisore del destino di Conte e della legislatura. Il fronte passa da lui, non dalle regionali della prossima primavera, i cui risultati appaiono già abbastanza scontati. In Toscana e in Campania vince la sinistra, mentre in Puglia vince la destra. In sostanza le elezioni non hanno più nulla da dire, questa l’analisi che viene fatta nei dedali sottomarini che collegano Arcore con la Lega: “Il centrodestra è solido, il Pd pure, i grillini sono finiti”. Tutti attrezzati, tranne uno: Renzi, la variabile che può cambiare le sorti della legislatura.

 

Ecco quindi il piano del ribaltone, che piace al Cavaliere, perché gli consentirebbe di restituire una profondità a Forza Italia. Ma che attira anche Salvini, malgrado lo scetticismo, se non altro perché sarebbe un’operazione lampo, e gli consentirebbe di tornare al Viminale a occuparsi di immigrati. Gli argomenti per rompere con il Pd e i grillini, a Renzi non mancano. Ha già disposto degli oggetti detonanti sul tavolo, non ultima la prescrizione. E lo ha fatto col retropensiero di far collassare – o minacciare di far collassare – la maggioranza, se necessario. D’altra parte la situazione è complicata, anche dal punto di vista elettorale. Con i numeri che vengono attribuiti a Italia viva, senza premio di maggioranza, se non si trova nella coalizione vincente Renzi rischia di non portare quasi nessuno in Parlamento. “Prima che gli scappino via tutti i deputati è ovvio che farà qualcosa”: o ritorna nel Pd (improbabile), o fa cadere il governo per votare subito una volta approvata la nuova legge elettorale col proporzionale puro (mossa considerata “difficile e audace” dagli osservatori del centrodestra) oppure consente un cambio di maggioranza. Ecco il ribaltone, “l’unica manovra che gli consentirebbe di tenere uniti i suoi gruppi parlamentari terrorizzati”. Ma questo è il piano del centrodestra. Coincide davvero con quello di Renzi? Chissà.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.