Caro Renzi, è il momento di rassicurare e unificare

Giuliano Ferrara

Lode a un politico che ha qualche buona idea sulle cose da fare, ma che adesso dovrebbe giocare sull’emulazione tra idee diverse e convergenti, radunare forze anziché disperderle. Servono pantaloni più lunghi

Più i soliti noti cercano di sottoporlo a gogna, più mi sta simpatico. Più i soliti vedovi delle occasioni perdute si lamentano del dolente stato delle cose politiche italiane, che peraltro secondo me vanno benone, Bisconte compreso, più penso con nostalgia canaglia agli ultimi governi significativi di questo paese: Craxi, Berlusconi, Monti, Renzi. Non ai massimi livelli, di quelli che istruiscono le pratiche per il bene della patria, ma anch’io sono un consigliori, per il bene della causa e della banda. Quindi ora vorrei dare dei consigli a Matteo Renzi.

 

Caro Renzi, hai fatto a sorpresa un governo che a molti di noi ha restituito, non dico il sorriso, ma una tranquillitas animi di cui avevamo bisogno dopo quel caos di asini scalcianti e molto cattivi finito ingloriosamente al Papeete. Hai fatto una scissione nel Partito democratico per ragioni politiche, cioè di potere, e hai messo nel recinto dei “renziani” un magnifico gruppazzo di combattenti (parola grossa, vabbè) per il riformismo liberale (altra parola grossa, altro vabbè, ma così lo definisce il superCalenda). Niente da eccepire, anzi applausi. Salvo per il nome che, scusa lo sbuffo di sincerità oltraggiosa, mi fa veramente cagare: non potevate chiamarlo Pdr (Partito per le riforme) o Pdl (Partito della Leopolda)? Sì lo so, Berlusconi e la Meloni, personaggi di indubbio successo, fate le dovute proporzioni tra i due, hanno mutuato il logo dai nostri due inni nazionali e patriottici della cara Italia, e il partito della nazione è pur sempre il tuo sogno segreto, ma io quel paese meraviglioso lo lascerei dove dovrebbe stare, al di sopra dei partiti (e talvolta al di sotto). Quanto alla vita viva, è buona per gli eventi vitalistici, gli è ganza, ma un po’ al di là del senso del limite. Vivi, addirittura?

 

Detto questo, le operazioni politiche e di potere si giustificano quando prendono il tempo per giustificarsi, quando esprimono una visione che non è un’occhiata ai fatti di domani mattina, quando si traducono in calmo attivismo dell’intelligenza, senza nervosismi, senza ansie, quando non interloquiscono con sé stesse ma cercano la conversazione con gli altri, si addentrano nella complicata frammentarietà del blocco sociale di riferimento, e stupiscono. Ora, caro Matteo, pur essendo spesso d’accordo con le cose che spesso affidi alle tue interviste e con i tuoi discorsi, devo dire che ti trovo nervoso, ansioso, frettoloso e un po’ autoreferenziale. Hai lasciato metà del tuo gruppazzo nel Pd, non tutti erano per la scissione, non a tutti conveniva, si capisce, perché li costringi nel loro perimetro organizzativo della casa madre invece di offrire loro un’area più grande di discussione e di elaborazione e di azione, perché non devi coinvolgerli e coinvolgerti? E al di là i loro, un po’ dappertutto, non ci sono italiani indisponibili per le avventure con cui vale la pena di parlare e intendersi per quanto possibile?

 

Sei uno dei pochi che dispone di qualche buona idea sull’economia, la società, le istituzioni, sulle cose da fare per non morire di noia a rifare quelle già fatte, ma anche gli altri qualche ideuzza di tanto in tanto la tirano fuori: invece di brandire le tue idee come slogan identitari, di cercare uno spazio che non hai nessun bisogno di cercare sgomitando, perché c’è già, non sarebbe meglio giocare sull’emulazione tra idee diverse e convergenti, radunare forze anziché disperderle nella gara a cronometro, impostare una maratona a squadre e fare squadra larga? La Cgil e gli altri sindacati e associazioni, ma che, ti fanno schifo? No di certo, e allora parlaci, trova luoghi di unificazione discorsiva, punti di contatto con la stessa solerzia che hai impiegato nell’assemblaggio di imprenditori e finanzieri intelligenti, capaci; bada agli intellettuali, che sono tanto inservibili quanto indispensabili, e rivedi criticamente la tua diffidenza sacrosanta per le intermediazioni, visto che i corpi intermedi sono nel bene e nel male il sale della nostra esperienza democratica, alla fine. La rupture o rottamazione è alle tue spalle, è stata la tua forte spinta, ora la tua ricerca deve inclinare verso un’evoluzione, pantaloni sempre più lunghi, programmi sempre più solidi, inventiva sulle forme politiche e sociali della mobilitazione.

  

Puoi tranquillamente pensare che questi spunti sono metodologia, astrazione, che a te tocca far pesare i tuoi senatori, punto e basta, e farli pesare in una logica non nuovissima di coalition power, essi servono e dunque costano, ma attento che la concretezza, e anche il mercato delle vacche, cose che noi non moralisti non disprezziamo affatto, non si riduca a un gioco piccolo e corto di ritorsioni, risentimenti, annaspamenti tra i sondaggi. Secondo me, nonostante tu non abbia fatto tutto quanto era necessario, forse, per mostrarla nel suo lato migliore e meno verboso, hai una bella faccia di politico italiano e uomo di stato che a quarant’anni ha da dire e fare molte cose ancora, nonostante le avventure a zig zag della tua precocità. Datti peso, metti pesi scespirianamente al tempo, rassicura e unifica: non te ne pentirai.

  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.