Antropologia dell'essere Bonaccini

Salvatore Merlo

Ritratto di un’alternativa estetica ai gradassi di destra e ai militanti di sinistra

Roma. Certo se si misura Stefano Bonaccini dalla forza del suo vero avversario Matteo Salvini, se si considera la sproporzione – l’uno sotto e l’altro sopra la misura, l’uno facondo leader nazionale e l’altro piccolo leader regionale – ebbene allora l’Emilia-Romagna è davvero perduta, questa domenica la Lega assorbirà la regione un tempo rossa e Bonaccini sarà ricordato come il commissario liquidatore di un modello cinquantennale. E però le sorprese hanno il vantaggio di partire tutte in svantaggio, e Bonaccini, 53 anni, presidente uscente della regione, barba hipster e fisico squadrato, non ha soltanto dalla sua la forza del buon governo, che gli viene riconosciuta persino dalla destra (l’Emilia Romagna non è in declino e anzi passare da Roma a Bologna è come passare dal bianco e nero ai colori). Ma in Bonaccini c’è qualcosa di più del buon amministratore. Questo signore abbastanza grigio, che alcuni incauti consiglieri d’immagine nell’ultimo anno hanno rivestito da capo a piedi pervestendo di giovanilismo la sua fisicità bella perché spenta, è a modo suo il portatore di uno stile. L’antropologia dell’essere discreto, temperante, talvolta sommesso, nel paese dove tutti sentono invece il bisogno di ritagliarsi il loro quarto d’ora di eccesso sgangherato, di esibizione sopra le righe: ira, grida, slogan e insulti. Dovessero infatti respingerlo, gli emiliano-romagnoli non avranno respinto il governo di Giuseppe Conte, che probabilmente resterà lì dov’è, come in un fortino assediato. Ma avranno respinto, e forse senza nemmeno accorgersene, l’alternativa estetica e linguistica al modello dello spavaldo sbraitante, del venditore di pentole di destra e del militante ideologico di sinistra. E infatti sarà un caso, ma non lo è, che la Fiom emiliana prenda le distanze e non lo appoggi.

 

Bonaccini è al contrario l’asetticità come qualità, “sarò noioso ma credo di aver migliorato il ticket sanitario”. Quando gli hanno detto che Mihajlovic, l’amatissimo allenatore del Bologna che si è ammalato di leucemia, avrebbe votato la Lega, lui ha sorriso senza urlare al fascista. “Mihajlovic  sta combattendo la partita più importante della sua vita”, ha detto. “Scelga chi gli pare, ci mancherebbe altro, mi interessa che vinca quella partita per lui, per la sua famiglia e per tutti quelli che gli vogliono bene, tra cui il sottoscritto”. E quando lo invitarono a commentare le vicende di Salvini, la storia dei fondi della Lega, quando poteva infierire con facilità, lui invece mostrava una smorfia chiusa, “vogliamo vincere per le cose che abbiamo fatto, non per i problemi giudiziari di Salvini”.

  

E d’altra parte Bonaccini non va mai in crescendo, malgrado senta sulle spalle il peso di elezioni che travalicano le proporzioni e la misura anche per effetto delle Sardine, che pure vorrebbero aiutarlo, ma spostano la dialettica sul terreno ideale del competitore Salvini. Gli caricano quindi addosso il destino di Nicola Zingaretti e del governo, della legislatura, e addirittura della sinistra intera. E lui soffre, ma non s’increspa, raramente alza la voce (anche se gli consigliano il contrario, facendo violenza alla sua natura). Parla delle cose fatte e di quelle da fare. E’ costante e quasi timido, come un adagio sinfonico. Stabilità, buon senso, niente rosari e cuori immacolati di Maria, ma nemmeno retorica da sinistra in disarmo intellettuale tipo “partito nuovo e nuovo partito”. Tanto che, più lo si sente parlare e più sembra che quest’uomo cresciuto nella provincia della provincia di Modena, istruito nelle giovanili della sinistra, figlio di un camionista e di un’operaia comunisti, stia mettendo in dubbio, non per via teorica ma con l’esempio, che il modello debba essere per forza quello del piacione gradasso o quello del giovane resistenzialista. Certo lo spirito e le buone intenzioni, persino la capacità e la bonomia, da soli non bastano a soffocare l’incendio del mondo. Sergio Chiamparino, che pure aveva ben governato e con temperanza il Piemonte, l’anno scorso fu sconfitto dallo spirito del tempo. E non aveva per avversario il Capitan Facebook da 4 milioni di like né era aiutato da un movimento, come le Sardine, che abbocca alle sue sparate. Ma chissà, le sorprese hanno sempre il vantaggio di partire in svantaggio.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.