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Appunti per vincere l'immobilismo italiano

Ministri, politici, imprenditori, tecnici alla Festa del Foglio a Firenze. Una Giornata dell’ottimismo che segnala passi falsi e paure e indica una strada per far crescere il paese. Perché è possibile vedere il futuro come fonte di grandi opportunità

24 Novembre 2019 alle 09:32

Appunti per vincere l'immobilismo italiano

La sala della

Gentiloni e il debito da tenere sotto controllo

Siccome, dice, “l’ottimismo se non ce l’hai te lo devi dare”, Paolo Gentiloni ci crede. Crede nelle risorse dell’Italia  e nelle prospettive dell’Europa, “che è indiscutibilmente il primo attore globale – spiega l’ex premier, commissario europeo gli Affari monetari – che oggi può battersi per le cose che contano e ci stanno a cuore e che, in questo momento, sono messe fortemente in discussione, come ad esempio il nesso della democrazia con la libertà. E ancora lo stato sociale, i diritti dei lavoratori, il rispetto della legge, la libertà di informazione, la parità di genere, la sfida ambientale”. Ma dato che l’ottimismo non esclude il realismo, Gentiloni lancia un avviso ai naviganti: perché è vero che “i sovranisti sono minoritari nel Parlamento europeo”, ma è anche vero che, sottovalutando ciò che sta accadendo, “rischiamo di fare la fine dei 'sonnambuli' del 1913 che, dopo un periodo di grande ottimismo, non videro arrivare l'onda”. Che in Italia è fortissima, ma che secondo Gentiloni va arginata, tra le altre cose, anche con una gestione oculata dei conti: “Quello di tenere sotto controllo il debito pubblico è tornato a essere un tema centrale e lo sarà sempre di più nei prossimi mesi. Anche perché l'aumento del debito pubblico è lievito per le spinte populiste”. Quanto a Matteo Salvini e alle sue proteste sulla riforma del Mes (“Chi l’ha avallata andrebbe denunciata per alto tradimento”, dice il leader della Lega), Gentiloni commenta con ironia: “Sarebbe facile dire che allora si sta auodenunciando”.

 

Landini: ripristinare lo scudo penale

Ma certo, la credibilità dell’Italia passa anche da Taranto. Ed è per questo che Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, non ha dubbi: “Lo scudo penale va ripristinato. Non dimentichiamoci che era in piedi dal 2015. Credo che chi deve fare investimenti ne abbia bisogno. Va ripristinato, è stato un errore rimuoverlo e i partiti che lo hanno fatto hanno commesso un errore". E anche se, come dice Landini, “in questi mesi Mittal non ha lavorato per rispettare l'accordo, ma per andarsene”, non si possono, ora, avere tentennamenti: “Non discutiamo solo di 20.000 posti di lavoro: discutiamo del fatto che è in discussione se siamo un paese industriale che vuole restare competitivo”. Quindi, un messaggio a Mittal: “Non abbiamo intenzione di modificare un accordo che abbiano firmato un anno fa. Possiamo venirci incontro se ci sono delle difficoltà, certo, ma se qualcuno pensa di volere cambiare quanto abbiamo già stabilito, ecco, allora non funziona così”. 

 

Il problema per Spadafora non è certo Di Maio

Allearsi col Pd alle regionali in Emilia e Calabria? “Perché no?”. Vincenzo Spadafora, ministro dello Sport del M5s e sportivamente disposto a confrontarsi con la platea fogliante, riapre un discorso che pareva chiuso, o quasi. “Non escludo che se gli attivisti a livello locale porranno il tema dell’alleanza con il Pd, ciò non possa essere discusso. La mia preoccupazione è che il M5s esca dalla fase critica che sta vivendo. Se la nostra presenza sui territori può contribuire a rafforzare questo governo, che deve assolutamente andare avanti, ben venga”. Quanto alla guida traballante di Luigi Di Maio, confermata comunque da Beppe Grillo, Spadafora dice che “non si risolvono i problemi cambiando una singola persona. Bisogna ragionare su un progetto, il problema non è assolutamente Luigi Di Maio. Anzi, chi mette in discussione la sua leadership pensa solo ai personalismi. Bisogna far capire che siamo una forza che vuole rispondere davvero agli interessi degli italiani e non fermarsi ai proclami che si fanno quando si è all’opposizione”. E lo ius soli? “Spero che il Parlamento trovi un accordo per approvarlo. Proverò all’interno del Movimento a convincere i colleghi quanto importante sia questo percorso, per far capire loro l’importanza dello ius soli. Che comunque non nell’agenda del governo per i prossimi mesi”.

 

Sassoli: scandaloso il diritto di veto in Europa

David Sassoli non usa mezze parole. “Il diritto di veto è anacronistico, deve essere rivisto”. Di più: “E’ scandaloso. Blocca la democrazia in Europa”. Che però non è così inesistente come alcuni sovranisti vorrebbero far credere. “Abbiamo bocciato tre commissari, ma questo non è un segnale negativo”, dice il presidente del Parlamento europeo. “Anche questa, dice, “è stata democrazia. Sarebbe bello se quel processo venisse importato anche nei nostri paesi: immaginate ministri che devono sostenere quattro ore di audizione, un esame per dimostrare la loro competenza di fronte al Parlamento, farebbe soltanto bene”. All’Unione europea, invece, farebbe bene riscoprire un po’ di solidarietà. Ad esempio sull’immigrazione: “L’Europa non ha competenza sulle politiche migratorie”, dice Sassoli, “ma bisogna capire che chi arriva in Italia, arriva in Europa e l’Ue deve occuparsene”. Come convincere i paesi del nord? “Mostrandosi sensibili alle loro istanze. Penso alla Finlandia, un paese grande come il Lazio che difende la frontiera con la Russia: ecco, quella frontiera è europea, è anche italiana”. E Matteo Salvini? Riuscirà, la Lega, a essere ammessa nella famiglia dei popolari? “Mi pare che il Ppe sia stato chiaro. Come ha detto il suo nuovo presidente, Donald Tusk, mai con i sovranisti, mai con chi vuole distruggere l’Unione europea”.

 

Lamorgese: la sicurezza non è un’emergenza

Non chiamatela emergenza. “In Italia non esiste un problema sicurezza. Esiste piuttosto un problema di sicurezza percepita”. Lo dice Luciana Lamorgese, ministro dell’Interno che, più che alla propaganda, guarda ai dati: “Abbiamo avuto una riduzione del 7 per cento dei reati come le rapine. Ma conta poco”, ammette, perché la percezione della sicurezza interessa comunque da vicino tutti i cittadini. Servono risposte per le città. “Occorre particolare attenzione alle periferie, per esempio. Per questo ne stiamo parlando con le amministrazioni locali. Anche a Roma”, dice Lamorgese. Ma occorre anche, insiste il ministro, modificare i decreti sicurezza, quelli “del mi predecessore”. Non lo nomina, Salvini, ma è a lui che evidentemente si rivolge: “Intendo cambiarli tenendo conto dei rilievi presentati dal presidente della Repubblica. Ho già delle bozze di modifiche che tengono conto di quelle osservazioni. Ci sono degli aspetti, come la reiterazione del reato da parte delle navi delle ong, che vanno rivisti. Come nel caso della confisca delle navi, che è un provvedimento di particolare gravità che non può essere applicato d'emblée, non basta una semplice irregolarità ravvisata dalla Guardia costiera”, Ne seguirà un problema politico? “Ne parleremo in Cdm”, replica Lamorgese. “E troveremo un’intesa”.

 

Abolire la prescrizione, un errore per Ermini

Lui che conosce da vicino entrambe le categorie, dice che “Gestire i magistrati è un compito molto più difficile rispetto a quello di gestire dei parlamentari”. E che sia sincera, la confessione di Davide Ermini, lo testimoniano gli ultimi mesi trascorsi sotto il cielo della magistratura, che poi sono anche i suoi primi mesi da vicepresidente del Csm. “Il Csm ha subito una grande ferita”, dice Ermini commentando i recenti scandali. “Però sia il Consiglio sia la magistratura hanno dimostrato di essere edifici con fondamenta solidissime. L’istituzione ha retto bene, anche grazie all’aiuto del presidente della Repubblica, che per noi è un faro. Non abbiamo mai perso un plenum, una seduta di sezione disciplinare, di commissione. Abbiamo lavorato a ranghi ridotti, ma abbiamo lavorato sempre. Con le nomine si va avanti, attraverso un sistema ordinario”. Anche alla procura di Roma, il cui vertice è ancora vacante? “Io speravo di procedere alla nomina del nuovo capo entro la fine dell’anno. Se non ce la faremo, sarà comunque all’inizio di gennaio”. E l’abolizione della prescrizione? “Il Csm ha già dato un parere quando fa approvata la cosiddetta norma spazzacorrotti. Abbiamo detto, a maggioranza, che è stato un errore. La norma l’hanno fatto insigni giuristi, ma non si può dire che entra in vigore nel 2020 in attesa della riforma. E se la riforma non poi non si fa? E’ una norma che creerà parecchi problemi di carattere giuridico. Il 1° gennaio è dopodomani, ma decide (anche qui) il Parlamento”.

 

Un paese capace di stare in Europa, l’Italia di Meloni

“Un’Italia capace di stare in Europa facendo rispettare il suo peso”. Questo è il paese che Giorgia Meloni immagina, se a vincere le elezioni fosse la destra. E sarebbe anche un’Italia che s’opporrebbe alla riforma del Mes, che per la leader di Fratelli d’Italia è “una enorme fregatura, perché di fatto è un fondo a cui tutti gli stati europei partecipano, e l’Italia lo fa con 100 miliardi, ma a cui in realtà potrebbero accedere solo Germania, Olanda e altri cinque stati piccolini. L’Italia invece no, a meno di farsi commissariare da questa entità di burocrati non chiarissima”.

 

Il rimprovero di Maroni a Salvini

Il pericolo di un ritorno del Ventennio (“che non c’è”), l’autonomia (“da fare”), le possibilità che ha un centro politico (“alte”). Roberto Maroni, già ministro dell’Interno e governatore della Lombardia, parte dal leader del suo partito, Matteo Salvini: “Si può naturalmente dissentire dalle sue opinioni, che sono forti, certamente. Ma il rischio che alcuni paventano, il ritorno del fascismo, non esiste”. Anzi, se deve strigliare il suo predecessore alla guida del Carroccio, Maroni lo fa su un altro tema: “In 14 mesi di governo gialloverde non è stato fatto – dice – alcun passo in avanti sull’autonomia”. Quanto al grande fermento al centro, da Renzi a Toti a Calenda, “penso che per loro ci sia spazio. La domanda da farci però è se riusciranno a raggiungere una percentuale di voti tale da far sì che non restino dei cespugli”.

 

Calenda: non sottomettersi a sovranisti e populisti

A che gli chiede se davvero ci fosse bisogno di un nuovo partito, Carlo Calenda, che il suo o ha fondato pochi giorni fa, risponde così: “Azione è nata per rappresentare chi non vuole vedere al governo Di Maio o Salvini. In nessun paese in Europa i progressisti, i liberali, i popolari si sono sottomessi ai populisti e ai sovranisti. Solo in Italia. E questa cosa va rotta. Populisti e sovranisti sono della stessa razza e vanno combattuti”. Ma l’alternativa? Andare a votare a ottobre sarebbe stato meglio? “Io penso –­ dice Calenda – che noi avremmo combattuto e forse perso. Ma non credo e non ho mai creduto ai pieni poteri di Salvini. Se noi pensiamo che un bullo in mutande al Papeete sia un pericolo, siamo preoccupati di cose che non esistono. Io credo che Salvini sia un incapace cronico che intercetta l'odio e lo gestisce in modo spregiudicato. E a chi mi domanda se era meglio andare a elezioni replico: stiamo meglio adesso? Dopo tre mesi il governo è a pezzi, il Pd ha fatto una scissione e non si sa perché, Forza Italia è tornata con il centrodestra, stiamo meglio o peggio?”, domanda polemicamente l’ex ministro dello Sviluppo.

 

Bonomi

La “vera domanda” la pone lui, che pure alle domande sarebbe chiamato a rispondere. “Questo paese vuole ancora produrre acciaio? Questa è la vera domanda. Il tema non è se Mittal fa il furbo”, dice Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda. Insomma, il discorso vira subito sul pasticciaccio dell’Ilva. “Il governo ha creato il problema e adesso lo deve risolvere. Qui tutti parlano senza ricordare. Mittal è arrivata a Taranto dopo avere vinto  una gara, e si è impegnata nel fare investimenti sui parchi minerari. La questione dello scudo penale risale al periodo dei commissari che non firmavano più le carte perché avevano paura”. Intanto il passo indietro di Mittal si sta facendo sentire anche al nord. “Ci sono un centinaio di imprese che lavorano nei nostri territori e che ne stanno risentendo”, dice Bonomi. Ma oltre all’acciaio, a destare preoccupazione nel presidente di Assolombarda è anche la plastica: "La plastic tax? E' finalizzata solo al gettito. Servivano risorse finanziarie e si sono inventati questa micro tassa. Che poi, se dal 2021 si prevede di riscuotere un miliardo e seicento milioni di euro su base annua, non è proprio una micro tassa. Se vogliono solo aumentare il gettito fiscale ce lo dicano. Ci aumentino di un punto l'Ires". E infine c’è Alitalia: “Altro capolavoro: dopo 7 anni di travaglio stiamo qui a cercare il partner, ma ancora non sappiamo che obiettivi ha il governo”. E il problema, del resto, è più generale: in questo paese nessuno parla più di produttività. Fatto 100 la produttività nel 2000, oggi in Italia è a 101. In Germania sono molto più avanti: vuol dire che abbiamo perso competitività in modo importante”, insiste Bonomi.

 

Tria e la verità sulla riforma del Mes

Ma quale complotto, ma quale trattativa segreta? “Quelle sulla riforma del Mes erano discussioni pubbliche, un leader politico non è tenuto a sapere tutto, ma dovrebbe avere dei consiglieri che lo consigliano bene”, dice Giovanni Tria riferendosi a Matteo Salvini e alle sue proteste sulla riforma del Meccanismo di stabilità europea. Lui che nel cdm del governo gialloverde c’era, col ruolo di ministro dell’Economia, prova a ristabilire la verità dei fatti: “Si tratta di accordi presi già nel dicembre del 2018”, dice Tria. Che rivendica i risultati ottenuti: “La linea dell’Italia ha avuto successo, perché da quell’accordo sono state eliminate le condizioni che per noi erano inaccettabili. Noi come governo ci siamo opposti alle parti più problematiche, come del resto aveva già fatto il governo precedente”. E non è stato facile: “Ricordo – spiega Tria, bacchettando chi oggi gli dà del “traditore” – che quando siamo andati a negoziare, nel dicembre scorso, eravamo nelle condizioni peggiori. Non è facile negoziare con lo spread alto e dire in quel momento che ci tiriamo fuori. Tutti furono avvertiti che andavamo a fare un negoziato con effetti a medio e lungo periodo e non immediati”. Tutti sapevano, dunque? “Tutti”. Anche l’Unione delle banche italiane e il suo presidente Patuelli? “Tutti erano informati, era un processo che andava avanti addirittura da prima che arrivasse il governo gialloverde”

  

Panetta predica calma

Fabio Panetta predica calma. “Tutta questa agitazione non la capisco”, dice il direttore generale di Banca d’Italia a proposito della riforma del Mes. “Per noi non cambia nulla – spiega Panetta – perché riusciamo tranquillamente a finanziare il nostro debito sul mercato a tassi molto bassi. Da un punto di vista tecnico quello che c’era nel vecchio meccanismo lo ritroviamo adesso, alcune variazioni a noi sfavorevoli inizialmente proposte non ci sono”. Che fare? “Fossi io a dover trattare – dice Panetta – utilizzerei questa trattativa per avere qualcosa in cambio” su altri tavoli come l’Unione bancaria. Anche perché “non possiamo fare accordi europei a tozzi e bocconi, perché rischiamo di ottenere il peggio di tutto”. Per esempio,  dice Panetta, tra poco scade il mandato del presidente del Mes, Klaus Regling, che è un economista tedesco, ex direttore degli affari economici dell’Unione. Può essere un’occasione per esprimere un presidente italiano.

  

Gualtieri: sì, c’è stata una svolta per l’Ilva

Prima di tutto, l’Ilva. A che punto siamo? “C’è stata una svolta”, prova a sorridere Roberto Gualtieri. “Ieri si è riaperto un tavolo di negoziato con Mittal sulla base di alcuni principi comuni che può concludersi positivamente con un rilancio di Ilva e un piano di investimenti ancora più incisivo”, dice il ministro dell’Economia. E la riforma del Mes? “Una tempesta in un bicchiere d’acqua. A volte diamo l’impressione di essere un paese sull’orlo della crisi di nervi. “E’ surreale che noi che usciamo vincenti da questo negoziato (avendo inserito anche il backstop fiscale per l’Unione bancarie), mentre abbiamo in corso negoziati più difficili, ce la prendiamo con la cosa che è andata meglio”. Quanto alla legge di Bilancio ora in discussione in Parlamento, Gualtieri assicura che “sarà molto efficace”. E magari corretta, però, ad esempio sul capitolo che riguarda la plastic tax. “Stiamo rivedendo questa misura per evitare che abbia un effetto negativo sulla filiera produttiva con una correzione per fare in modo che non abbia un effetto negativo”. E le mancate entrate? “Il gettito sarà significativamente ridotto ma la modulazione sarà rivista per incentivare il riciclo, l’innovazione tecnologica e il rafforzamento dell’economia circolare. Peraltro questa tassa non sia applica alle esportazioni – ha aggiunto Gualtieri – e avremo con la revisione un effetto virtuoso”. E poi ci sono gli investimenti: “Non solo confermiamo le risorse per gli investimenti nel prossimo triennio ma ci aggiungiamo 12 miliardi per politiche di sostegno pubblico e investimenti privati, ma annuncio che mercoledì prossimo sarà sul sito del ministero delle Infrastrutture, per merito della ministra Paola De Micheli, il contatore delle opere e si vedrà che in cinquanta giorni questo governo avrà sbloccato più di 3 miliardi di investimenti che erano bloccati da anni”.

 

Renzi

“C’è chi surfa e chi naviga”. E Matteo Renzi vuole navigare. Il 35 per cento di consensi della Lega non lo spaventa: “Il consenso è volatile. In questa situazione hai due possibilità. La prima è che segui l'onda, che ti trasformi in un surfista. Ma ogni surfista sa che se prendi l'onda, prima o poi, torni a riva. Ecco io credo che il populismo coincida col fare surf, cioè nel prendere le singole voci e far contenta la gente sull'immediato. Noi stiamo cercando di navigare. Di percorrere una rotta dritta e forte per arrivare alle prossime elezioni facendo quello che ha fatto Macron in Francia. La nostra è una strategia di lungo periodo. Per questo c'è Italia viva”. Che, dice l’ex premier rivolgendosi (seppur indirettamente) a Carlo Calenda, “non vuole cedere al populismo degli antipopulisti”. La sfida, per Renzi, è un’altra: “Abbiamo una gigantesca chance sul debito. Nel 2013 pagavamo 77 miliardi, nel 2020 saranno 59. Abbiamo visto scendere in modo clamoroso il costo degli interessi. Io penso che dovremo darci l'obiettivo di quota 50 miliardi per la legge di bilancio del 2023. Nei prossimi mesi i rendimenti dei titoli degli altri paesi saranno nella stragrande maggioranza negativi, l'Italia avrà la possibilità di ridurre il peso del debito nella dinamica economica del nostro paese”. E il governo? Dura? “Chi oggi provasse a mettere in discussione la stabilità della legislatura si incaricherebbe di porre un gravissimo problema alla discesa strategica del debito”, prosegue l’ex premier. Che poi rilancia un’altra battaglia: “Tutti noi, politici e giornalisti, dobbiamo cambiare il modo con cui guardiamo la giustizia. O diventiamo un paese civile o non c'è alcuna legge che ci fa diventare civili. Io dico no al giustizialismo da tre soldi”.

Valerio Valentini

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Commenti all'articolo

  • J.Wrangler

    J.Wrangler

    24 Novembre 2019 - 11:32

    Sul "Salvastati"e"l'autodenuncia"del Maggiordomo propongo le parole enunciate,qualche giorno fa,dal ministro dell'Economia Gualtieri : "Ciò che effettivamente ha salvaguardato l'integrità dell'Eurozona è stata la capacità della BCE,(ovvero Mario Draghi nota mia),con "whatever it takes.."(potenzialmente illimitate che al confronto i miliardi del futuro nuovo Fondo sono noccioline(4% di tutto il debito). Per quanto sopra l'integrazione con le banche nel "nuovo Fondo" prevede che questo sia il nuovo "whatever it takes"(ma senza il bazooka,il 4% visto sopra)per il quale Germania e Francia( primo e secondo contribuente )decideranno,in base ai parametri chi dovrà avere il Fondo.Esempio Grecia debitrice verso le banche tedesche e francesi riceve dal FMI(TROIKA)i denari ovvero(anche con il nostro contributo)rifonde i debiti(le banche creditrici).Ciò è il recupero delle banche al quale abbiamo tutti contribuito a causa della cattiva gestione greca.Chiudo con Clinton"E' il business bellezza".

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