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No. A Venezia non è impazzito il clima. È impazzito lo stato

Claudio Cerasa

Nel capoluogo veneto l’emergenza non è legata al cambiamento climatico (ricordate il 1966, sì?) ma a una burocrazia che ha provato per troppo tempo a spacciare le sue inefficienze per splendide virtù. Perché il Mose è la nuova Ilva

Le incredibili immagini di Venezia immersa nei suoi centottantasette centimetri di acqua alta hanno avuto l’effetto di orientare l’indice di molti osservatori su un problema certamente importante come quello dei presunti effetti del cambiamento climatico, che non costituisce però l’essenza della vera emergenza vissuta in queste ore dal capoluogo del Veneto.

 

L’acqua alta a Venezia, e anche quella molto alta, non è un fenomeno che va studiato con le lenti apocalittiche utilizzate dai follower di Greta ed è sufficiente passeggiare per un giorno a Venezia per scoprire che l’acqua alta, e anche quella molto alta, non è un problema direttamente collegato alla fine imminente del mondo. Nel novembre del 1966, come ci ricordano spesso e volentieri molti muri di Venezia incisi con le date delle mareggiate più importanti, ci fu una marea ancora più eccezionale rispetto a quella osservata in questi giorni, 194 cm di altezza dell’acqua rispetto al livello del mare, sette cm in più rispetto a oggi, e anche negli anni successivi l’acqua ha raggiunto livelli da far venire i brividi. Nel 1951, a 151 cm. Nel 1979, l’acqua arrivò a 166 cm. Nel 1986, a 158 cm. Nel 2008, a 156 cm. Nel 2018, a 156 cm.

 

La fine del mondo è certamente imminente, e ci stupiamo che non venga tassato chi la pensa in maniera diversa, ma se ci è concesso ci piacerebbe provare a spiegare perché a Venezia oggi la vera emergenza non riguarda il clima: riguarda lo stato. Il protagonista della storia che vi stiamo per raccontare coincide con il profilo di un progetto di cui a Venezia si parla dal giorno successivo a quello in cui l’acqua alta arrivò a quota 194 centimetri. Parliamo ovviamente del Mose, uno dei progetti di ingegneria civile, ambientale e idraulica più importanti del mondo, che da molti anni si trova a un passo dall’essere completato.

 

Lo scopo del Mose, lo sapete, è quello di difendere Venezia e la sua laguna dalle acque alte e il sistema di protezione progettato prevede la presenza in mare di una schiera di paratoie mobili a scomparsa posizionate ai varchi che collegano la laguna con il mare aperto e costruite in modo tale da poter isolare la laguna di Venezia dal mare Adriatico durante gli eventi di alta marea (sopra i 110 cm). L’opera è stata progettata dieci anni dopo l’alluvione del 1966. Nel 1986 l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi annunciò da Palazzo Ducale che i lavori per la salvaguardia della città sarebbero inderogabilmente terminati entro il 1995. La realizzazione del Mose, in realtà, venne autorizzata ufficialmente solo nel 2003 ma la storia di una delle opere di ingegneria idraulica più famose del mondo è una storia che purtroppo rischia di diventare qualcosa di simile a un’Ilva del nord-est. Non per questioni legate alla presenza di posti di lavoro a rischio ma per questioni legate ai danni che uno stato inefficiente e scellerato può produrre al sistema economico italiano.

 

Il Mose, come hanno scritto bene in uno splendido pamphlet pubblicato nel 2014 Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri (“Corruzione a norma di legge”, Rizzoli), è un esempio emblematico di quanto in Italia la realizzazione di un’opera pubblica, a partire dal progetto e dall’appalto, inneschi un meccanismo che, tra tempi infiniti, mancanza di controlli e costi che lievitano, porta quasi inevitabilmente a fenomeni corruttivi. Al contrario di quello che molti potrebbero credere, però, il peccato originale del Mose non ha a che fare con la presenza di privati senza scrupoli pronti a trasformare la grande opera in una gigantesca mangiatoia, ma ha a che fare con la presenza di alcune leggi che hanno permesso allo stato di concedere senza alcuna gara a un piccolo numero di imprese il monopolio dei lavori.

 

Secondo le stime fatte nel 2014 da Giavazzi e Barbieri, i maggiori costi dovuti al peccato originale di aver affidato i lavori in monopolio (le imprese che fecero parte del consorzio erano le stesse a cui il consorzio doveva rivolgersi per i lavori a prescindere dalla convenienza dell’affidare a quelle imprese i lavori) ammontavano già all’epoca a oltre 2 miliardi di euro. Ci voleva così tanto per capire che gli studi, le sperimentazioni e i controlli di un’opera non andrebbero affidati a chi poi deve realizzare i lavori? Ovviamente no. Il vero dramma del Mose non riguarda solo la corruzione che è stata involontariamente agevolata da uno stato non interessato a promuovere efficienza ma riguarda anche un altro passaggio da molti rimosso che anche qui ricorda da lontano la storia dell’Ilva. 

 

Fino al 2013, con grande lentezza, il Mose era un progetto che stava a poco a poco prendendo vita (come sostenne conversando con questo giornale anni fa Ercole Incalza parlando dell’alta velocità, “se pure un’opera fosse costata il 10 per cento in più, io dico: vivaddio, almeno esiste”) e poco prima che il governo Renzi nel 2015 decidesse di commissariare il consorzio affidando tutto il pacchetto all’Anac di Raffaele Cantone l’opera (dicembre 2014) era stata completata all’84 per cento. Negli anni successivi, dal 2015 a oggi, il commissariamento, arrivato dopo anni di battaglie ambientaliste combattute non contro lo stato inefficiente ma contro le imprese che facevano parte del consorzio, ha rallentato a tal punto i lavori da aver reso difficile da utilizzare alcuni ingranaggi del Mose lasciati per troppo tempo non in funzione (in particolare si sono corrose le cerniere che sono il cuore di tutto il sistema e se non funzionano quelle non funziona niente) e il risultato oggi è doppio. Da una parte c’è un Mose che da circa due anni è pronto al 94 per cento (e nessuno ancora sa come si riuscirà ad arrivare al 100 per cento) e dall’altra parte c’è la possibilità concreta che il futuro commissario del Mose (che da diversi mesi non c’è) debba chiedere al governo di introdurre una sorta di scudo penale per far sì che una volta completata la fase del commissariamento vi siano imprese disposte ad accollarsi la gestione del Mose senza dover rispondere anche penalmente dello sperpero di soldi causato da uno stato incapace di garantire efficienza (le imprese del Mose, tra commissariamenti, episodi di corruzione, guerre ambientaliste, hanno meno utili rispetto al passato, e molte di queste sono persino fallite, e difficilmente saranno loro a mettere in funzione l’opera).

 

A Venezia c’è un problema, storico, legato alla presenza (non solo in laguna) di episodi di innalzamento dell’acqua. Ma la storia recente di Venezia ci ricorda che nel capoluogo veneto l’emergenza vera non è legata al clima impazzito ma è legata a una burocrazia statale che ha provato per troppo tempo a spacciare la sua inefficienza per virtù e non per un vizio. Gli ambientalisti del futuro, per dare un senso alle loro battaglie, forse dovrebbero ripartire da qui.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.