Il tonfo del vaffa politico

Claudio Cerasa

Umbria ma non solo. In due anni di governo il M5s è stato costretto a trasformarsi e la sua parabola è universale: se vuoi governare devi cambiare ma se cambi senza spiegare fai la fine di un ghiacciolo al sole. Esiste un’altra ragione sociale del grillismo? Indagine

A rivederli a due giorni di distanza, i risultati delle elezioni umbre offrono agli osservatori alcuni spunti di riflessione che non possono essere compressi all’interno della semplice etichetta della bocciatura del governo. I partiti che fanno parte della maggioranza di governo, lo sappiamo, sono stati sonoramente bocciati, sì, ma sia all’interno delle sconfitte sia all’interno delle vittorie ci sono alcuni dati che indicano per l’Italia un futuro meno apocalittico rispetto a quello immaginato fino a qualche mese fa. Intanto, a differenza della scorsa estate, quando il consenso di Salvini era spaventoso come lo è adesso, oggi, in Italia, c’è un governo che ha quanto meno rallentato l’ascesa del leader della Lega verso i pieni poteri e quella maggioranza finché c’è, e fino a che Salvini continuerà a giocare con l’Europa e con l’euro senza rimettere a cuccia i suoi bassottini sovranisti, conviene tenersela stretta.

 

 

Oltre a questo, all’interno della vittoria del centrodestra a trazione salviniana, vi è poi un elemento ulteriore e poco approfondito che ci dice che il Salvini che si trova oggi all’opposizione, anche grazie alla batosta presa ad agosto, ha scelto di rinunciare ad alcuni tratti di estremismo individuabili nel trucismo in versione Papeete, non ultimo quello del rapporto con ciò che resta di Forza Italia: il partito di Berlusconi dal punto di vista elettorale non conta più molto (in Umbria è sceso sotto al 6 per cento) ma nonostante questo il leader della Lega ha scelto di rinunciare alla retorica dell’andare da soli alle elezioni (ad agosto ancora lo sosteneva) e ha fatto della sua sponda nel Ppe (Forza Italia) un pezzo non negoziabile della futura alleanza di governo (secondo l’Huffington Post, proprio attraverso il Cav. Salvini starebbe cercando di ricucire i rapporti con il Ppe dell’odiata Angela: chissà). Certo: una maggioranza nata per arginare il salvinismo che sceglie di presentarsi unita alle elezioni per testare dal punto di vista elettorale la popolarità del suo argine non è una buona notizia per chi ha a cuore la presenza di una diga contro gli istinti antieuropeisti del nostro paese.

 

 

Ma il fatto che in Umbria a essere crollato tra il Pd e il M5s non sia stato come molti pensavano il Pd (24 per cento alle europee di maggio, in Umbria, dopo il 24,8 delle politiche 2018, e 22,3 per cento alle regionali di tre giorni fa) ma il M5s (passato nel giro di due anni dal 27,5 per cento del 2018, al 14,6 per cento delle europee al 7,4 per cento delle regionali di domenica scorsa) è una notizia che avrebbe meritato qualche commentino diverso rispetto alla solita polemica sulla leadership di Luigi Di Maio. La questione del crollo progressivo del M5s – crollo che segue ovviamente la progressiva trasformazione del M5s – è interessante e ci dice qualcosa di importante rispetto a quelle che sono le conseguenze dell’incontro tra il populismo e la realtà. Da una parte, lo scontro tra il populismo sovranista e la realtà di un Parlamento europeista ha prodotto un effetto tanto goffo quanto reale: Salvini ha capito che l’estremismo non paga e pur non riuscendogli bene la parte ha scelto comunque di provare a interpretarla. Dall’altra parte, lo scontro tra l’attitudine del populismo e l’arte del governo ha prodotto un altro effetto tanto goffo quanto reale: il M5s ha capito che l’estremismo non è compatibile con l’arte del governo e dovendo fare i conti con la necessità di governare è stato costretto a cambiare buona parte della sua ragione sociale. E’ cambiato il rapporto con l’Europa (vedi alla voce von der Leyen), è cambiato il rapporto con l’euro (le felpe antieuro Di Maio le ha messe nel cassetto prima di Salvini), è cambiato il rapporto con gli avversari (in Parlamento ormai il M5s, a parte Fratelli d’Italia e Forza Italia, si è alleato con tutti), è cambiato il suo rapporto con il Quirinale (due anni fa erano in piazza a chiedere l’impeachment di Mattarella, oggi se solo fosse più alto Di Maio farebbe domanda per diventare corazziere), è cambiato il suo rapporto con il Parlamento (e al netto del taglio del numero dei parlamentari non è un dettaglio che il M5s abbia investito forte questa estate sulla volontà di parlamentarizzare la crisi).

 

In due anni e passa di governo, ovviamente, non è cambiato il rapporto del Movimento 5 stelle con la dottrina del giustizialismo, con la grammatica della gogna, con la barbarie del maoismo digitale, elementi che contribuiscono a rendere il grillismo impresentabile, ma la trasformazione del Movimento 5 stelle c’è stata, è un fatto oggettivo e il dato interessante che si può trarre oggi dalla parabola del M5s ha un carattere in un certo senso universale: il vaffanculo può funzionare in campagna elettorale ma quando arriva al governo è costretto a cambiare e quando è costretto a cambiare, non essendo compatibili quei cambiamenti con la natura populista di un movimento fondato sul vaffa, ci sono buone possibilità che le metamorfosi imposte dalla realtà mettano quel movimento nelle stesse condizioni in cui si trova un ghiacciolo lasciato troppo tempo al sole. Se il grillismo non fosse una massa informe, quei cambiamenti, come sembra voler fare Beppe Grillo, che ha splendidamente mandato a fanculo i militanti del M5s scettici sul governo con il Pd, il M5s dovrebbe avere il coraggio di rivendicarli e cambiare così la sua ragione sociale. Se continuerà invece a cambiare senza rivendicare i propri cambiamenti il grillismo sarà presto destinato a considerare le percentuali dell’Umbria non come un incidente di passaggio ma come la via più veloce per seguire la strada poco gloriosa dell’Uomo qualunque, estintosi giusto settant’anni fa, pochi anni dopo aver messo trionfalmente i piedi nel Parlamento italiano. Il trionfo del salvinismo può mettere i brividi. Ma il tonfo del grillismo, nel suo piccolo, non può che mettere di buon umore.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.