La legge anti Salvini

Valerio Valentini

Soglie, tempi, strategie. Le mosse di Pd, M5s, LeU e FI per imbrigliare la Lega con il proporzionale. Voci dal Senato

Roma. Mentre attraversa il salone Garibaldi per la prima volta da sottosegretario, Riccardo Fraccaro si lascia trascinare di nuovo nel suo vecchio habitat. “Il taglio dei parlamentari, certo, resta una priorità. Come ha detto Conte – spiega il grillino – la quarta lettura andrà calendarizzata nella prima data utile, credo entro ottobre. Ed entro quel momento bisognerà incardinare la riforma della legge elettorale”. Che, in fondo, sarà compito facile. “Proporzionale puro”, conferma il senatore Vincenzo Santangelo. E insomma, i grillini la fanno facile. “Ma se è facile, di solito non è buono”, obietta Luigi Zanda. “Le modifiche delle regole del gioco sono un po’ come il soufflé: per montare a regola d’arte ha bisogno di tempo”. E poi passando dalla fantasia delle metafore alla concretezza delle insidie della politica, il senatore del Pd, fidato stratega parlamentare di Nicola Zingaretti, scandisce la parola fondamentale: “In-ca-te-nare”, dice Zanda. E prosegue: “Bisogna legare indissolubilmente le due riforme: quella sul taglio dei parlamentari, che col Rosatellum attuale introduce delle pericolose storture ipermaggioritarie, e quella elettorale, che va riscritta in senso proporzionale. Ma è chiaro che il semplice incardinamento è un po’ poco, come certezza”, aggiunge, ricordando “le tante riforme elettorali che ho visto finire sepolte sotto valanghe di emendamenti e di audizioni di esperti”. Renato Schifani, come intercettando il ragionamento di Zanda, scuote la testa: “Agli amici del Pd gliel’ho detto, e spero che mi ascoltino: il semplice incardinamento di una proposta di legge non è affatto una garanzia, è piuttosto una cambiale in bianco firmata al M5s”.

 

E però, ammesso che siano state recepite, le raccomandazioni dell’ex presidente del Senato, vecchia volpe berlusconiana, non sembrano essere state condivise dai vertici del Pd. Lo si capisce dalla certezza con cui Andrea Marcucci dice che “non c’è alcun rischio di tradimento”. E prosegue: “A me bastano le garanzie politiche e istituzionali. Il tempo dei litigi e dei tranelli della maggioranza gialloverde è finito, qui siamo persone serie”. E dunque? “E dunque, se viene incardinata una proposta di legge scritta in maniera condivisa, e firmata dai capigruppo di Pd e M5s, a me sembra che sia sufficiente per assicurare un percorso rapido e trasparente verso l’approvazione della riforma”, prosegue Marcucci, ritenendo evidentemente di poter fare affidamento sull’ansia che, proprio i grillini, pur dissimulando, dimostrano a proposito della nuova legge elettorale. “Il proporzionale oggi è l’unico antidoto per riportare un po’ d’ordine in questa fase così convulsa della politica”, dice Santangelo, sottosegretario uscente per i Rapporti col Parlamento. “Serve anche, ovviamente, a rendere naturale quel che oggi appare scandaloso”, aggiunge, riferendosi alle accuse di “trasformismo” e di “inciucio” che nel frattempo, nell’Aula del Senato, piovono dai banchi della Lega. Giuseppe Brescia, deputato di rito fichiano, giorni fa, in Transatlantico, dava una ulteriore spiegazione al perché, nelle convenienze grilline del momento, la riforma elettorale possa risultare assai utile. “Il proporzionale puro, per noi del M5s, apre una prospettiva interessante – diceva il presidente della commissione Affari costituzionali in odore di promozione come sottosegretario all’Interno – in un’ottica tripolare noi diventiamo imprescindibili per qualsiasi maggioranza”. L’ago della bilancia, ovviamente. Il che, però, fa quasi sorridere Edoardo Rixi, l’ex viceministro leghista ai Trasporti: “Per il Pd questo significherebbe condannarsi a governare a vita col M5s. Ora credono di poterli educare, i grillini. Ma riparliamone tra qualche mese, quando capiranno con chi hanno a che fare”.

 

Come che sia, la fretta di neutralizzare Matteo Salvini, o quantomeno il “salvinismo” come epifenomeno della scalata del sovranismo nazionalista verso l’egemonia del centrodestra italiano, è evidente. Al punto che, già nel giorno del definitivo battesimo parlamentare del nuovo governo, mentre ancora aleggia l’incognita del voto di fiducia a Palazzo Madama (che si chiuderà con 169 sì, due in meno di quelli ottenuti all’esordio dal Conte in versione gialloverde), dal Nazareno filtra la volontà di organizzare una riunione ad hoc sulla legge elettorale. Una decisione che appare “intempestiva” a più d’un senatore democratico, e non a caso nel primo pomeriggio Marcucci s’incaricherà di smentire “qualsiasi incontro congiunto tra Pd e M5s”. E nel frattempo, a testimoniare di una volontà di andare di fretta che si scontra però con gli ostacoli della realtà, s’impantanano pure le trattative alla Camera, dove i responsabili dei due partiti di maggioranza avrebbero dovuto definire il percorso concordato. Alla fine, si opta per definire un calendario a breve termine, solo per le sedute della prossima settimana: ed è quello che, la capogruppo di oggi, stilerà, evitando di indicare la data della discussione del taglio dei parlamentari. Tutto rimandato, dunque. Non prima, però, che la voce arrivi alle orecchie del leader della Lega, che parlando dal suo scranno di senatore semplice, non si fa sfuggire l’occasione di ironizzare sulle “priorità del nuovo governo”. “Pare che vogliono tornare al proporzionale per garantire l’inciucio a vita”, dice Salvini, vestendo lui i panni che furono dell’altro Matteo, quel Renzi che è sempre stato accanito sostenitore del maggioritario. “Io sono per un sistema in cui chi prende un voto in più governa. Se farete il proporzionale la Lega raccoglierà le firme per abrogare la nuova legge”.

 

Che, però, potrebbe avere anche il sostegno di Forza Italia, a cui il proporzionale fungerebbe da grimaldello per ribaltare gli equilibri di forza nel centrodestra e liberarsi dal giogo salviniano. “Se anziché al 4, si mettesse la soglia di sbarramento al 5 per cento, noi ci saremmo”, dice Schifani. Subito, però, corretto da Marcucci: “Qui al Senato, col voto su base regionale, uno sbarramento di fatto esiste già. Mentre alla Camera – dice il capogruppo renziano, forse già pensando ai nuovi progetti dell’ex premier – potrebbe andare bene una soglia del 3 per cento, anche per tutelare LeU”. E, chissà, non solo LeU.