Silvio Berlusconi (foto LaPresse)

I voti, il Cav. e la vicinanza al partito del Tutto Tranne Salvini

Le lettere al direttore Claudio Cerasa del 3 settembre 2019

Al direttore - Rispetto alla disfatta politica provocata da Salvini, dall’essenza stessa della strategia sovranista Berlusconi ha preso nettamente le distanze sia riproponendo la sua linea liberale europeista che ha per riferimento il Ppe sia prendendo le distanze dalle iniziative più estemporanee e radicali di Salvini e della Meloni. Nei prossimi giorni sapremo se si farà il governo e se fra i suoi contenuti programmatici c’è anche quello di un cambio della legge elettorale in senso proporzionale. Per di più non è che Salvini, malgrado i bei risultati a cui hanno portato la sua strategia e la sua tattica, ha tratto da ciò l’esigenza di un minimo di umiltà e di disponibilità alla mediazione, anzi manda messaggi minacciosi proprio a Forza Italia. Ciò vuol dire che, come dimostra tutto quello che sta accadendo in Europa, fra la nuova destra sovranista e i centristi liberali e riformisti c’è una differenza profonda che va al di là di mediocri giochi tattici perché sono in gioco dei valori di fondo. Allora anche se la scelta presenta qualche rischio, Berlusconi e Forza Italia possono recuperare ruolo politico, dimensione culturale e consensi elettorali solo se marcano le loro posizioni in termini di assoluta indipendenza, autonomia e lontananza da Salvini. Se non lo fanno adesso che Salvini ha commesso tutti gli errori possibili e che per di più accentuerà il suo estremismo dall’opposizione, quando lo faranno? Lo diciamo perché a nostro avviso c’è un vuoto politico al centro che prima o poi sarà riempito. Già una volta, nel 1994, Berlusconi ha coperto un vuoto al centro provocato dalla gestione unilaterale di Mani pulite. Oggi, in condizioni del tutto diverse, e con altre forze, potrebbe rifarlo un’altra volta concludendo così in bellezza la sua azione politica. E poi Berlusconi e Forza Italia non ascoltano e non leggono quello che Salvini e la Meloni dicono e fanno? C’è una distanza siderale fra di loro. E’ in campo tutta un’altra cultura, un altro linguaggio, ben altri riferimenti storici e culturali come dimostrano anche i riferimenti internazionali che vanno dalla Le Pen a AfD. Pensare di poter lavorare di rimessa per ammorbidire posizioni così nette e radicali significa non solo annegarsi in un ruolo subalterno, ma anche non cavare un ragno dal buco senza riuscire a rivolgersi a nessuna delle forze esistenti nella nostra società.

Fabrizio Cicchitto

Servono tempo e un partito diverso. Il Cav. lo sa. E se è vero che il governo rosso-giallo nasce per mettere insieme tutti coloro che hanno interesse ad arginare il salvinismo, in qualche modo a questo governo il Cav. farà sentire la sua vicinanza. Lepenisti no, grazie.

 

Al direttore - Leggo sul più diffuso quotidiano spagnolo, El País, un interessante editoriale sulla crisi politica italiana che si avvierebbe verso una possibile soluzione con l’accordo giallo-rosso invitando, nel contempo, i suoi connazionali a tentare la stessa via formando una coalizione tra i  progressisti e  sovranisti di Podemos alla luce dell’attuale instabilità politica presente anche in Spagna dove, negli ultimi quattro anni, si è votato ben tre volte. Per amore della verità e cercando di essere il più obiettivo  possibile, si può sommessamente concedere al Matteo "giusto" (Renzi) il merito di aver visto per primo la soluzione giusta e di indicare nel Matteo "sbagliato" (l’ex Truce) colui che di politica non ha mai capito nulla?

Vincenzo Covelli

Se il governo nascerà, stasera lo sapremo con certezza, il nuovo esecutivo diventerà come una passerella all’interno della quale mostrare all’Italia quale politico in futuro potrà essere in grado di intestarsi il partito più importante che promette di dare sostegno all’alleanza rosso-gialla: il TTS, Tutto Tranne Salvini.

 

Al direttore - Sabato il Suo giornale ha pubblicato un pezzo titolato “Ambientalismo alla Karate Kid” in cui la mia proposta di spostare gradualmente i 18 miliardi di sussidi fossili verso le fonti rinnovabili e l’efficienza veniva accolta come foriera di rincari per i consumatori. Una posizione che mi ha stupito e che, dal mio punto di vista, non corrisponde alla realtà. Se dalla prossima legge di Bilancio facessimo valere il principio europeo del “chi inquina paga” – perché ha un debito verso la società – daremmo davvero vita a quella saldatura necessaria tra giustizia ambientale e giustizia sociale. Per i cittadini italiani l’introduzione di una fiscalità ambientale non comporterebbe alcun “pericolo di mazzata”. Perché la revisione dei sussidi ambientalmente dannosi sarebbe graduale e soprattutto sarebbe un’operazione di sistema, un cambio di paradigma da realizzare con adeguati meccanismi di accompagnamento sia per i cittadini, che per le imprese.Ridisegnare il sistema fiscale significa alzare i costi dei fossili ma allo stesso tempo abbassare le bollette dei consumatori attraverso il risparmio energetico, i costi sempre più bassi delle rinnovabili, i risparmi dovuti al calo delle importazioni dei fossili. Tra il 2005 e il 2017, ad esempio, il Mise certifica 3,5 miliardi di risparmi dovuti a importazioni evitate di gas grazie all’efficienza. Portare nelle case degli italiani più efficienza ed energia pulita farebbe risparmiare sia sulle bollette che sulle emissioni e darebbe nuovo slancio all’edilizia di qualità, che non consuma nuovo suolo. Un esempio concreto: ecobonus, sismabuonus e bonus verde hanno attivato oltre 28 miliardi di investimenti l’anno nel biennio 2017-2018, aiutando anche l’occupazione del settore. Il citato articolo, poi, non prendeva in alcuna considerazione i costi sanitari e ambientali che il sistema vigente causa tenendo artificialmente bassi i costi dei combustibili fossili. Secondo l’Agenzia europea per l’Ambiente l’inquinamento atmosferico causa 90 mila morti premature l’anno in Italia. Che valore vogliamo dare a queste vite perse? E quanto costa alla collettività curare le malattie e i disturbi respiratori e circolatori provocati da smog e polveri sottili? Mettiamo anche tutto questo nel bilancio dei sussidi fossili, oppure questi costi sociali li lasciamo nascosti e a carico della collettività?

La tecnologia e la finanza per cambiare modello di sviluppo e paradigma fiscale ci sono, se sfruttarli o meno è solo una questione politica. Meglio l’ambientalismo karate kid (che alla fine vince), che l’industrialismo harakiri abbarbicato alle rendite e senza la capacità di vedere dov’è il futuro economico del Paese!

Rossella Muroni, ecologista e deputata di LeU

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