Come fare concorrenza alla Lega al nord?

Valerio Valentini

Tra il M5s e il Pd c’è una sfida nella sfida. Idea per un nuovo ministero

Roma. Si tratta solo di una bozza, per carità. E per giunta frutto di una “sintesi parziale”, precisano dal Nazareno. Un documento di ventisei punti che è più un manifesto elettorale – e del resto serviva a convincere gli adepti di Casaleggio – che non un programma di governo. E tuttavia il fumoso documento offerto alla consultazione dei votanti su Rousseau conferma i sospetti di chi, sia nel Pd sia nel M5s, teme che il governo che sta per nascere venga percepito come “nemico delle imprese”. 

 

L’allarme lo ha lanciato, tra gli altri, Stefano Buffagni. Grillino atipico, il commercialista milanese che per Luigi Di Maio si occupa di nomine e dintorni, nei giorni scorsi ha avvisato i naviganti: “Il tema del nord e delle imprese è serissimo. Su quello ci giochiamo tutto”, ha detto il sottosegretario uscente, in un'impensabile sintonia col pensiero che anche Matteo Renzi ha condiviso domenica col Sole 24 Ore, dando voce alle preoccupazioni di parecchi esponenti di peso del Pd. Tra questi, c’è sicuramente il bolognese Gianluca Benamati, vicepresidente della commissione Attività produttive della Camera, che a leggere quel pretenzioso elenco di buone intenzioni pubblicato su Rousseau storce un po’ il naso. “La ripresa e la crescita del settore produttivo devono essere una priorità assoluta dell’agenda del nuovo governo. Dobbiamo partire da misure di sostegno alle imprese, anche nell’ottica di uno sviluppo sostenibile, con più innovazione nei processi, più formazione, più ricerca e più misure di sostegno per le aziende piccole e medie e quelle che esportano”, dice Benamati. “Questa deve essere la consapevolezza che emerge dal lavoro di questi giorni sia sul programma sia sulla squadra che deve dargli corpo”.

 

E in effetti nel lavoro preparatorio alla stesura dell’agenda del nascituro esecutivo rousseau-giallo, sul tema dell’innovazione e dello sviluppo le delegazioni di Pd e M5s avevano scritto molto di più del poco e del vago che è finito su Rousseau, dove le “imprese” vengono citate solo tre volte, e sempre di sfuggita, e sempre in subordine alla vera emergenza che il nuovo governo sembra intenzionato ad affrontare, quella del cambiamento climatico. E così, troppo occupati a pensare al timore dell’innalzamento dei mari, gli estensori del programma demogrillino hanno dimenticato, per dire, di citare il piano Impresa 4.0, che Luigi Di Maio, nel suo non esattamente brillante anno e mezzo di permanenza a Via Veneto, aveva prima smantellato nella legge di Bilancio annunciata dal balcone di Palazzo Chigi, e poi recuperato in tutta fretta e in maniera parziale nell’abborracciato “decreto crescita”.

  

In una delle bozze di programma che circolavano nei giorni scorsi, del piano voluto da Carlo Calenda se ne faceva menzione sotto la voce “Creazione d’impresa”, dove si leggeva, appunto, “estensione ed evoluzione del programma Impresa 4.0”. Poi, però, è scomparso. Luca Carabetta, che nella pattuglia grillina è tra i più attivi sul tema, prova a difendere quello che di buono, a suo dire, il M5s ha fatto: “In questo anno e mezzo abbiamo sviluppato politiche per l’innovazione, con un fondo nazionale per dare più opportunità alle nostre imprese e per attrarre investimenti all’estero”. Poi, però, anche lui riconosce che serve “un impulso molto forte per tornare ad essere competitivi a livello internazionale”. Ad esempio? “Abbiamo in cantiere – spiega Carabetta – ulteriori semplificazioni per gli investimenti, un piano per il trasferimento tecnologico e una riforma della formazione orientata allo sviluppo delle nuove competenze, le più richieste oggi dal mercato del lavoro. Sono certo che con il nuovo governo tutto questo andrà avanti”.

 

Per renderlo possibile, si starebbe pensando addirittura a un sottosegretariato “all’Innovazione”: mossa più mediatica, a ben vedere, che non politica, e che sta comunque generando non poche discussioni, tra i responsabili delle trattative rousseau-gialle. Perché c’è chi vorrebbe che il titolare di quell’incarico ad hoc (si parla del deputato grillino Federico D’Incà o dell’ex parlamentare del Pd Paolo Coppola) restasse in capo al Mise, e chi invece lo vedrebbe bene a Palazzo Chigi, con l’ulteriore delega alla Cybersecurity e alla Golden Power. Si vedrà. E insieme alla collocazione, si capirà anche il nome del responsabile, che però dipenderà anche da quello del nuovo ministro dello Sviluppo. Che quasi sicuramente, stando al bollettino di queste ultime ore, sarà un grillino, dacché al Pd andrà l’altro dicastero economico, il Mef, per cui prendono quota le candidature di due “tecnici” graditi al Quirinale come Salvatore Rossi e Dario Scannapieco. Al Mise potrebbe andare Buffagni, o Laura Castelli, se reggerà lo schema concordato nei giorni scorsi, quando il Pd avrebbe posto una sola condizione irrinunciabile: ottenere la delega all’Energia (vecchio feudo bersaniano presidiato tuttora da tecnici fedeli alla Ditta) con un viceministro che potrebbe rispondere al nome di Paola De Micheli o di Teresa Bellanova.

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