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Manuale di conversazione per improvvisi sostenitori del proporzionale

Il momento tanto atteso forse è arrivato, ma non fatevi illusioni. E allora ecco qualche tesi razionale da contrapporre ai propri detrattori

12 Settembre 2019 alle 08:42

Manuale di conversazione per improvvisi sostenitori del proporzionale

foto LaPresse

Evocato, esorcizzato, temuto e minacciato da quasi un quarto di secolo, il grande ritorno del proporzionale sta finalmente per compiersi. Forse.

 

Al volenteroso militante che voglia sostenere efficacemente il nuovo corso, infatti, la prima direttiva da impartire è più che altro un consiglio pratico: non farsi illusioni. Per un quarto di secolo il ritorno del proporzionale – con l’abituale corredo di ritorni annessi e connessi: il Grande Centro, la Balena Bianca, la Prima Repubblica – non è stato altro che il feticcio polemico agitato dai vincitori per ottenere tutto quello che volevano, l’uomo nero con cui tenere inchiodati ai propri posti alleati e avversari, lo spettro di un sistema politico defunto da evocare al solo scopo di seppellirlo sotto un altro metro di terra, possibilmente dopo averne seviziato il cadavere, al termine dell’ennesimo baccanale dell’antipolitica, tra un osanna alla società civile e un ultimo giro di sberleffi contro i vecchi partiti, le correnti, la casta. Può darsi che oggi sia diverso, che questa sia davvero la volta buona, ma all’ingenuo neofita come al cinico convertito sulla via del proporzionale è comunque bene raccomandare prudenza. Il lato oscuro del maggioritario è ancora potente e capace di catturare i combattenti più esperti. Soltanto la settimana scorsa, lo stesso giorno, sul Corriere della sera, ben due ex presidenti del Consiglio hanno sentito il bisogno di schierarsi in sua difesa: Romano Prodi, che per l’occasione teneva a ribadire, correggendo ricostruzioni imprecise, di essere sempre stato ed essere rimasto ancora oggi un fautore del maggioritario, e Massimo D’Alema, che per l’occasione teneva a ribadire di essere sempre Massimo D’Alema. E dunque, un po’ come il “capotavola” della leggenda, la legge elettorale migliore è dove si siede lui.

 

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Ai due ex presidenti del Consiglio, sempre sul Corriere, si è poi unito l’ex direttore Paolo Mieli, che in un lungo editoriale ha utilmente raccolto tutti i più classici temi della polemica antiproporzionalista. Fonte autorevolissima dalla quale possiamo dunque attingere le obiezioni alle quali il militante proporzionalista dovrà da oggi in poi, sia pure senza farsi illusioni, provare a contrapporre qualche argomento razionale.

 

1. Il proporzionale “serve a far sì che il maggior numero di partiti ottenga rappresentanza in Parlamento ma che, all’atto definitivo, nessuno vinca davvero e nessuno perda. E che, di conseguenza, mai più gli elettori, tranne in casi eccezionali, avranno l’opportunità di votare oltre che per il loro partito per una coalizione di governo”.

 

E’ uno degli argomenti più antichi, questo del diritto degli elettori di “eleggere direttamente il governo”, che presenta due difetti. Il primo è che è palesemente incostituzionale, per quanto riguarda sia le prerogative del presidente della Repubblica, che altrimenti, in caso di crisi, non potrebbe fare altro che indire nuove elezioni, sia quelle del Parlamento, di cui proprio in questi giorni si celebra giustamente la “centralità”. Il secondo difetto è che è falso.

 

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Sommario elenco – a dimostrazione della tesi – dei governi non eletti direttamente dagli elettori, con tutte le leggi più e meno maggioritarie sperimentabili (Mattarellum, Porcellum, Rosatellum), dal 1994 a oggi: governo Berlusconi I (1994), frutto dell’alleanza, nata in Parlamento, tra la coalizione Forza Italia-Lega denominata Polo delle Libertà e presentata nei collegi del Nord, e la coalizione Forza Italia-Alleanza nazionale denominata Polo del Buongoverno e presentata nei collegi del Sud (Lega e An fecero campagna elettorale l’una contro l’altra); governo Dini (1995), passato alla storia come il governo del “ribaltone”; governo D’Alema I (1998), seguito alla caduta del primo governo Prodi (con cambio di maggioranza e ingresso dei cossighiani dell’Udr); governo D’Alema II (1999), nato, come ci ricorda perfidamente Wikipedia, per “favorire un rimpasto di governo che tenesse conto dei nuovi equilibri della maggioranza a seguito da un lato dell'uscita nel luglio 1999 del Cdu di Rocco Buttiglione e poi a dicembre dell’Udr di Francesco Cossiga, e dall’altro della possibilità reale palesata fin da ottobre di immettere ministri dei Democratici nell’esecutivo”; governo Amato II (2000), varato dopo la caduta del secondo governo D’Alema; governo Monti (2011), nato in seguito alla celebre crisi dello spread; governo Letta (2013), frutto dell’accordo post-elettorale Pd-Forza Italia, dopo il fallito tentativo dello streaming Pd-Cinquestelle; governo Renzi (2014), evoluzione dello stesso schema, dopo le dimissioni di Letta “sfiduciato” in direzione dal Pd; governo Gentiloni (2016), varato dopo le dimissioni di Renzi in seguito alla sconfitta referendaria; governo Conte I (2018), nato da un accordo parlamentare tra forze che si erano combattute in campagna elettorale (M5s e Lega); governo Conte II (2019), idem.

 

Certo, il lettore ha ragione di arrabbiarsi: avremmo fatto molto prima a elencare quei due o tre governi (Berlusconi e Prodi) effettivamente, sebbene informalmente e contro tutte le succitate previsioni costituzionali, “eletti direttamente” dagli elettori. Ma sarebbe stato molto meno divertente.

 

2. “Ogni partito, soprattutto in vista di turni elettorali anche parziali (cioè sempre), si sentirà autorizzato a promettere elargizione di danari pubblici… per nessuno scoccherà mai l’ora della riduzione del debito”. Risparmiamo al lettore l’elenco di tutti i partiti, coalizioni e governi che dal 1994 a oggi hanno promesso spesa (o tagli delle tasse) e aumentato il debito, limitandoci all’elenco di quelli che hanno fatto il contrario: i governi di centrosinistra (tutti pesantemente bocciati dagli elettori, in favore di quelli che promettevano e facevano più debito) e il governo Monti (cioè il meno “eletto direttamente dagli elettori” di tutti i governi sopracitati).

 

3. “Alla lunga potrebbe rivelarsi frustrante per gli elettori dover constatare che su scala nazionale… ai partiti ‘vincitori’ pur nell’eventualità che abbiano ottenuto la maggioranza relativa dei consensi potrebbe capitare di essere esclusi dal governo”.

 

Vedi punto uno.

 

P. S. A questo punto l’irriducibile sostenitore del maggioritario obietterà che tali inconvenienti sono dovuti al fatto che tutte le leggi maggioritarie che abbiamo avuto non lo erano mai abbastanza. In altre parole, la ricetta è giusta, è solo stata applicata male. Che è un po’ quello che alla fine degli anni 80 dicevano gli ultimi sostenitori del comunismo. In tal caso, suggeriamo di far notare che una ricetta che sia stata sempre applicata male, tutte le volte in cui si sia tentato di applicarla, forse non è una buona ricetta.

Francesco Cundari

Nato a Roma nel 1978, bocciato due volte al liceo, non ha dato miglior prova all'università. Ha lavorato nel carcere di Regina Coeli (una cosa complicata), nella federazione romana dei Ds (addetto stampa), nella migliore gelateria di Roma (operaio banconista) e in un sacco di altri posti. Come giornalista ha cominciato al Riformista di Antonio Polito nel 2002 ed è passato al Foglio nel novembre 2006. Crede nella fondamentale distinzione di Sartre tra "essere un cameriere" e "fare il cameriere". Pertanto non si considera un giornalista di sinistra, ma una persona di sinistra che fa il giornalista.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    12 Settembre 2019 - 18:03

    Nella terra del frazionamento politico, in nome delle diversità che arricchiscono, del parlamentarismo trasformista, del "senza vincolo di mandato", delle coalizioni ineludibili e dei vincolanti indirizzi costituzionali, in concreto, proporzionale e maggioritario sono le due facce della stessa moneta. Quanto correttamente, dettagliatamente esposto e sviluppato con sottile ironia da Francesco Cundari, non porta ad altra conclusione.

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