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Non raccontiamoci balle sul maggioritario

Claudio Cerasa

Il modello francese resta un sogno. Ma nell’attesa di renderlo possibile, l’Italia può lavorare a uno splendido proporzionale, che respinga l’estremismo nazionalista e non renda strutturale l’alleanza tra Pd e M5s. Appunti sullo stato di necessità

Tra le molte iniziative politiche promosse dal governo di svolta, ce n’è una particolarmente importante che nei prossimi mesi movimenterà il dibattito pubblico del nostro paese. Nel corso del suo discorso di insediamento, il presidente del Consiglio ha affermato di essere pronto a lavorare affinché si possa “avviare un percorso di riforma, quanto più possibile condiviso in sede parlamentare, del sistema elettorale” e non c’è partito che non abbia già espresso una qualche indicazione relativamente alla sua legge dei sogni. Matteo Salvini ha detto di volere una legge maggioritaria, “perché chi prende un voto in più dell’avversario deve avere il diritto di governare”, mentre diversi esponenti del Movimento 5 stelle, del Partito democratico, di Forza Italia e della sinistra a sinistra del Pd (il fronte cioè che oggi vede con maggiore favore l’innalzamento di un argine parlamentare contro lo sfascismo salviniano) hanno detto più o meno esplicitamente di essere favorevoli al ritorno a una legge di carattere proporzionale.

  

  

La battaglia tra il partito maggioritario e il partito proporzionale è un classico di ogni legislatura e in un paese come l’Italia che detiene il record mondiale nella categoria del lancio di sistemi elettorali da un Parlamento sovrano (Mattarellum nel 1993, Porcellum nel 2005, Italicum nel 2015, Rosatellum nel 2017) è naturale che periodicamente riaffiori il dibattito tra chi considera più importante la rappresentanza e chi invece la governabilità. La novità della fase politica vissuta oggi dall’Italia riguarda una questione rilevante che ha avuto l’effetto di mettere in crisi la coscienza di molti spiriti maggioritari. E la novità potrebbe essere sintetizzata con una domanda: siamo sicuri che il nostro paese possa permettersi il lusso di offrire agli elettori leggi maggioritarie farlocche come quelle che abbiamo conosciuto negli ultimi venticinque anni di storia politica italiana? Per provare a rispondere, occorre mettere insieme almeno due elementi: quello che ci ha insegnato la storia recente del nostro paese e quello che ci insegna l’attualità.

 

La storia recente del nostro paese ci dice che dal 1993 a oggi, cioè subito dopo il referendum che premiò il maggioritario, l’Italia ha avuto una serie di sistemi elettorali di carattere maggioritario, con correzioni più o meno significative di carattere proporzionale, ci dice che dal 1993 a oggi non c’è stata alcuna legislatura all’interno della quale un sistema costruito per dare più governabilità abbia dato effettivamente maggiore governabilità (tranne il 2001, con una maggioranza però schiava dei piccoli partiti) e ci dice che l’ultimo tentativo di dare all’Italia una riforma pienamente maggioritaria è stato affossato nel 2016 quando milioni di elettori scelsero di votare contro un referendum costituzionale che avrebbe reso possibile l’applicazione dell’unico sistema elettorale, quello a doppio turno, capace di attuare in pieno ciò che gli elettori avevano scelto di offrire al paese nel 1993. La storia recente dell’Europa, oltre che del nostro paese, ci dice inoltre, come abbiamo già ricordato due giorni fa, che il maggioritario, quello vero, quello a doppio turno, quello sul modello francese, è quanto di meglio un paese democratico possa avere perché costringe gli elettori a scegliere da che parte stare e permette agli elettori di costruire alleanze tra culture diverse alle urne prima ancora che in Parlamento.

 

 

Ma l’attualità, oltre a ricordarci che è stato anche grazie all’aiuto di Salvini che l’Italia ha perso l’occasione di avere uno splendido maggioritario, ci dice qualcosa di più e ci dice che oggi scommettere sul maggioritario significa non tenere conto di due grandi rischi. Il primo rischio è di trasformare un compromesso strategico per far fronte a uno stato di necessità in un compromesso storico costruito per far diventare strutturale l’alleanza tra Pd e M5s. Il secondo rischio è quello di non capire che un governo che nasce per arginare la minaccia nazionalista non può lavorare a una legge elettorale che non tenga conto di quella minaccia e che non tenga conto che nel nostro paese vi è un leader antisistema capace di usare i suoi voti per far uscire l’Italia dall’euro e dall’Europa. Un sistema maggioritario a doppio turno è quanto di meglio possa avere l’Italia. Ma in assenza di un sistema di questo tipo anche i romantici del maggioritario dovrebbero capire che oggi per combattere l’estremismo populista occorre dare ai partiti europeisti (di destra e di sinistra) la possibilità di presentarsi alle elezioni da soli, di non rimanere ostaggi di alleanze innaturali e di favorire aggregazioni alzando semmai l’asticella della soglia di ingresso in Parlamento (sono più maggioritari i sistemi proporzionali con soglia di accesso alta, come in Germania, al cinque per cento, dei maggioritari con potere di ricatto delle forze minori).

 

Ci sono ottime ragioni per essere maggioritari e sperare che un giorno l’Italia possa avere un sistema elettorale e istituzionale simile a quello francese (il populismo in Italia è come un fungo che cresce sulle inefficienze del paese e fino a che l’Italia non avrà un sistema istituzionale efficiente il populismo non cesserà di esistere). Ma nell’attesa di riavere le condizioni giuste per ritentare quello che fallì nel 2016 oggi per l’Italia (e sapendo che nella storia recente del nostro paese non c’è legge elettorale che non abbia prodotto risultati opposti a quelli sperati) forse non c’è niente di meglio che un buon proporzionale capace di far tesoro di una lezione di Alcide De Gasperi riportata da Giuseppe Dossetti in un’intervista pubblicata nel 1984. Dossetti raccontò che durante la fase costituente De Gasperi rifiutò di prendere in considerazione la possibilità di dare all’Italia una Repubblica presidenziale perché preoccupato che un’alleanza filosovietica potesse mettere nei guai l’Italia spingendo al Quirinale il Pietro Nenni di allora (a capo di un Partito socialista che per il suo filosovietismo venne escluso a lungo anche dall’Internazionale socialista). Si chiama stato di necessità. Valeva ieri e forse vale anche oggi.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.