Non sparate sul trasformista

Francesco Cundari

In nome del maggioritario o dell’antiparlamentarismo (dall’800 a oggi), a destra e a sinistra una lunga storia di battaglie contro il compromesso in politica. Nonostante Togliatti e Moro

La confusione tra parlamentarismo e trasformismo, crisi di governo e colpo di stato, esercizio della libertà del mandato parlamentare e tradimento della volontà popolare si ripresenta ciclicamente nel nostro dibattito pubblico. Alimentata dall’esito inaspettato della crisi del Papeete, dalla nascita del nuovo partito renziano e dalla rapidità con cui Partito democratico e Movimento 5 stelle sono passati dalle dichiarazioni di guerra alle dichiarazioni d’amore, una simile confusione – che finisce spesso per mescolare impropriamente questioni tecnico-istituzionali, giudizi morali e semplici luoghi comuni – accompagna la politica italiana da almeno trent’anni.

 

Per essere precisi, è dall’introduzione della legge elettorale maggioritaria nel 1993 che il nostro dibattito pubblico risprofonda in una simile palude a ogni crisi di governo, dividendosi puntualmente tra chi grida al golpe e chi riscopre gli aurei principi della democrazia parlamentare negati fino al giorno prima (quando parlava di maggioranze, governi e addirittura di presidenti del Consiglio “scelti direttamente dagli elettori”).

 

La prima volta in cui la contraddizione esplose in tutta la sua furia distruttiva fu alla fine del 1994, appena pochi mesi dopo le prime elezioni con il nuovo sistema, quando la Lega si sfilò dalla coalizione di centrodestra e il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, non acconsentì alla richiesta di sciogliere immediatamente le Camere, avanzata da Silvio Berlusconi in nome della cosiddetta “Costituzione materiale”. In altre parole, secondo Berlusconi – e numerosi studiosi e osservatori, non solo berlusconiani – lo “spirito del maggioritario” avrebbe dovuto prevalere sullo stesso testo costituzionale, quindi sulle prerogative del capo dello stato e del Parlamento: caduto il governo “eletto” direttamente dal popolo, nessun’altra soluzione sarebbe stata legittima al di fuori di un nuovo, immediato ricorso alle urne.

  


Dal ’93 in poi, dinanzi a una crisi di governo qualunque alternativa al voto anticipato è vista come un imbroglio, un raggiro. Quello di Dini fu subito il governo del “ribaltone”, e il suo principale artefice, D’Alema, si costruì da lì la fama di diabolico manovratore 


 

Al quadro vanno però aggiunti alcuni dettagli. Ad esempio il fatto che in realtà, come quasi sempre è accaduto da allora in poi, la stessa maggioranza che si diceva scelta dagli elettori era nata in Parlamento, giacché di coalizioni di centrodestra alle elezioni Berlusconi ne aveva presentate ben due, una al nord e una al sud, così da consentire ad Alleanza nazionale e Lega nord di fare campagna elettorale l’una contro l’altra, per poi andare al governo insieme. Secondo particolare da non dimenticare: inizialmente, a dare via libera alla nascita del nuovo governo, guidato da Lamberto Dini, ministro del Tesoro nell’esecutivo uscente, era stato lo stesso Silvio Berlusconi.

 

Si tratta di dettagli significativi, anche perché in qualche modo destinati a ripresentarsi nelle crisi dei decenni successivi, ma che non cambiano la sostanza, e cioè l’affermarsi di una robusta corrente di pensiero secondo cui la nuova legge elettorale maggioritaria avrebbe dovuto prevalere persino sulla Costituzione. Ragion per cui, dinanzi a una crisi di governo, qualunque alternativa al voto anticipato, se non era un colpo di stato, come dicevano i più radicali, era perlomeno un imbroglio, un raggiro e un tradimento della volontà degli elettori, frutto del più spregevole trasformismo. Non per niente il governo Dini passò alla storia come il governo del “ribaltone”, e il suo principale artefice, il segretario del Pds Massimo D’Alema, cominciò proprio allora a costruirsi la fama di diabolico manovratore disposto a tutto pur di conquistare il potere. Fama destinata a consolidarsi con la Bicamerale per le riforme istituzionali prima e poi con la crisi del governo guidato da Romano Prodi. Momento decisivo, perché sarebbe stato il leader del centrosinistra, questa volta, a invocare le elezioni anticipate in nome dello “spirito del maggioritario” e ad accusare di tradimento il suo successore, cioè lo stesso D’Alema (seppure più nei retroscena che nelle dichiarazioni ufficiali).

 

Da quel momento anche a sinistra ha messo profonde radici l’idea che qualunque scostamento dal modello del bipartitismo anglosassone fosse il frutto di una degenerazione istituzionale non meno che etica, specchio di un vizio congenito, quasi di un difetto del carattere nazionale. Una chiave di lettura che era del resto già da tempo diffusa tra gli studiosi di sistemi politici e anche tra gli storici. In particolare, e non sorprendentemente, tra gli storici inglesi.

 

Secondo Denis Mack Smith, ad esempio, tale tara genetica aveva minato la politica italiana, in pratica, sin dai tempi del connubio cavourriano. “Se nessun partito bene articolato fece la sua comparsa prima del socialismo e del fascismo – scriveva nella sua Storia d’Italia – ciò fu dovuto al fatto che non si teneva troppo conto dei princìpi e che gli ondeggiamenti opportunistici erano deliberatamente incoraggiati”. E concludeva: “Invece di adottare il sistema bipartitico, quindi, i moderati sia della così detta Destra che della Sinistra solevano collaborare in ogni governo e la maggioranza governativa si trasformava costantemente a misura che i vari piccoli gruppi confluivano per ragioni tattiche dietro questa o quella fra le personalità di maggior rilievo”.

 

A questa lettura, in cui pare di scorgere come in vitro già l’intero repertorio delle campagne antipolitiche degli anni 90 contro la deprecata Prima Repubblica, avrebbe reagito con forza, non a caso, un grande storico liberale come Rosario Romeo. “Alla presenza di due estremismi politici ciascuno dei quali non poteva riconoscere la legittimità dell’altro senza negare i principi primi su cui si fondava la propria esistenza – scriveva in Cavour e il suo tempo – le maggioranze di centro derivate dall’esperienza del connubio assicurarono quanto meno il graduale assorbimento dei vecchi contrasti nella nuova realtà italiana, e con esso il graduale progresso verso livelli più elevati di libertà e di democrazia che caratterizza la storia d’Italia fra il 1861 e il 1915, e che nessuna storiografia seria può disconoscere”.

 

Si potrebbe aggiungere che lo stesso discorso vale per la storia d’Italia fra il 1944 e il 1992, e per le diverse maggioranze che, dalla svolta di Salerno in poi, hanno assicurato all’Italia un progresso analogo, e anche superiore (cosa che nessuno potrebbe dire, onestamente, per la storia d’Italia dal 1993 a oggi).

 

Certo è che dal 1993 a oggi – che si parlasse della Bicamerale di D’Alema o del connubio di Cavour – sempre gli stessi sarebbero stati gli argomenti utilizzati per stigmatizzare il sistema politico italiano, giudicato costantemente manchevole e inadeguato a confronto con il modello del bipartitismo anglosassone. Segnato da un’inveterata tendenza al trasformismo, al tatticismo esasperato, alla continua ricerca del compromesso al ribasso, come un altro autorevole storico inglese, Paul Ginsborg, non avrebbe mancato di ripetere anche sui giornali, in tv e nelle piazze in cui ha contribuito ad animare la stagione dei girotondi.

 


Un atto di trasformismo permise di portare a termine, con la politica di unità nazionale, la liberazione e la ricostruzione dell’Italia. Con Mani pulite si saldava l’equazione: proporzionale uguale corruzione, primato del Parlamento e dei partiti uguale Tangentopoli


  

L’esplosione del grillismo e la sua singolare capacità di penetrazione a sinistra, e specialmente nel mondo della cultura e dello spettacolo, sarebbero inspiegabili senza tenere conto di questa lunga semina. Una semina che certo aveva già dato i suoi primi frutti nella campagna contro il proporzionale e i “vecchi partiti” della Prima Repubblica ai tempi del referendum maggioritario (quando, in piena Mani Pulite, si saldava definitivamente l’equazione: proporzionale uguale corruzione, primato del Parlamento e dei partiti uguale Tangentopoli), ma che non tardò a rifiorire proprio al tempo dei girotondi, in quella sorta di guerra civile a bassa intensità che divise la sinistra dopo la vittoria berlusconiana del 2001, con i processi sommari e le richieste di autocritica in stile para-maoista ai dirigenti sospettati di intelligenza con il nemico.

 

Con il senno di poi, si può quindi sostenere che nel momento in cui i quattro quinti dell’establishment politico e intellettuale del paese sposavano la scelta del maggioritario e del modello bipartitico anglosassone, ne importavano al tempo stesso anche tutto il carico di pregiudizi – fino alle soglie dell’odio di sé – nei confronti della politica italiana.

 

A ben vedere, si trattava però di un fenomeno molto più antico, che precedeva persino la nascita del trasformismo propriamente detto, all’epoca di Agostino Depretis. Ed è non meno significativo che quella prima critica in chiave moralistica al parlamentarismo e in generale alla classe dirigente dell’Italia unita venisse da sinistra, a cominciare dagli ambienti del reducismo garibaldino e del mazzinianesimo radicale, saldandosi di fatto con la critica clerical-legittimista che contestava lo stesso processo unitario (in modo perfettamente simmetrico a come, in tempi più recenti, la polemica antipolitica di sinistra si sarebbe saldata o comunque avrebbe spianato la strada all’offensiva della destra).

 

Questo doppio fuoco di sbarramento spiega anche la sfortuna del termine “trasformismo”, nato per definire, nelle intenzioni di Depretis, una evoluzione positiva del quadro politico, ma subito bollato come simbolo di tutte le meschinità e le ipocrisie della politica da una lunga sequela di intellettuali e scrittori, a cominciare da Giosuè Carducci (“Trasformismo, brutta parola a cosa più brutta”). Una concentrazione di fuoco contro cui nemmeno un intellettuale del peso di Benedetto Croce poteva nulla. E nel momento stesso in cui se ne faceva beffe, nella sua Storia d’Italia dal 1871 al 1915, ne riconosceva implicitamente il trionfo, quando difendeva il “trasformismo” dai lamenti di quegli storici e altra “candida gente, tutta smarrita al susseguirsi dei mutamenti ministeriali, al continuo fallire della loro sospirosa speranza di un ‘governo stabile’, e, insomma, al cangiamento delle cose, perché, secondo il segreto desiderio del cuor loro, le cose dovrebbero restar ferme” (per poi aggiungere: “Senonché, ciò che per questa parte accadde in Italia, accadeva allora in tutta Europa e nella stessa Inghilterra: i libri dei professori di altri paesi sono pieni degli stessi lamenti che in Italia si facevano al ricordo del parlamento subalpino”).

 

Date queste premesse, non può stupire che agli albori della Repubblica, argomenti, pregiudizi e luoghi comuni dell’antiparlamentarismo ottocentesco confluissero agevolmente a destra, specialmente nelle campagne dell’Uomo qualunque, ma anche a sinistra, dove la polemica a sfondo moralistico contro i compromessi avrebbe trovato sempre ampio seguito, in particolare in quella cultura democratico-radicale che del mazzinianesimo intransigente era o si sentiva erede, e ancora oggi è autorevolmente rappresentata da Eugenio Scalfari e dal giornale da lui fondato. Una tradizione che nel dopoguerra ha innervato il Partito d’Azione e la sinistra laica in generale, e che avrebbe dimostrato una forte persistenza soprattutto sul terreno culturale, ma che Palmiro Togliatti aveva di fatto emarginato dal gioco politico, o quanto meno molto ridimensionato, con la svolta di Salerno. Vale a dire proprio con quel primo decisivo atto di tradimento, trasformismo, inciucio – la rimozione della pregiudiziale antimonarchica, la disponibilità a collaborare con il maresciallo Badoglio e col re – che avrebbe permesso di portare a termine, con la politica di unità nazionale, la liberazione e la ricostruzione dell’Italia. Nella stessa logica, a quel primo atto ne sarebbero seguiti molti altri: dall’amnistia ai fascisti (altro che patto della Crostata) al voto per l’inclusione dei Patti lateranensi in Costituzione (altro che patto del Nazareno), fino al categorico e più volte reiterato rifiuto di imboccare la via della lotta armata, anche all’indomani della sconfitta e dell’attentato allo stesso segretario del Pci. Scelte che sollevano da un lato l’indignazione delle correnti azioniste e laico-radicali, dall’altro quella dell’ala rivoluzionaria del Partito comunista, che faceva capo a Pietro Secchia e spingeva (anche in colloqui diretti con lo stesso Stalin) per una politica, per dir così, decisamente più aggressiva.

 

Non per niente, al momento di imboccare la strada che avrebbe portato al cambio del nome e all’opzione per il sistema anglosassone, uno dei primi strappi simbolici il Pci di Achille Occhetto lo compie proprio sull’eredità di Togliatti (il famoso discorso di Civitavecchia, in cui il segretario parla delle “corresponsabilità” del Migliore nei crimini staliniani, e negli stessi giorni il celebre articolo di Biagio de Giovanni sull’Unità: “C’era una volta Togliatti e il comunismo reale”).

  

Di lì in avanti la caratterizzazione di Togliatti come incarnazione stessa del cinismo del potere, senza princìpi e senza scrupoli, avrebbe incontrato pochissimi ostacoli anche a sinistra. E sarebbe stata seguita da una radicale deformazione del ruolo di Enrico Berlinguer, che non a caso subiva una progressiva de-togliattizzazione, fino a farne quasi il padre nobile del grillismo. Alla demonizzazione del Migliore si accompagnava cioè la santificazione di Berlinguer. Ma un Berlinguer che aveva poco del padre del compromesso storico, strategia che veniva di fatto rimossa dal quadro, e molto dei suoi storici avversari, con la deformante enfatizzazione delle parole d’ordine dei suoi ultimi anni, nel momento in cui quella strategia era entrata in crisi (a cominciare, va da sé, dalla questione morale). Ma quando Berlinguer parlava di un “nuovo grande compromesso storico”, il precedente cui si rifaceva era proprio la politica togliattiana di unità nazionale.

 

Sulle ragioni del fallimento del compromesso storico sono state scritte tonnellate di libri. E altrettante sul fallimento della strategia, convergente ma non sovrapponibile, di Aldo Moro. Un altro leader che ha lungamente subito la caricatura del politico machiavellico, trasformista e senza principi, fumoso e involuto, gelido sacerdote di un sistema arretrato e bizantino.

 

Gli argomenti dei detrattori, che provenissero dall’estrema destra o dall’estrema sinistra, dalla stampa liberal angloamericana o dai partiti-fratelli del socialismo reale, sarebbero stati, paradossalmente, molto simili: ai tempi di Togliatti e De Gasperi come ai tempi di Berlinguer e Moro. Cosa sarebbe stato dell’Italia se allora avessero prevalso i fautori di un confronto aperto e alla luce del sole, lontano dalle manovre di palazzo e dai compromessi al ribasso, dai trasformismi e dagli inciuci, fondato su un netto scontro bipolare – se avessero prevalso allora, quando cioè gli estremi in campo erano la lotta armata da un lato e la svolta autoritaria dall’altro – ecco una domanda alla quale non sappiamo rispondere, e alla quale speriamo di non saper rispondere ancora a lungo.

 

Auguriamoci di non scoprirlo mai.

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