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In difesa del trasformismo

Cambiare idea si può e a volte si deve. Perché le democrazie si salvano dalla sindrome Papeete difendendo la libertà dei parlamentari. Appunti sulla retorica anti casta di Galli della Loggia contro il governo della conversione europeista

13 Settembre 2019 alle 06:00

In difesa del trasformismo

Foto LaPresse

In un editoriale rabbioso pubblicato ieri sul Corriere della Sera, il professore Ernesto Galli della Loggia ha scelto di dedicare un lungo ragionamento a un tema per così dire jolly, solitamente pescato da molti osservatori quando si conclude con un esito negativo il tentativo di trovare un’idea brillante per spiegare ai lettori una nuova fase politica. Nel suo fondo di ieri, Galli della Loggia ha scelto di attaccare con robuste argomentazioni anticasta – i primi amori non si scordano mai – la nuova maggioranza di governo criticando l’esecutivo rossogiallo per essere il simbolo di un sistema politico nato da un “disfacimento” che avviene “sotto il segno del trasformismo”.

 

La tesi dell’Italia gravemente malata di trasformismo è un grande classico del dibattito pubblico italiano – ogni Vaffa day di Grillo si concludeva con un bel vaffanculo alla casta dei trasformisti – e intorno a questo sofferto grido d’allarme, negli anni, si è andato a sedimentare un vocabolario tendente a demonizzare ogni esercizio di libertà parlamentare: la Camera diventa casta, il compromesso diventa inciucio, il diritto a rappresentare il paese senza vincolo di mandato diventa inevitabilmente transumanza. La pratica del trasformismo, come in fondo capita a tutte le libertà, non sempre è stata utilizzata in modo nobile e non sono mancate le occasioni in cui il trasformismo sia stato legato a fenomeni di degrado politico e di corruzione materiale. Ma ciò che un intellettuale come Galli della Loggia avrebbe forse il dovere di ricordare è che la storia delle moderne democrazie parlamentari ci dice che i paesi in cui è possibile esercitare il trasformismo sono quelli in cui è possibile esercitare la libertà. E di conseguenza, coloro che demonizzano il trasformismo stanno (involontariamente?) demonizzando uno dei pilastri su cui si fonda la libertà di un Parlamento.

 

Nella grammatica anticasta, essere trasformisti significa essere incoerenti con la propria storia e significa essere disposti a tradire le proprie idee per salvare una legislatura. E in questo senso, i sistemi politici che permettono queste atrocità, seguendo il ragionamento, non fanno altro che delegittimare i parlamenti e indebolire le democrazie. Con garbo e cortesia ci permettiamo di far notare al Corriere che la tesi sostenuta da Galli della Loggia non è solo sbagliata ma è anche pericolosa. I paesi in cui il trasformismo è vietato sono quelli in cui i parlamentari vengono eletti senza poter esercitare il proprio ruolo senza vincolo di mandato e solitamente le democrazie che lavorano per impedire ai parlamentari di essere eletti per rappresentare la propria nazione sono democrazie che tendono ad assumere connotati sempre meno liberali, sempre più illiberali e sempre più fascisti.

 

“Il Parlamento – disse Edmund Burke nel famoso discorso agli elettori di Bristol del 3 novembre 1774 – non è un congresso di ambasciatori di opposti e ostili interessi, interessi che ciascuno deve tutelare come agente o avvocato; il Parlamento è assemblea deliberante di una nazione, con un solo interesse, quello dell’intero, dove non dovrebbero essere di guida interessi e pregiudizi locali, ma il bene generale”. Il trasformismo è uno dei pilastri della democrazia, oltre che essere in un certo senso carattere e struttura della politica italiana, e un bravo storico dovrebbe forse avere la capacità di capire se la trasformazione del pensiero di un singolo politico o di un intero ceto dirigente risponde o no a quella che Max Weber avrebbe chiamato, contrapponendola all’etica dei princìpi, l’etica della responsabilità.

 

Chiediamo dunque all’editorialista del Corriere: si può o no considerare irresponsabile quel ceto politico che, da Cavour a Giolitti, nei primi cinquant’anni della storia dell’Italia unita, creò le condizioni per allargare il suffragio universale grazie soprattutto a formidabili politiche trasformiste? E ancora: si può o no considerare irresponsabile un ceto politico che, come succede oggi in Italia, sceglie di mettere da parte alcuni pregiudizi nei confronti dell’avversario per tenere un paese più vicino all’Europa e più lontano dai politici antieuropeisti? E ancora: si può o no considerare irresponsabile un ceto politico che, come succede oggi in Inghilterra all’interno del partito conservatore, sceglie di non essere coerente con la propria storia e di tradire il proprio partito per non tradire il proprio paese? E poi: si può o no considerare irresponsabile un ceto politico che, come successe nel 1976 in Italia, per affrontare una fase difficile vissuta dal nostro paese scelse di tradire le proprie promesse elettorali, Aldo Moro andò alle elezioni promettendo di essere l’argine giusto per non portare i comunisti al governo, dando vita a un governo di solidarietà nazionale? E infine: si può o no considerare irresponsabile un ceto politico che, come successo in Germania un anno e mezzo fa, sceglie di non essere coerente con le proprie promesse, sia la Cdu sia l’Spd avevano promesso in campagna elettorale di non allearsi l’una con l’altra, per offrire al proprio paese un governo capace di essere all’altezza delle sfide con l’Europa? La presenza del trasformismo, in nome del quale anche un partito come il M5s si è allontanato dalle prassi eversive riscoprendo alcune virtù della democrazia rappresentativa, è la spia di un sistema democratico dotato di anticorpi capaci di combattere i virus veicolati dagli estremismi a volte sfascisti e a volte fascisti – e senza trasformismo l’Italia al posto di avere un governo a trazione europeista avrebbe presto sperimentato l’ebbrezza di un governo a trazione Papeete. Tra il rischio di leggere editoriali come quello di Galli della Loggia e avere un governo a trazione Papeete noi preferiamo correre il primo rischio e ringraziare con il cuore, per il presente e per il passato, le splendide riserve della democratica repubblica del trasformismo.

Claudio Cerasa

Claudio Cerasa

Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

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  • verypeoplista

    verypeoplista

    13 Settembre 2019 - 19:17

    L'Italia non è mai stata trasformista, è stata sempre dal 48 a oggi nel "duo" Democrazia cristiana 6 presidenti della repubblica per 42 anni l'ultimo l'attuale, e due diciamo di sinistra forte (il "doppio" Napolitano, per non felici 14 anni), Totale 42+14=56 anni su 71 anni (1948 al 2019) 80% del tempo a oggi dal 1948 e gli ultimi 3 si è visto quali poteri hanno avuto nelle diatribe parlamentari e sopratutto le due ultime gialloverde e l'attuale giallorossa per mantenersi "affinchè non cambi il tutto" ma con il Fregoli di turno che "letterariamente" chiameremo Gattoconte lo strumento affinchè tutto continui come prima: Democrazia Cristiana e ex comunisti + MOLTI ALTRI EX da (da PCI A PD)

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  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    13 Settembre 2019 - 18:52

    La lezione sul “trasformismo” del direttore ci ha ricordato che “le democrazie si salvano dalla sindrome Papeete difendendo la libertà dei parlamentari”. Ora, però, urge lezione su come difendere la democrazia (appena liberata) dalla “dittatura del pensiero unico”, vero collante del neo-costituito Fronte di Liberazione dal Populismo: per anni, e massimamente sulle pagine di questo stesso giornale, si è denunciato il “conformismo morale come regime”, frutto amaro della “follia liberticida pol.corr.” che faceva scrivere a Stefano Basilico: “benzina per il populismo” (Ooops!). E non mi rifersico solo alla denuncia delle insensatezze spesso ai limiti dell’ottusità (una “deliziosa” ricognizione di “perle pol cor” è reperibile nell’ultimo lavoro di Eugenio Capozzi) ma, in generale, al progressivo venir meno di spazi di libertà ove non diventi “rutto populista” ogni obiezione al mainstream (a quello che, con efficace dissimulazione, a Volturara Appula pare chiamino “neo-umanesimo”).

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  • Chichibio

    13 Settembre 2019 - 17:50

    Diceva un tale che Parigi val bene una messa. Figurarsi la coerenza, quella di entrambi i partner. Bon, va bene così, ma stiano attenti a non portare acqua a Salvini.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    13 Settembre 2019 - 17:11

    Al direttore - Nel libro dei sogni c'è pure il proporzionale puro con soglia d'accesso in Parlamento al 7%. Appunto, nel libro dei sogni.

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