Così dopo 30 anni il Nord è sparito dal Parlamento. Con la complicità della Lega

Giovanni Fava

Durante il dibattito sulla crisi di governo nessuno ha ricordato la questione settentrionale né fatto un accenno alla battaglia per l'autonomia

Correva l’anno 1987. Trentadue anni fa. Due signori apparentemente pittoreschi e sbucati quasi dal nulla approdavano al Parlamento romano per la prima volta con una sigla sconosciuta alla politica del bel paese: Umberto Bossi al Senato e Giuseppe Leoni alla Camera furono eletti con un pugno di voti nell’area subalpina sotto le insegna di qualcosa che sarebbe diventato glorioso, la Lega Lombarda. Da allora per tre decenni non c’è mai stato un passaggio in cui nelle aule parlamentari non si sia parlato di Nord. Nelle varie sfumature che si sono succedute nel tempo, di Lombardia, di Padania e di Nord. Con modalità e formule diverse ma la irrisolta questione settentrionale ha sempre fatto capolino nel dibattito politico nazionale, a tratti con virulenza ed enfasi.

 

Sempre tranne ieri. Ieri per la prima volta sono stati spazzati via decenni di sacrosante rivendicazioni in un colpo solo. La questione è quasi passata inosservata, ma rappresenta la grande novità politica del momento. La più negativa, per chi scrive. Di certo un chiaro segno dei tempi e dell’evoluzione del quadro generale di un paese che ha perso la bussola. O perlomeno l’ha persa a Nord. Mentre Conte infatti brutalizzava Salvini che, complice una coreografia surreale fatta di figure ridanciane che con fare minaccioso e inquietante sorvegliavano l’ormai ex premier alle spalle, ai milioni di telespettatori è sfuggito un particolare che giudico di assoluto rilievo.

 

Il presidente del Consiglio ha illustrato le proprie priorità e citato opere infrastrutturali, non proprio di primo piano e per la maggior parte (escluse il Terzo valico e l'autostrada Asti-Cuneo) al Sud, ha parlato ancora una volta di rilancio del Sud e della centralità del paese nel mediterraneo. Tanto sarebbe bastato nei trent’anni precedenti per scatenare le reazioni più o meno composte di buona parte dell’emiciclo. Sempre sarebbe potuto succedere, ma non ieri. Non si è alzata una sola voce in tutto il lungo dibattito pomeridiano per ribadire le ragioni di una battaglia mai vinta. Non uno che abbia ricordato la questione settentrionale appunto e non una parola sui grandi temi politici dell’ultimo mezzo secolo. Nemmeno un cenno al tema irrisolto anche in questa legislatura della richiesta di autonomia e decentramento delle tre regioni che “tirano il carretto” in questo dannato stato centralista. Nemmeno un flebile grido di dolore per l’eccessiva  presenza dello stato nella vita di tutti i giorni. Nessuno in pratica che abbia fatto il leghista in Parlamento.

 

Per la prima volta nella storia è sparita la Lega dal Parlamento. Non capitava da oltre 30 anni ma così è. Un enorme patrimonio politico e culturale definitivamente dimenticato da una classe dirigente non all’altezza della propria storia. Qualcuno pensava che aver scientemente eliminato dalle liste elettorali la componente indipendentista del movimento fosse una scelta dettata dalla necessità di blindare i parlamentari ed evitare contrapposizioni sulla linea politica, al contrario comincio a pensare ai sia trattato di una strategia ben precisa, volta a far sparire la più importante tematica politica dell’ultimo secolo dal dibattito e mortificare la volontà dei milioni di veneti e lombardi che hanno scelto di chiedere in maniera civile e democratica di avere meno stato e più autonomia sui territori. Qualcuno obietterà che per fare quel mestiere bastano e avanzano i sedicenti autonomisti eletti qua e là recuperando quel poco che resta della classe dirigente della fu Lega Nord, ma così evidentemente non è. Dopo decenni di battaglie per tenere alta l’attenzione di uno stato centralista nei confronti delle esigenze di chi questo paese lo tiene in piedi e di chi ha invocato una giusta e ineludibile riforma di uno stato morto, il Nord politicamente non c’è più.

 

Sara’ difficile nel breve recuperare ad un disastro ideale e non ideologico, di queste  dimensioni. Ma bisognerà provarci. Ce lo chiedono le persone che non fanno politica. Ce lo chiede la nostra onestà intellettuale. Ieri si è chiusa una fase fatta di errori madornali alla ricerca di un consenso effimero che oggi c’è e domani non più. Alla fine è servito il primo presidente del Consiglio del Sud (eletto paradossalmente da una maggioranza col più alto numero di parlamentari leghisti della storia) per ricordarci per quale motivo abbiamo combattuto in tutti questi anni. Sarà complicata ma non impossibile. Il Nord ha ancora bisogno di essere difeso da qualcuno. E qualcuno tornerà a difenderlo.