L'altra Italia c'è

Renato Brunetta

L’alternativa ai populisti passa da partiti desiderosi di non essere più schiavi del placebo populista. Un manifesto

In questa fase storica, l’Italia sta vivendo una crisi esistenziale. Ha perso ogni ancoraggio. Vale per la società civile nel suo insieme, a ogni livello (economico, politico, relazionale). Significa insicurezza, paura, solitudine (e con la solitudine l’egoismo e la ferocia), la percezione diffusa di non avere un sasso dove poggiare il capo. La ormai stucchevole formula di “società liquida” (Zygmunt Bauman) che si applica all’intero Occidente, da noi è insufficiente. Non navighiamo semplicemente senza punti di riferimento, senza bussola, ma la rapidità con cui in Italia si sono liquefatte le agenzie (sindacati, partiti, gruppi di pressione…) di trasmissioni dei valori e delle certezze, determina l’esperienza del precipitare in un gorgo. Come un traghetto, dove il carico non è stato fissato e lo sballottamento sposta a destra e a sinistra, a poppa e a prua auto, camion, persone. Il ceto medio, che è il baricentro che ha dato stabilità dinamica e ha garantito, con le sue scelte politiche e la sua laboriosità, una coesione sociale e una tenuta democratica dell’Italia, non vede più possibilità di un’ascesa sociale dei suoi figli, e per la prima volta scivola contro le sponde estreme, sbanda senza più i tradizionali ancoraggi politici ed ideologici. In questo contesto, lo sviluppo degli estremismi è stato inevitabile.

 

Il forte e autentico bisogno di identità che le famiglie e i singoli avvertono per ovviare a questo senso di precipizio è stato perfettamente colto da Matteo Salvini. Il quale dà risposte che vanno oltre la semplice proposta politica, in questo senso è post comunista, prende il posto della Chiesa, dei Carabinieri; il rosario non è un particolare ma la forma di rassicurazione che funziona anche con i non credenti. Si appoggia a segni di una tradizione consolante, con radici secolari, e su questo basamento identifica volta per volta nemici, indicando non utopie, ma miraggi consapevolmente irrealistici e neppure minimamente creduti dal capo della Lega. La Lega oggi è una sorta di placebo per dimenticare la crisi esistenziale. La sinistra gioca lo stesso gioco, simmetrico e opposto. Il miraggio di una globalizzazione senza patrie e senza confini è altrettanto impossibile di un “hortus clausus”. Il sentire comune spinge in senso contrario. Ma queste due posizioni, dove vince la Lega, riescono comunque a occupare l’orizzonte emotivo, togliendo spazio a ogni tipo di mediazione, di equilibrio di valori. E’ come se il buon senso non avesse più spazio mentale e politico.

 

Le emozioni cambiano. Salvini sta scommettendo sul lungo corso di questo periodo di sballottamento. Consapevole di non avere programmi credibili, di non essere in grado di argomentare la sua visione di cambiamento, passa per dare benessere alle giovani generazioni, rinvia il momento della caduta del governo, perché lo costringerebbe a fare i conti con la realtà.

 

Noi che abbiamo accolto l’appello fondativo di Berlusconi del 1994, con la chiamata all’unità delle tradizioni culturali cattolica, laica e socialista, riteniamo che quella spinta ideale corrisponda a quella solidità ideale e a quell’utopia possibile, unica strada per un futuro prospero di questo Paese. Un nuovo rinascimento, un nuovo predellino. Il cambio d’epoca, determinato da una globalizzazione precipitosa e dall’inadeguatezza dell’Europa e della sua leadership, deve trovare linguaggio e forme nuove per innervare i valori originari. Pur essendo oggi alternativi alla Lega, che è il cavallo vincente con molte lunghezze di vantaggio, si tratta di riproporre un’alleanza autentica a livello nazionale con essa. Oggi paghiamo il non essere né carne né pesce. Con la Lega localmente, contro a Roma.

 

Con campagne elettorali contraddittorie, a tutto vantaggio di chi ha le leve di comando. In senso tattico, dovremmo mettere in discussione l’attuale equilibrio ‘unfair’, senza se e senza ma. Non è più sostenibile il vantaggio sistemico della Lega, che usa due forni e disprezza il nostro pane. A livello strategico, è necessario ripartire ricostituendo il ceto medio stratificato, sostituendo al populismo la valorizzazione dei corpi intermedi (sindacati, associazioni di categoria, gruppi di pressione, a livello locale come a livello nazionale, class action…), come fece Roosevelt con il New Deal. Gli italiani vivono in una società di persone convinte di avere sulla testa tetti insuperabili e sotto i piedi pavimenti friabili. La mobilità sociale verso l’alto, il motore trainante della vitalità economica e sociale, oggi è interrotta e lo scivolo facile verso il basso genera inerzia da paura. Lo stallo del nostro paese non è solo nella crescita confinata ad uno zero virgola dell’economia, ma è anche e soprattutto il rischio di scivolamento verso il basso delle classi medie. Il 67 per cento degli italiani è convinto che oggi sia facile cadere in basso da una classe sociale all’altra.

 

L’ascesa sociale è considerata difficile dall’84 per cento delle persone che si dicono appartenenti al ceto medio, dall’87 per cento delle persone che si auto collocano nella classe lavoratrice e anche dal 71 per cento dei più abbienti. Gli italiani di oggi hanno alle spalle storie familiari di ascesa sociale. Tra le persone del ceto medio ben il 44 per cento proviene da famiglie di livello socio-economico più basso. Questo processo, che chiamiamo ascensore sociale, è bloccato da almeno un decennio. Il Paese si trova così al termine del cosiddetto “decennio perduto” (crescita economica pari a zero) in una condizione particolarmente critica nella quale si sovrappongono tensioni economiche, sociali e politiche e che richiede un intervento coraggioso e, per usare un’espressione cara ai giovani della generazione delle startup, “disruptive”, dirompente.

 

La Lega oggi è una sorta di placebo per dimenticare la crisi esistenziale. La sinistra gioca lo stesso gioco, simmetrico e opposto

Da un punto di vista economico e sociale, l’Italia ha visto perdere capacità di spinta dei suoi motori dello sviluppo (costruzioni, distretti industriali, piccole imprese, famiglie produttrici, investimenti pubblici) e il parziale recupero delle esportazioni non appare sufficiente ad uscire dalla crisi strutturale: senza domanda interna il nostro Paese non può crescere. L’arretramento del welfare e degli investimenti pubblici, la scarsa capacità di coinvolgimento dei privati nelle grandi opere, una qualche spregiudicatezza finanziaria dei grandi attori bancari, la crisi reputazionale degli apparati pubblici (dalla giustizia all’istruzione) hanno alimentato il rancore e il risentimento sociale che la crisi economica seminava. In un circuito vizioso che occorre interrompere. Il cinico distacco dalla realtà operato dalle istituzioni in nome di un’ideologia sganciata da ogni parametro reale ha fatto il resto. Basti il pensare al delirio dei provvedimenti del governo Monti in materia di pensioni o di tassazione della presunta ricchezza; o agli 80 euro del Governo Renzi, un sussidio senza incentivi all’economia reale; o al recente dibattito del Governo attuale sulla chiusura domenicale degli esercizi commerciali.

 

Se la perdita di portanza (e la conseguente caduta) dovuta al rallentamento economico ha portato ad uno stallo della situazione economica e sociale l’inseguimento da parte della politica del rancore come base del consenso elettorale (contro gli immigrati, i ricchi, le elites, i portatori di messaggi positivi, i gestori di infrastrutture, le banche…) ha determinato un “disancoraggio” dei soggetti economici e sociali (le imprese, le famiglie, i corpi intermedi, i concessionari di pubblici servizi…) da qualsiasi interesse collettivo come da ogni istanza sociale. Quasi un appiattimento delle identità personali e nazionali ad una sorta di sovranismo individuale in nome di una sicurezza difficile da realizzare quanto facile da promettere. Un paese che ha paura del futuro tanto per la difficile condizione economica per una perdita di visione di una società possibile (la vera crisi del ceto medio) e, in conseguenza di “punti di ancoraggio” siano essi, come storicamente è stato, di grande respiro come una convinta adesione al progetto europeo, la scelta nord-atlantica, la collaborazione con la grande finanza internazionale o siano essi di natura più minuta come l’appartenenza alle comunità locali, la famiglia, la rete di protezione sociale del territorio.

 

Salvini ha scelto di rinviare il momento della caduta del governo: andare al voto lo costringerebbe a fare i conti con la realtà

A grandi linee basti pensare a: il cambiamento della struttura demografica del nostro Paese che nell’ultimo decennio ha visto i giovani occupati (con età compresa tra i 25 e i  34 anni) diminuire del 27 per cento con una riduzione in valore assoluto superiore a 1,5 milioni di giovani lavoratori. Fattore particolarmente rilevante nei settori cosiddetti “in contrazione”, dove si riscontrano problemi evidenti di turnover; l’aumento nel nostro paese del salario medio che tra il 2000 e il 2017 in termini reali è stato appena del 1,4  per cento per un valore di circa 400 euro all’anno contro i circa 6.000 della Francia (il 20 per cento in più) o i 5.000 euro all’anno della Germania (il 13,6 per cento in più); l’affermarsi di un modello industriale e dei consumi fortemente incentrato sulla digitalizzazione dei processi produttivi e su piattaforme digitali governate dai grandi attori internazionali (con scarse ricadute economiche e lavorative nella dimensione nazionale); il perdurare, nonostante significativi miglioramenti, di un ritardo strutturale nella qualificazione professionale dei nostri giovani: in Italia la popolazione con età compresa tra i 30 e i 34 anni con un titolo di studio universitario è del 27 per cento contro una media europea del 40 per cento; la progressiva riduzione della spesa pubblica per istruzione ipotizzata nel 2019 in ulteriore discesa e comunque inferiore alla soglia del 3,9 per cento in rapporto al pil contro una media europea di oltre il 5 per cento; l’allargamento del divario di crescita tra le diverse regioni italiane con uno spostamento verso il nord-est del baricentro produttivo, con le regioni centrali ancora lontane dall’uscita dalla crisi economica e pesantemente colpite dagli eventi sismici degli ultimi anni e con il Mezzogiorno sempre più lontano dal recupero dei livelli occupazionali e di reddito rispetto alla media nazionale; le difficoltà strutturali dei processi di integrazione e di coesione sociale sia rispetto all’immigrazione sia rispetto all’accrescersi delle diseguaglianze tra diverse fasce sociali della popolazione; l’integrazione del mercato unico europeo che pur tra mille difficoltà e qualche contraddizione procede spedita e coinvolge sempre più le giovani generazioni.

 

L’analisi sulla difficoltà strutturale del nostro paese è ben nota, alcuni dati di base aiutano a richiamarne le principali componenti: il ritardo nella crescita del Pil che dopo l’iniziale recupero a seguito del credit crunch del 2008 è rimasto sostanzialmente congelato; l’arretramento dei redditi medi ed in particolare del lavoro autonomo, il quale ha sempre rappresentato una via di crescita dell’agiatezza economica e del prestigio sociale e che oggi si vede compromesso; il degrado del mondo del lavoro con una quota crescente di sottoccupazione, di part time involontario e di perdita di interesse all’occupazione per molti giovani; il falso pregiudizio sull’arricchimento delle persone più abbienti quando, al contrario, le classi più ricche hanno riportato nell’economia quote di risparmio significative e le classi medie lo hanno invece consumato per far fronte alla crisi economica.

 

Forza Italia paga il non essere né carne né pesce. E’ l’ora di un nuovo predellino per riempire il grande vuoto della politica

Altri dati e considerazioni possono supportare l’analisi: la crescente incidenza della spesa sanitaria a carico delle famiglie che oggi raggiunge il 28 per cento della spesa complessiva e con un tasso di assorbimento dell’incremento di spesa lasciato a carico delle famiglie del 95%; la crisi del commercio e dei sistemi distributivi nelle città, tanto nei centri storici che nelle periferie, prevalentemente dettata dalla crescita del commercio elettronico; la crescita della domanda di lavoro che interessa prevalentemente le professioni ad alte competenze (+11 per cento) e il personale non qualificato (+12 per cento) con artigiani, imprenditori e dirigenti in continuo calo (-10 per cento in cinque anni); la crisi del sistema infrastrutturale con un gap di manutenzione e di nuove realizzazioni a fronte di un tasso costantemente crescente nei volumi di traffico; la contrazione dei risparmi per il 48% degli italiani nonostante il progressivo aumento della ricchezza finanziaria accumulata dalle famiglie italiane (circa 4.300 miliardi di euro); la perdita di valore immobiliare delle seconde case; il collasso delle periferie urbane.

 

In estrema sintesi, si può dire che dopo un decennio di reazione alle difficoltà (dalla crisi economica e finanziaria all’aumento della povertà, dal calo dell’occupazione alla perdita di produttività) il sistema paese (famiglie, imprese, istituzioni) è entrato in una pericolosa fase di stallo. Una condizione che è caratterizzata da due elementi: bassa capacità di governo e scarsa stabilità e nella quale si presenta una difficoltà non superabile semplicemente opponendovisi. Resta dunque aperto il tema delle strade che è possibile percorrere/esplorare per provare a uscire dalla caduta determinata dallo stallo che, come è noto, ha due sole vie di soluzione: la caduta in avvitamento o la ripresa del volo rettilineo e il ritrovamento di condizioni minime di stabilità e di governo. Uscire dallo stallo è possibile con manovre che si potrebbero definire “laterali”, alternative, accettando e superando la condizione non voluta. Come per un aereo in volo che il pilota conduce fuori dallo stallo non provando a impedire la caduta ma abbassando il muso e dando tutto motore.

 

La dimensione economica e sociale non è, tuttavia, di per sé sufficiente. Serve anche una dimensione politica, di visione di una società possibile, di ancoraggio delle politiche di sviluppo a un ritrovato o rinnovato intervento pubblico. Non bastando, e questo è certo, l’idea di rompere il patto europeo e di affermare un nuovo patto con gli attori emergenti della competizione globale dalla Cina alla Russia alle grandi piattaforme tecnologiche, o di immaginare una sorta di democrazia dal basso in un impoverimento delle grandi strategie di sviluppo sostituite da una sorta di indecisione collettiva. E' solo un’analogia ma anche il nostro paese ha bisogno di manovre laterali, di ritrovare portanza economica e sociale assecondando la difficoltà per ritrovare condizioni di manovrabilità e di equilibrio.

 

Ecco un possibile programma di azioni per un nuovo rinascimento da realizzare tutto e subito, con la prima Legge di Bilancio e relativi collegati. Obiettivo credibilità, reputazione, azzeramento dello spread (con i mercati, con l’Europa e con il mondo), crescita, produttività, lavoro: superare ogni pregiudizio verso l’Europa eliminando l’idea che la creazione del mercato unico ci veda “contributori netti” quando al contrario dall’eliminazione delle barriere e dei confini europei il nostro Paese trae grandi vantaggi economici e finanziari; “più Europa dei popoli, meno Europa dei burocrati”: no alle regolamentazioni eccessive che ostacolano lo sviluppo, revisione dei Trattati europei; no alle politiche di austerità: occorre un’efficace politica europea che porti alla reflazione, nei tempi più rapidi, dei surplus commerciali della Germania e di qualunque altro Stato che benefici di un’analoga situazione.

 

Tasse più basse, ma non solo. Il principio guida deve essere: meno stato invadente al nord, più stato efficiente al sud

Agendo contro i surplus commerciali eccessivi, si rimetterebbero in circolo un centinaio di miliardi di euro, con un immediato effetto positivo sull’intera area euro; federalismo responsabile: dare piena attuazione all’autonomia per tutte le regioni italiane, secondo il principio “Meno Stato invadente al Nord, più Stato efficiente al Sud”, effettuando un taglio visibile agli sprechi mediante l’effettiva introduzione del principio   dei fabbisogni, dei costi standard, rispettando l’obbligo alla perequazione (sostegno fiscale dei territori più in difficoltà) e garantendo i Lep (livelli essenziali di prestazione) a ciascun italiano, indipendentemente da dove vive o risiede; attuare uno choc fiscale (non in deficit) attraverso la riforma del sistema tributario con l’introduzione di un’unica aliquota fiscale (Flat tax) per famiglie e imprese con previsione di no tax area e deduzioni a esenzione totale dei redditi bassi e a garanzia della progressività dell’imposta con piena copertura da realizzarsi attraverso il taglio degli sconti fiscali; pace fiscale per tutti i contribuenti; incrementare attraverso una politica fiscale “integrata” la cosiddetta spesa sanitaria intermediata (fondi, assicurazioni, casse mutue) per interrompere il ciclo negativo che vede le famiglie italiane non investire nell’economia reale i propri risparmi per paura delle spese future per la salute; incentivare le vendite e le ristrutturazioni delle seconde case con una fiscalità di vantaggio sia per le imprese del settore delle costruzioni che per le famiglie; intervenire fiscalmente sul “caro affitti” per i commercianti e i liberi professionisti; vendita-riscatto di tutte le case pubbliche (regionali e comunali) a tutti gli inquilini al valore capitalizzato a 20 anni degli affitti; garantire più sostegno alla famiglia attraverso un Piano straordinario per la natalità con asili nido gratuiti e consistenti assegni familiari più che proporzionali al numero dei figli; più scuola, miglior scuola: detassazione e investimenti e decontribuzioni per qualsiasi investimento formativo a qualsiasi livello; azzerare la povertà assoluta con un grande Piano di sostegno ai cittadini italiani in condizione di estrema indigenza, allo scopo di ridare loro dignità economica; detassazione per le spese di welfare in modo simile ai premi di risultato e possibilità di versare, oltre ai minimi, “quanto voglio, quando voglio, per chi voglio” risorse finanziarie nella gestione Inps; lanciare un grande Piano straordinario di riqualificazione delle periferie, restauro delle coste e dei siti di interesse monumentale anche attraverso la “sostituzione edilizia”; piano di edilizia scolastica: ammodernamento, manutenzione e sicurezza; favorire gli investimenti in prodotti finanziari che operano nei settori dell’economia reale (cosiddetti Eltif, European Long Term Investments Funds) e in particolare delle piccole e medie imprese; accrescere la competitività delle pmi con un Piano straordinario di digitalizzazione e di formazione delle competenze digitali anche nelle pubbliche amministrazioni; rilanciare le connessioni tra sistema minuto del commercio e delle pmi e grandi problemi della gestione urbana e collettiva: dal recupero dei rifiuti alla manutenzione ordinaria, dal trasporto collettivo in una logica di sharing & circular economy; promuovere una nuova “Strategia per il lavoro”, che crei più occupazione, più inclusione e più tutele e che abbia al centro la persona e accresca i salari: una Legge Biagi 4.0; valorizzare le nuove generazioni: nessuna tassa e zero contributi per chi assume giovani con contratto di praticantato o di primo impiego (introduzione di sgravi fiscali e contributivi per 6 anni alle imprese che assumono a tempo indeterminato giovani under 35); ricondurre l’economia “informale”, dai lavoretti al sommerso vero e proprio, dal lavoro dei ragazzi per la consegna del cibo al lavoro nero nelle campagne a un quadro di regole certe ed affidabili, anche introducendo una forma di “voucher” le cui caratteristiche siano concordate con i sindacati e le associazioni imprenditoriali (per limitare abusi e patologie); colmare i gap infrastrutturali del paese, in coerenza con i principi ispiratori della Legge obiettivo, approvata nel 2001, sblocco delle opere (grandi, medie e piccole), riforma del Codice degli appalti; piano per il Sud: sviluppo infrastrutturale ed industriale del Mezzogiorno, uso più efficiente dei fondi europei con l’obiettivo di azzerare il gap infrastrutturale e di crescita con il resto del Paese; autocertificazione preventiva delle iniziative in ambito privato, ora sottoposte ad autorizzazione con verifica ispettiva al termine delle opere; riorganizzare la macchina dello Stato secondo il principio della pari dignità fra la Pubblica amministrazione e il cittadino; burocrazia zero: ripristinare un giusto equilibrio tra obiettivi di una Pubblica amministrazione efficiente e diritti dei lavoratori, razionalizzazione e semplificazione della burocrazia e delle procedure amministrative, sopprimendo l’ingerenza della mano pubblica sui liberi meccanismi di mercato; garantire una giustizia giusta: riformarla per assicurare il diritto ad un giusto processo, assicurando la separazione delle carriere della magistratura inquirente e giudicante; garantire tempi dei processi nella media UE, piano straordinario di smaltimento delle cause arretrate, risarcimento agli innocenti, non appellabilità delle sentenze di assoluzione; garantire più sicurezza per tutti all’interno e all’esterno dei confini nazionali: lotta al terrorismo, ripresa del controllo dei confini, rimpatrio di tutti i clandestini; programmare un grande Piano Marshall per l’Africa non solo e non tanto per eliminare il problema dei clandestini, ma per valorizzare uno dei principali mercati di sbocco delle nostre esportazioni; affermare la centralità italiana (infrastrutturale ma anche geopolitica e storica) della nuova Via della Seta, anche come strumento di ancoraggio non al sistema politico cinese ma alla globalizzazione del sistema dei trasporti; rompere l’accerchiamento dei grandi player tecnologici (Google, Facebook, Amazon, Booking …) sia con una web tax aggressiva sia con politiche tese a favorire la concorrenza leale con i piccoli esercizi (come ad esempio in Francia per i prodotti editoriali e culturali).

 

Concludendo. Le proposte programmatiche appena esposte hanno una doppia caratteristica: riguardano il piano economico e sociale, ma non sono tecnicismi paracadutati da mondi lontani, e rispondono al bisogno di solido ancoraggio in una utopia possibile, profondamente italiana ed occidentale. Da mettere in campo subito, quasi un colpo di timone per sottrarre la nave a derive disastrose sul versante economico, quasi un colpo di frusta per risvegliare speranze sanamente identitarie oggi in balia di pericolosi furori. Occorre per questo che la Lega investa la crescita di consenso in un disegno serio di nuovo rinascimento italiano, abbandonando il Luna Park dei giochi pericolosi e vanesi, con la casa delle streghe e le montagne russe.