Il Tar suona il requiem per i "porti chiusi" di Salvini

Luca Gambardella

Open Arms verso Lampedusa: sospeso il divieto di ingresso in acque territoriali. Il decreto sicurezza bis è una scatola vuota. Un anno dopo la Diciotti, non resta nulla della politica migratoria gialloverde

Roma. Ancora una volta sono stati i giudici a ricordare a Matteo Salvini che lo stato di diritto è una cosa seria. Mercoledì il Tar del Lazio ha sospeso il divieto di ingresso in acque territoriali italiane che era stato firmato dal ministro dell’Interno, da quello delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, e quello della Difesa, Elisabetta Trenta. L’atto, emanato sulla base del decreto sicurezza bis, impediva da 14 giorni l’approdo sulle nostre coste alla nave dell’ong spagnola Open Arms e ai 147 migranti a bordo. La decisione del Tribunale amministrativo accoglie il ricorso dell’ong (la nave ha subito fatto rotta verso Lampedusa) e demolisce l’intera, precaria impalcatura giuridica su cui poggiava il decreto sicurezza bis, uno dei capisaldi della politica salviniana. “A seguito del ricorso presentato dai nostri legali presso il Tar del Lazio in data 13 agosto 2019 – scrive Open Arms – nel quale facevamo presente la violazione delle norme di Diritto internazionale del mare in materia di soccorso presenti all’interno del decreto sicurezza bis, lo stesso oggi (ieri, ndr) risponde riconoscendo la suddetta violazione nonché la situazione di eccezionale gravità ed urgenza dovuta alla permanenza protratta in mare dei naufraghi a bordo della nostra nave”. Così, dopo i dubbi espressi dal presidente della Repubblica la settimana scorsa, dopo la richiesta di chiarimenti al Viminale avanzata ieri fa dal Tribunale dei minori di Palermo, ora anche il Tar dice chiaro e tondo che il decreto sicurezza bis è una scatola vuota e che chiudere i porti va contro ogni convenzione internazionale. “C’è un disegno per tornare indietro e riaprire i porti”, ha risposto Salvini da Recco, in Liguria: “Ancora nelle prossime ore firmerò il mio no”, ha aggiunto, mentre il Viminale annunciava un ultimo, disperato ricorso al Consiglio di stato.

 

 

La decisione del Tar suona come possibile pietra tombale sulla politica migratoria del leader della Lega, fatta di tanti slogan, molte minacce, ma inconsistente nei fatti. Proprio in questi giorni la grottesca messinscena dei “porti chiusi” compie un anno: il 16 agosto del 2018 Salvini aveva trovato nel caso della Diciotti il palcoscenico ideale per promettere agli italiani che da quel momento il nostro paese non sarebbe più stato “il campo profughi d’Europa”. Nel caso della Diciotti l’attenzione mediatica fu enorme, anche perché non esistevano precedenti: 190 persone salvate in acque internazionali tenute a bordo di una nave militare per 10 giorni. Il tutto per ordine del ministro dell’Interno. L’inchiesta a carico di Salvini che ne scaturì, con l’accusa infamante di sequestro aggravato di persona, si concluse in un nulla di fatto solo per la volontà del Parlamento.

 

 

Da allora le diatribe tra il governo e le navi ong si sono moltiplicate e oggi il refrain salviniano del “da noi non sbarcano” si ripete faticosamente a metà dei telegiornali, in fondo alle pagine di cronaca dei giornali. Lo stesso Salvini, a distanza di un anno, twitta sempre meno in tema di immigrazione. Qualcosa è cambiato, verrebbe da dire, ma cosa? Di certo non la solidarietà europea nei confronti del nostro paese. La riforma del regolamento di Dublino è rimasta lettera morta e le prospettive di un meccanismo di redistribuzione dei migranti automatico e obbligatorio sono una chimera, allora come oggi. Non è cambiato nemmeno l’atteggiamento dei singoli stati europei. Francia e Germania sono disposte ad accettare i migranti, ma solo su base volontaria e a una condizione: che sbarchino in Italia. Insomma, il contesto internazionale è congelato, allora con la Diciotti, oggi con i 354 migranti che restano ancora a bordo della Ocean Vikings, l’altra nave ong in attesa di attraccare tra Italia, Spagna o Malta. Salvini aveva promesso che con lui l’Italia avrebbe finalmente rialzato la testa, ma verrebbe da chiedersi come avrebbe potuto cambiare le regole del gioco senza partecipare mai alle sfide decisive, cioè a quelle giocate a Bruxelles (su sette riunioni tenute dai ministri dell’Interno europei per parlare di immigrazione, Salvini ne ha saltate sei).

 

Alla fine, la sua politica muscolare si è risolta in un numero eloquente: 1.333 morti da quando è ministro. “Meno partenze, meno vittime”, diceva il Capitano. Nei fatti si tratta di una bugia: col governo Renzi, quando al Viminale c’era Marco Minniti, i morti erano stati di meno, 1.168 a fronte di un numero ben più elevato di partenze dalle coste libiche (56.923 contro le 21.988 col governo gialloverde). Gli sbarchi intanto continuano, alla faccia dei porti chiusi: oltre il 90 per cento di chi arriva sulle nostre coste lo fa in modo autonomo (lo dice l’Ispi, non Soros). Se davvero qualcosa è cambiato nell’ultimo anno è che il Mediterraneo ha ucciso ancora più persone e che la politica della deterrenza ha fallito. La sentenza del Tar del Lazio è il requiem della politica migratoria di Salvini.

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it