Matteo Salvini (foto LaPresse)

Stop salvinismo

Mara Carfagna

Carfagna aderisce all’appello del Foglio e spiega perché il centrodestra può avere senso solo se non rincorre Salvini

Al direttore - Mi interessa partecipare al dibattito aperto dal Foglio perché ne condivido in larga parte le premesse, e cioè l’esistenza in Italia di un’area elettorale piuttosto vasta che non si riconosce nell’offerta politica attuale e quindi non vota o vota turandosi il naso e sarebbe disponibile a cambiare scelta. Nell’ultimo sondaggio Swg, quello del presunto sorpasso di Fratelli d’Italia su Forza Italia, il maggiore incremento percentuale lo fanno segnare gli “indecisi”, che aumentano del tre per cento fino a toccare la ragguardevole quota del 40 per cento. Non mi sembra azzardato immaginare che almeno la metà di questi elettori sia ben disposta verso la destra. E tuttavia questi cittadini non salgono sul carro di Matteo Salvini, né su quello di Giorgia Meloni, e neppure sul nostro, di Forza Italia. Il motivo a me sembra molto semplice. La proposta del centrodestra non è più plurale e differenziata – una “intesa tra diversi”, come ai tempi dei governi di Silvio Berlusconi – ma è confusamente schiacciata su un’unica agenda politica e persino su una sola “estetica”: quella del leader della Lega. Chi non lo ama non trova alternative a cui rivolgersi.

 

Lascio ai politologi l’analisi delle cause di questa situazione. Io vorrei occuparmi di altro, di recuperare una diversità, che esiste, ha un valore e può offrire soluzioni al paese dopo anni di governi della propaganda. Ci sono contenuti politici da aggiornare, primo fra i quali il ritorno della parola “benessere” in cima alla lista delle priorità: sono ormai ineludibili i temi del lavoro povero, del lavoro precario, della stagnazione del mercato interno, della voragine di inattività che sta inghiottendo il sud ma morde anche regioni forti come la Lombardia, delle diseguaglianze crescenti tra giovani e anziani, uomini e donne, ceto medio impoverito e benestanti, e si devono trovare modi nuovi per affrontarli. Mini-bot, federalismo differenziato, reddito di cittadinanza, quota cento, così come in precedenza gli 80 euro e la politica renziana dei bonus, vanno nella direzione opposta: ammorbidire la decrescita, renderla tollerabile almeno per un po’, sacrificando le ultime risorse del paese a un ingannevole galleggiamento nella tempesta.

 

“Ma se facciamo opposizione a queste cose ci inimichiamo il nord”, obiettano tanti colleghi. Non capisco il loro ragionamento. Il nord è sempre stato amico di chi offriva soluzioni di governo stabili ed efficienti per lo sviluppo: democristiano prima, poi forzista, infine leghista. Per “farsi amico il nord” bisogna recuperare lo standing di forza di governo, non accodarsi a chi quello status già se lo è preso e lo sta consumando con poco costrutto. 

 

L’altra differenza da recuperare è, se così si può dire, “estetica”. Si può dire che non ci piace il celodurismo contro i disgraziati, che si può essere severi senza ostentare un uso crudele ed esibizionistico della forza? Si può dire che lo stato non è né la caricatura moralistica che ne fanno le sinistre né la caricatura cattivista rilanciata dalle attuali destre? Che tra la cultura “buonista” – le lenzuola alle finestre e o le proteste coi gessetti – e le parodie di “Vogliamo i Colonnelli” c’è una strada più seria, più italiana, più europea?

 

Personalmente, non credo che una proposta costruita così possa arrivare dal mondo del centrosinistra. Non ne ha le energie. Le ha sciupate nelle sue infinite diatribe interne. E’ troppo legato alla rete di interessi della ridotta emiliana, toscana e umbra. E’ condizionato da una cultura critica che oscilla da un ventennio tra giustizialismo e bacchettonismo. Dall’altra parte, invece, qualcuno può farcela. E se mi sono impegnata tanto nella battaglia per il rinnovamento di Forza Italia è perché intravedevo una concreta possibilità di aprire tempi nuovi e migliori riattivando l’area politica che per un ventennio si è intestata la modernizzazione italiana. Sono convinta che l’unico modo per tenere aperta questa possibilità sia partire da un’analisi senza infingimenti del quadro attuale. Il centrodestra come lo conoscevamo – un patto di ferro stipulato in uno schema bipolare – non esiste più. Se si tornasse alle urne, l’attuale legge elettorale consiglierà a due dei suoi tre partner (Lega e FdI) di correre da soli per massimizzare il risultato e semmai fare accordi dopo il voto. Tuttavia la prospettiva di elezioni anticipate non è più incombente come lo era solo dieci giorni fa. C’è tempo per costruire qualcosa che parli agli italiani che non si sono mai fidati del governo in carica e a quelli che gli hanno affidato il loro voto di protesta e di cambiamento ma ne sono rimasti delusi: è un’opportunità per molti versi inattesa, personalmente non voglio sprecarla.

  

Mara Carfagna
deputato di FI, vicepresidente della Camera