Vladimir Putin (foto LaPresse)

Smetterla di inseguire i populisti

Claudio Cerasa

Il dovere delle destre europee per spezzare il filo illiberale che lega i nazionalisti alla Russia di Putin

Per capire il filo che lega in modo indissolubile il progetto politico di Vladimir Putin a quello di Matteo Salvini occorre dimenticare per un attimo il tema dei soldi e concentrarsi sulla ciccia. Putin e Salvini hanno una speciale e naturale sintonia che nasce dalla condivisione di un ragionamento politico chiaro e lineare: per provare a distruggere l’Europa occorre distruggere le fondamenta che sostengono l’Europa e per distruggere le fondamenta che sostengono l’Europa occorre creare un’alleanza tra i partiti e i paesi che considerano prioritaria la distruzione di ogni anticorpo capace di difendere i cittadini dal virus del pensiero illiberale.

 

Vladimir Putin, nella famosa intervista rilasciata due settimane fa al Financial Times, ha dichiarato – mostrando ancora una volta una splendida (ops) sintonia con Matteo Salvini – obsolete e decotte le idee del liberalismo. Ma la verità è che oggi prima ancora del pensiero liberale, a essere in crisi, a essere posto sotto assedio dal nazionalismo di matrice populista e putinista è, come ha notato la scorsa settimana l’Economist nella sua storia di copertina, il pensiero di una destra presentabile. Soldi o non soldi non è un caso che in giro per il nostro continente i populismi che stanno provando a mangiarsi le destre conservatrici – Farage in Inghilterra, l’Fpö in Austria, la Le Pen in Francia, l’AfD in Germania, la Lega in Italia – siano sostenuti in modo più o meno diretto dai compagni di viaggio della Russia putiniana (ops).

 

E non è un caso che in giro per l’Europa le destre che riescono a resistere meglio delle altre all’assalto dei populismi siano quelle che hanno scelto di opporsi in modo netto a tutti coloro che ogni giorno minacciano, come Putin e come Salvini (ops), i valori non negoziabili della società aperta. Il conservatorismo se la passa maluccio in buona parte dei paesi europei – in Spagna si sta erodendo, in Germania si sta infiacchendo, in Gran Bretagna si sta suicidando – ma se la passa ancora peggio in quei paesi in cui le leadership i populismi piuttosto che combatterli scelgono di inseguirli. In Francia, alle europee, i repubblicani hanno ottenuto l’8,6 per cento. In Italia, Forza Italia, alle ultime elezioni ha preso l’8,7 per cento e gli ultimi sondaggi la danno addirittura sotto Fratelli d’Italia (6,3 per cento).

 

Nonostante questo, nonostante la linea non efficace e un pizzico suicida dell’opposizione che fa opposizione al governo promettendo di allearsi con uno dei partiti di quel governo, ciò che resta del centrodestra italiano continua a vivere nell’ambiguità, non combattendo lo stesso pensiero sfascista che sta aggredendo i valori non negoziabili della società aperta e continuando a ignorare i segnali che più o meno ogni giorno gli offre la politica. Un primo segnale è quello che riguarda la scelta appena fatta da Salvini e confermata dalla volontà di dare il via al rimpasto: non capitalizzare il consenso raccolto alle europee e non sfruttare la finestra elettorale di settembre – e se Salvini ha preso questa decisione è anche perché il leader della Lega non ha intenzione di andare a votare con un centrodestra allargato. Se in Italia ci fosse una destra con la testa sulle spalle dovrebbe prendere al volo l’occasione del rinvio delle elezioni non per trovare un modo per sottomettersi ancora di più al pensiero del Capitano ma per affrancarsi e sfidare il trucismo di governo. E’ quello che suggerisce il buonsenso, è quello di cui ha bisogno l’Italia e curiosamente è quello che sembrano chiedere gli elettori.

 

Sabato scorso Giovanni Toti, governatore della Liguria e coordinatore nazionale di FI insieme a Mara Carfagna, ha mostrato ai suoi sostenitori riuniti al Teatro Brancaccio di Roma una serie di sondaggi commissionata alla Swg. Tra questi sondaggi, Toti ne ha mostrato uno particolare. Domanda: “Lei ritiene necessario avere una forza politica moderata di centrodestra alleata con la Lega?”. Risposta: il 26 per cento ha risposto “non saprei”, il 33 per cento degli interpellati ha risposto sì (molto necessario, abbastanza necessario), il 41 per cento ha risposto no (poco necessario, per niente necessario). Per salvare la democrazia liberale, serve una destra non sfascista capace di emanciparsi dai populismi nazionalisti e putiniani. Prima l’Italia lo capirà e prima sarà possibile avere un’alternativa capace non di alimentare ma di combattere i campioni della democrazia illiberale.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.