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Storia occulta della Lega che al federalismo ha sostituito l’antimondialismo di Putin

Il lungo viaggio a est, e a destra, del Carroccio è iniziato già da diverso tempo. Il nazi-esoterismo di Savoini e amici

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

11 Luglio 2019 alle 21:06

Storia occulta della Lega che al federalismo ha sostituito l’antimondialismo di Putin

Umberto Bossi (foto LaPresse)

Milano. “Insubria è l’antico nome della nostra Terra. Delimitata a Est dall’Adda, a Ovest dalla Sesia e dal Ticino, a Sud dal Po e a Nord dalle Alpi”, si legge sul sito dell’associazione culturale Ra Ca’ dur Barlich, confortevole antro del diavolo (Barlich) del pensiero esoterico-leghista d’estrema destra, dove Tolkien e Limonov si danno la mano e trincano insieme idromele e che si trova lì, appunto, nel cuore del Varesotto. Terra reale, l’Insubria, ma che mai è stata nazione e di cui non è detto che il Bossi sapesse il nome. Da lì lo spostamento a est, fino alla Russia, è un lungo viaggio politico, più che fisico: verso destra (est e destra coincidono, guardano una cartina).

 

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Uno spostamento molto a est e molto a destra, per l’antica Lega: quella del dio Po e che guardava di preferenza verso un’altra terra mitica, la Svizzera federale e dei Cantoni cara a Miglio, a Borghezio, al “vecchio Paglia” e a tutti. Una Lega in cui si sognavano anche altri gemellaggi: la Catalogna e l’Irlanda di Bobby Sand, i Paesi Baschi e il Tirolo libero, ogni luogo e popolo oppresso chiamato a svegliare “l’Europa dei popoli”. Ma già allora, lì nell’Insubria, ma in un mondo parallelo rispetto alle caciarate di Bossi, covavano sogni e progetti che andavano molto più a est, più a destra. C’erano alcuni numi acculturati, oltre ai Miglio e ai Borghezio. Ad esempio il compianto professor Gilberto Oneto: insubre, paesaggista e storico revisionista, un passato destrorso in zona Marco Tarchi, esperto d’araldica e scopritore del Sole delle Alpi. Padanista e federalista, prima di rompere con la Lega per intransigentismo culturale. Ma ha lasciato la scia di un progetto politico, in cui da sempre il federalismo, l’indipendentismo e il revisionismo antirisorgimentale si intrecciano con un pensiero che è molto più estremo: quel tipo di visione misticheggiante che i cultori della materia chiamano “progetto eurasiatico”, o “rivoluzione conservatrice”, persino nazional-populismo. Visione che ha molti rami, ma ben piantati in un tronco fatto di antiamericanismo, antimondialismo e antisionismo (per non dire altro). Le idee in cui ha sempre bazzicato Gianluca Savoini, ben prima di fondare nel 2014 l’Associazione culturale Lombardia Russia; ben prima di farsi registrare come un pollo al Metropol; ben prima di essere il consigliori per l’Impero d’oriente di Matteo Salvini. Lui giornalista, lui ex Padania e direttore tra le tante cose, oggi, della rivista online iper destrorsa, ma tutt’altro che sciatta, Logos (chissà se il Capitano la legge mai). Nonché un po’ consanguineo e un po’ concorrente, appunto, dell’associazione Terra Insubre, il gran crogiuolo da cui tutto iniziò. Assieme ad Andrea Mascetti, avvocato oggi in Banca Intesa e in Fondazione Cariplo, che ha raccontato di essere stato cacciato dal Msi per mano di Ignazio La Russa, per troppo sostegno alle “culture locali”. Ma forse soprattutto perché facevano il tifo per Ernst Jünger, più che per Tolkien, e perché sognavano, in tempi pre putiniani, un’Europa “a guida tedesca”. Ma non esattamente in senso merkeliano.

 

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In questo demi-monde esoterico politico, dentro e fuori dal pensiero “postnazista” (quello che Claudio Gatti in I demoni di Salvini tratteggia a tinte forse un po’ troppo estreme, facendone gli angeli sterminatori di un complotto che probabilmente non c’è, ci sono solo fili ritorti di storie tra sottosuolo e scena pubblica) c’era un po’ di tutto. Compresi alcuni che ancora oggi sono in vista nella Lega di Salvini, come Max Ferrari, già descamisado direttore di Radio Padania, già agit-prop filoserbo in tempi di Kosovo, e oggi consigliere per gli affari esteri di Attilio Fontana nonché presidente di una para-istituzionale Associazione culturale Lombardia-Cina. Soltanto che questo fangoso humus di estrema destra, che faceva dentro e fuori e da trait-d’union tra Lega e la droite che rifiutava la svolta di Fiuggi, era stato, al tempo della Lega di Bossi, un côté folkloristico tenuto a bada dal mainstream federalista e dall’inguacchio berlusconiano, prima, e dal Cerchio magico poi. Un orpello culturale che Bossi (ma anche Maroni, buon frequentatore, e tutti gli altri) mettevano assieme al ciarpame del dio Po. Eppure il lavoro per spostare a destra (a est) la Lega era indefesso. Se è vero che fu Savoini, già a fine anni 90, a far incontrare il Senatùr con Vladimir Zhirinovsky, e a trascinarlo in visita da Slobodan Milosevic.

 

Con Salvini tutto è cambiato. E i rubli non c’entrano, vengono dopo oppure magari c’erano già. Ma è un’altra cosa: i rubli ci sono perché c’è il resto. Già ai tempi della presa di potere post Bossi, Salvini si è fatto guidare dal lavoro di questo entourage per scoprire e incontrare gli ambienti della destra europea: la Le Pen e non solo, e a tessere la rete che ha dato spettacolo di sé in Piazza Duomo a Milano due mesi fa. Ma soprattutto la Russia, anche se Savoini non è solo Russia, in Germania ha rapporti con l’AfD. Il collante è un pensiero in cui il nazionalbolscevismo-antioccidentalismo è sempre stato presente, ben prima di Putin. La trasformazione della Lega da partito indipendentista e territoriale a partito succursale di un’egemonia russa in chiave anti europea inizia lì. Delle vecchie mitologie indipendentiste sopravvivono oggi rivoli dispersi, non a caso fuoriusciti da tempo dalla Lega e fortemente critici con il nazionalismo salviniano. Li si intercettano in riviste online come Miglioverde – La voce degli indipendentismi, o l’Indipendenza nuova, che comunque non hanno mai tagliato i ponti con il mondo “insubre”. Ora Gialuca Savoini dice che non si riconosce nelle sue parole al Metropol, che non conosce nessuno, che lui ha sempre fatto cultura non sa nemmeno “la differenza tra diesel e benzina”, figurarsi se si intende di danari. E i rubli magari sono “mistificazione, inganno, mascalzonata”. Ma per aver traghettato così a Est, così a destra, la Lega che sognava l’Insubria libera, è un fatto reale.

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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Commenti all'articolo

  • joepelikan

    12 Luglio 2019 - 09:09

    Fare un mea culpa no? Il conservatorismo vigliacco che accetta tutto, la tracotanza sodomitica assunta, nella sua letterale traduzione inglese, a culto civico, l'infanticidio quale supremo diritto, i medici di Stato trasformati in carnefici di Stato, l'aggressione omogeneizzatrice ed alienante all'Oikos dei popoli. Tutto questo, il conservatorismo vile ha lasciato passare senza combattere perché gli sponsor di questo male lo hanno ben pasciuto di denaro. E allora? Guardare la trave nel proprio occhio è un precetto evangelico ancora valido.

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