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Quando i rubli del Pci erano una cosa seria

Salvatore Merlo

Gianni Cervetti “pensava in russo e traduceva in italiano”. Ogni anno bussava alla porta di Mosca (la Dc lo faceva in America). Oggi spiega la politica di quel mondo bipolare. E lo paragona, senza moralismi, con i pericoli di oggi

Roma. “Mi chiede se sono stupito dal fatto che nel 2019 ancora si parli di fondi russi a un partito italiano? Di interferenze nella nostra vita democratica? No, non sono stupito. Ma penso che le degenerazioni di oggi le dovremmo saper affrontare con la capacità di trarre qualche lezione dal passato. E invece tutto, anche la storia, diventa occasione di battaglia politica immediata”. Si fanno paragoni tra il finanziamento sovietico del Pci e i presunti denari di Vladimir Putin alla Lega sovranista di Matteo Salvini. “Sono storie completamente diverse. Contesti diversi. Mondi imparagonabili. Volersi astrarre dalla condizione in cui ci si trovava allora, e giudicare, non è possibile. La storia va capita. Di sicuro c’è che una democrazia finanziata dall’estero è una democrazia condizionata”.

  

Nato nel 1933, ottantacinque anni, milanese, laureato in Economia a Mosca, membro della segreteria nazionale del Pci negli anni Settanta, Gianni Cervetti era “l’uomo dei rubli”. Nel partito dicevano che pensava in russo e traduceva in italiano. Lo ha rivelato lui stesso, nel 1991, in un libro intitolato “L’oro di Mosca: la verità sui finanziamenti sovietici al Pci raccontata dal diretto protagonista”. Ogni anno Cervetti bussava alla porta dell’ufficio di un omino magro, taciturno, con la testa pelata e la vivacità espressiva di un busto di marmo che si chiamava Boris Ponomariov. Il comunista italiano rappresentava le esigenze del Pci e, dopo qualche considerazione sull’entità della cifra, incassava dal comunista russo un assegno in dollari. “Noi eravamo finanziati dall’Urss. La Dc prendeva soldi dagli Usa. In Italia persino le scissioni sindacali si sono fatte con i quattrini stranieri. E’ noto e stranoto che gli americani finanziavano tutti i nostri sindacati tranne la Cgil. Si viveva in un contesto di subordinazione e di condizionamento fortissimi per la nostra democrazia e nel rapporto teso tra le forze politiche e sociali che la componevano al suo interno. Un condizionamento da cui noi, con Berlinguer, ci liberammo, e con estrema difficoltà, a partire dalla fine del 1975. Avemmo la forza o il buon gusto di concludere un rapporto antico perché si riteneva che i sovietici non dovessero più in nessun modo influenzare l’azione politica che si stava facendo. Non a caso la rinuncia ai finanziamenti russi coincise con fatti di natura politica. Berlinguer, con lo scudo della Nato, in quegli stessi anni, garantì la possibilità di costruire, come disse in una famosa intervista a Giampaolo Pansa, ‘il socialismo nella libertà’. Ci fu una svolta”. Il compromesso storico. Piccoli e grandi passi verso la realizzazione di una democrazia compiuta.

  

Oggi tornano le influenze straniere in Italia? “Non lo so. C’è un’inchiesta giudiziaria. Ci vuole prudenza”. Lei incontrava il mitologico Ponomariov, l’ambasciatore sovietico. “C’erano regole codificate. Ruoli. Pur nella segretezza. Me ne occupavo io, cioè un funzionario di partito di alto livello che rispondeva direttamente al segretario. E i rapporti passavano per via diplomatica. Da quello che leggo sui giornali, da quello che si capisce, qui c’è invece uno strano mondo di intermediari, facilitatori, mezze figure che fanno strani discorsi. Tra questi ci sarà anche chi si fa gli affari suoi. Non quelli del partito. Si coglie un modo di fare e di esprimersi piuttosto singolare, che indica i tempi, segna questi tempi. Il modo di allora lo potete giudicare tutti dai libri di storia. Il modo di fare di allora mi pare fosse improntato a una certa, non so come dire, ‘gravitas’. Il problema è come avvengono queste cose, e per quali scopi… Se hanno una loro complessità nelle ragioni e nelle forme. E qui mi viene da dire che quella complessità nelle ragioni e nelle forme apparentemente non c’è. Ma non voglio giudicare. Vedremo. Si è interessata anche la magistratura”. Perché lei raccontò tutto sui finanziamenti sovietici? Non sarebbe stato meglio nascondere, tacere? “Raccontai tutto perché ritenni una sorta di dovere quello di riflettere sinceramente sulla nostra storia. Per poterne trarre anche delle conclusioni”. Qualche insegnamento per il futuro. “Non sempre compreso”. A quanto pare.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.