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Quando i rubli del Pci erano una cosa seria

Gianni Cervetti “pensava in russo e traduceva in italiano”. Ogni anno bussava alla porta di Mosca (la Dc lo faceva in America). Oggi spiega la politica di quel mondo bipolare. E lo paragona, senza moralismi, con i pericoli di oggi

Salvatore Merlo

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merlo@ilfoglio.it

12 Luglio 2019 alle 20:08

Quando i rubli del Pci erano una cosa seria

Foto pxhere.com

Roma. “Mi chiede se sono stupito dal fatto che nel 2019 ancora si parli di fondi russi a un partito italiano? Di interferenze nella nostra vita democratica? No, non sono stupito. Ma penso che le degenerazioni di oggi le dovremmo saper affrontare con la capacità di trarre qualche lezione dal passato. E invece tutto, anche la storia, diventa occasione di battaglia politica immediata”. Si fanno paragoni tra il finanziamento sovietico del Pci e i presunti denari di Vladimir Putin alla...

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Salvatore Merlo

Salvatore Merlo

Milano 1982, giornalista. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.

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Commenti all'articolo

  • Aupix0

    12 Luglio 2019 - 22:10

    Cervetti dice che loro prendevano i soldi dall'URSS e la Dc dagli Stati Uniti, come se le due cose fossero equivalenti. C'è solo il piccolo particolare che gli USA erano l'alleato e l'URSS il potenziale nemico. Frivolezze. . .

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