Putin's World

Luigi Marattin

Il presidente russo chiarisce i tratti essenziali dell’alternativa illiberale nel mondo postglobalizzato

Alcuni sono rimasti contrariati. Altri spaventati. In molti stupiti. A me invece l’intervista di Vladimir Putin al Financial Times ha fatto piacere. Perché ha contributo a fare chiarezza su quale sia una delle due squadre in campo.

 

 

Su questo giornale, il 3 gennaio scorso, avevo articolato una lunga riflessione (“Ha ancora senso parlare di destra e sinistra? Quello che resta – niente – di due categorie politiche dopo la globalizzazione”) in cui cercavo di argomentare che le categorie politiche in auge per oltre due secoli – “destra” e sinistra” – non fossero più efficaci nel definire le posizioni politiche utili per rappresentare e governare mondo postglobalizzazione. Il Grande Choc venticinquennale – termine con cui definivo gli eventi che vanno dalla fine della Guerra fredda (1989) al riassorbirsi della prima crisi economica globale (2014) – a mio modo di vedere ha radicalmente mutato ogni aspetto della vita pubblica, e quindi ha travolto definitivamente la tradizionale linea di demarcazione tra i posizionamenti politici così come li avevamo conosciuti. Non argomentavo – né auspicavo – la fine delle distinzioni politiche, ma solo la loro evoluzione lungo diversi assi, più adatti al mondo post-globalizzazione. L’asse più convincente, da molti altri sostenuto, è quello “apertura vs chiusura”; ma non è un segreto che tale distinzione necessiti di ulteriore approfondimento per essere compiutamente definita, specialmente se aspira a sostituire il colossale marchio “destra vs sinistra”.

 

L’intervista di Putin ha, credo, dato una grossa mano nella definizione degli schieramenti in campo. Con la sua invettiva contro le società liberali (da lui definite “obsolete” e “incapaci di rispondere alle esigenze del nostro tempo”) ha ulteriormente chiarito quale siano i contorni culturali dell’offerta politica di cui stiamo parlando. Non è la prima volta: già recentemente Viktor Orbán aveva teorizzato la “democrazia illiberale”. Ma è indubbio che la presa di posizione di Putin fornisca un imprimatur molto più autorevole e significativo alla definizione dei tratti politico-culturali del populismo. Che troviamo, tutti, nell’intervista di Putin: la chiusura (“Trump fa bene a costruire il muro alla frontiera col Messico”), l’avversione verso le élite politiche (“stanno seduti nei loro accoglienti uffici a far nulla”), la teoria della distinzione tra azione dei rappresentanti e interesse dei rappresentati (“l’idea liberale è in conflitto con gli interessi della stragrande maggioranza della popolazione”), il richiamo ai valori tradizionali contro le innovazioni in tema di diritti civili e sociali (“non dobbiamo permetterci di mettere in secondo piano la cultura, le tradizioni e i valori familiari tradizionali”). E poi, sparse dappertutto nella sua conversazione col direttore del Financial Times, altri tratti tipici: il culto della personalità del leader, un’idea di ordine mondiale come arena in cui combattono gli interessi nazionali, un concetto di democrazia quale legame diretto e non mediato tra popolo e leader, con poco o nessuno spazio né per i corpi sociali intermedi né per le classi dirigenti politiche.

 

In questo perimetro politico-culturale – così efficacemente riassunto da Putin – possiamo facilmente riconoscere teoria e prassi di Trump (esplicitamente lodato dal presidente russo), Farage e Johnson nel Regno Unito, Marine Le Pen in Francia, Orbán in Ungheria. E naturalmente Lega e M5s in Italia.

 

Eccola, dunque, sempre più delineata una delle nuove offerte politiche del mondo post-globalizzato. Ecco una delle due squadre, in un campo da gioco dalle dimensioni e regole infinitamente diverse da quelle degli ultimi 200 anni. E’ la squadra di chi è convinto che il mondo di oggi sia più efficacemente governato senza i cardini della democrazia liberale: dalla separazione dei poteri all’ampliamento dei diritti civili, dalla società aperta al multilateralismo.

 

A noi ora non resta che definire la squadra avversaria. In Europa e in Italia.

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